SAMIDEANO SI RACCONTA

L’ULTIMA AVVENTURA
Riconosco a malapena – e con riluttanza – i contrassegni temporali di ieri, oggi e domani. Credo invece che sempre sia oggi. Ma non contrariatevi: vi prometto che, quando avrò finito di tracciare le linee generali, spulcerò il mio pc e vi consegnerò anche le date; so che alcuni ci tengono, ma io non ne ho mai granché capito l’importanza, e soprattutto le date (specie quella di nascita) mi disturbano, mi annoiano, mi torturano persino. E devo aggiungere che anche il ruolo dello storico, sacerdote della realtà oggettiva, non mi si addice affatto e mi affatica. Spero almeno sia utile.
Ieri mi convinsi che condividevo con la maggior parte della popolazione l’aspirazione profonda all’armonia sociale, malgrado sembri negarlo la conflittualità che regna a ogni livello, sostanzialmente indotta da un assetto ancora barbaro della società.
Il difficile è trovare il passaggio a nord ovest per aggirare questo continente consolidato della realtà che ci opprime, e della quale occorre una circumnavigazione totale, nelle menti in cui si è concretata la convinzione che la violenza, la coercizione, l’appropriazione, la competizione e la dialettica delle forze contrapposte sia un dettato immutabile e inamovibile di provenienza strutturale; e che gli ideali appartengano agli scemi, i quali nulla comprendono, e ai disadattati, che magari capiscono come va il mondo ma non sono attrezzati per scendere nell’arena.
Per un ribaltamento estremo dei fantasmi insediati, e quasi fusi, in loco delicato, la mente, occorre una leva non dura e non affilata. Desolato di non trovar leve e punti di appoggio di tal genere, ero in preda allo stesso sgomento di quando mi fu dato conoscere gli esiti oscuri delle rivoluzioni, a cui alcuni attribuiscono cause di progresso, consolandosi quand’io ne traggo disperazione.
Forse di leve dolci e possenti ce ne sono tante e il difficile è riconoscerle. Io alla fine riconobbi l’Esperanto. Diventai Samideano; e cominciò l’ultima mia avventura e il tempo presente.

L’AFFASCINANTE ROMANZO
Dell’esistenza dell’Esperanto mi ricordai per caso, quando decisi di mettere a dura prova la mia capacità inventiva, proponendomi di far diventare un unico e organico romanzo testi eterogenei, provenienti da menti che si erano sviluppate in ambienti culturali diversi. Intendevo sperimentare al contempo la disponibilità di artisti, solitamente gelosi del loro copyright, a creare assieme. Occorreva lanciare una sfida agli autori d’ogni dove, e non vedevo come fare se non con un concorso. Ma come diffondere il bando nelle varie parti del mondo? A quel punto mi sovvenni dell’Esperanto. Scrissi all’allora presidente della Federazione Esperantista Italiana, Renato Corsetti, che non conoscevo affatto. Ci incontrammo nel ristorantino della stazione di Cassino, dove chiacchierammo mangiando pasta e fagioli. Egli aveva portato con sé l’inseparabile Amerigo Iannacone, eminente esperantista, editore, prolifico e finissimo scrittore e poeta, della cui collaborazione disinteressata e specialissima ho potuto poi godere, nel mentre che la nostra amicizia diventava profonda, finché la sua laboriosa vita non fu recisa in un lampo dal caso, su un passaggio pedonale. Per un anno rimasi stranito, svenato. Con lentezza, come convalescente quando primavera non giunge ancora, mi risollevo.
Dunque, ai miei due interlocutori piacque il mio progetto e si dichiararono disposti a sostenerlo e diffondere il necessario concorso attraverso i canali esperantisti. I testi che sarebbero giunti in esperanto li avrebbero celermente tradotti una dozzina di volontari esperti, essi compresi, che oltretutto mi avrebbero assistito per la corrispondenza, giacché ancora non avevo intrapreso lo studio della lingua. Il romanzo, pubblicato dapprima in italiano, è stato successivamente tradotto e pubblicato in Esperanto. Questi sono i letterati che hanno assunto l’estenuante compito: Enrico Brustolin, Renato Corsetti, Silvia Garnero, Amerigo Iannacone, Gigi Montalbano, Nicola Morandi, Sergio Maria Pisana, Nicolino Rossi, Graziano Ricagno, Silvio e Alessandro Stoppoloni, Luciano Viviani. Nell’ambito esperantista, lo constatavo e ne ho prove continue, è sorprendentemente vivo lo spirito generoso di lavorare per uno scopo che trascende il lucro, con sacrifici di tempo e fatica che non importa se resteranno anonimi. Renato Corsetti non ha mai smesso di soccorrermi in ogni momento, e ho potuto conoscere la forza psichica e morale di un uomo pragmatico e che punta dritto al suo obiettivo come un ago magnetico. Mai avevo visto uno così. Un eroico stratega.
Avevo dunque trovato dei miei simili!
Samideano (amico della stessa idea) consueto sinonimo di esperantista, fu sostantivo che mi affascinò subito, tanto da indurmi a farne il personaggio protagonista del romanzo e, alla fine, assumerlo come mio nome d’arte per firmare il libro. Mi ci affeziono sempre più, caricandolo di significati e affidandogli sognanti fantasie; ma è alquanto rimarchevole che sempre più persone in esso mi riconoscono e Sam, come nel romanzo, mi chiamano affettuosamente.

Questa che segue è stata la provocazione, divenuta poi parte integrante del libro, agli ignoti probabili autori, all’interno del bando del concorso denominato “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?”, titolo poi del libro. (qui il sito di allora)

Molti anni fa, quando ancora il web non signoreggiava, mi giunse un ciclostilato curioso e interessante. Era firmato da un certo Bosco Nedelcovic. Esprimeva una filosofia della libertà individuale ampia, fuori dagli schemi, ma affascinante per una certa rispondenza a un anelito confuso, prepotente e frustrato che scalpitava nel mio animo giovane. Traspariva una comprensione psicologica non comune e proiettava il miraggio di una società utopica di profonda e reciproca comprensione fra gli esseri. Certo non poteva tratteggiare ogni aspetto del vivere civile in poche pagine; e dunque qualche interrogativo lasciava. Perciò decisi di scrivergli, per formulare alcune domande e, mi ricordo, per enunciare quel che ognuno di noi avrebbe dovuto pagare di lacerazioni psicologiche all’uguale diritto degli altri di accedere a ciò che egli indicava, con mia grande partecipazione, come riconfigurazione sostanziale dello spazio soggettivo.
La risposta arrivò, abbastanza repentina. Non era proprio Bosco a scrivere, ma una giornalista che trovava le mie osservazioni di ‘particolare sensibilità’ e pertanto voleva conoscermi. Non riuscii mai a capire se Nedelcovic fosse un personaggio inventato dalla stessa Sandrina Ognali, al fine di svolgere una ricerca sociologica, oppure, come disse lei, un autentico signore slavo, che aveva soggiornato per un breve periodo in Italia e che ella aveva avuto la gioia di conoscere e da cui aveva ricevuto i contatti, tra essi il mio, e gli incartamenti, prima che ripartisse. Quale influenza abbia esercitato sulla primaverile mia mente e sul modo di sentire, la frequentazione di tale serenissima signora, è una storia lunga, delicata e complessa, anche se non posso affermare sia un’altra storia, come si usa dire quando si vuol tacere. È un intreccio che ancora dipano nel brusio non so di quanti e quali piani della psiche. Mi domando se mai Bosco sia ritornato. Se ancora adepti, o illuminati che qui abbia lasciato, coltivino come me una nostalgia di quella società che egli credeva possibile e che, di là dell’unico esempio della giornalista, non ho mai, in nessun altro umano, visto comparire. E piuttosto constato come le libertà degli individui siano sempre piú in contrasto, e dunque di segno opposto, a quelle da Bosco proiettate. Forse Bosco Nedelcovic era pseudonimo coniato, cosí oso credere, da colei che m’insegnò a slacciare interne tensioni e che forse è ormai per tutti perduta. Oppure egli era un profeta inascoltato, che poi si volse a vita ascetica. La scomparsa di entrambi mi lasciò alieno; e fu come la dichiarazione universale che, per noi, qui, non c’è speranza. Ed è, questo, come tutti sanno, luogo di violenza e degrado. Pessimismo che lacera radici di vita e contro il quale eccomi ancora a combattere. Qualche volta, arrivando a dubitare dei passati accertamenti, torno a bussare alla porta di Sandrina. E trovo sempre incomprensibile che nessuno la ricordi, come inaccettabile che mi dia la stessa disperazione. Vorrei poter dire: Bosco Nedelcovic non ci ha mai lasciati o, al peggio, è tornato. Vorrei poter andare sulle tracce della sua identità e del suo insegnamento. Se qualcuno avesse conosciuto Bosco o Sandrina, o ne avesse udito parlare, non me lo taccia ancora. E chi dovesse custodire anche una sola frase a loro attribuita, graziosamente me ne renda partecipe.
samideano@hotmail.it

Arrivarono, numerosi, lunghi racconti, dando molto lavoro ai traduttori. Alla fine scelsi i lavori più fantasiosi. Vi tessei intorno e dentro, senza alterarli, e permettendo al lettore di capire (quando ciò non disturbava la narrazione, ma sempre concordando con lo scrittore), per differenza grafica, dove aveva messo le mani Samideano.
E non dirò mai abbastanza bene degli autori che collaborarono, e con cui ancora oggi fraternizzo. È stata gioiosa esperienza creativa di due anni. Un lavoro massacrante e bello! Ne venne fuori un “affascinante romanzo”, come scrisse il critico Anna Maria Crisafulli Sartori, che allora conoscevo appena e ora mi gratifica della sua affettuosa amicizia, fino a essere una dei fondatori di Sicilia Esperantista. “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?” dipana un’eretica realtà estesa in più mondi, di cui talvolta descrive originali scenari psicologici, fisici e metafisici. (Presentazione a Palermo)

GLI ESPERANTISTI SON CAVALIERI
Come quasi tutti, ho studiato a scuola inglese e francese; ma, come pochi, con scarso profitto. Sprovvisto di buona memoria, non volevo che parole straniere affollassero la mente, disturbando la buona gestione della lingua madre, che è musica e danza. Ed è come pensate: brutta sindrome illusionale mi possedeva, contro cui ora lotto, in favore dell’Esperanto, con successo che potrebbe essere migliore. E mi logora, come tutto ciò che è mediocre.
Le relazioni internazionali che mi aveva fruttato oltre ogni aspettativa “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic? / Kiu konis sinioron Bosko Nedelkoviĉ?”, pubblicato nelle due lingue, erano diventate così complicate, dovendo ricorrere agli amici traduttori, e alla fine tanto mortificanti, che dovetti capitolare: m’inginocchiai a Zamenhof, con la mente, come un pellegrino bisognoso e implorante. Tuttora un fluttuante lessico turbina e mi confonde. La lingua facile mina la mia sicurezza; è difficile tuffarmici dentro e farmi permeare il pensiero, la personalità, la coscienza; avventuroso, come lo credevo, il mio io teme la trasmutazione! Costretto ancora a tradurre me stesso, timoroso di affrontare la conversazione viso a viso, fuori della carta e senza dizionario. Una durezza mentale che mi stupisce e mi mortifica.
E così li capisco, capisco tutti coloro che, per sindromi simili, si sgomentano davanti al pc, per esempio, o all’Esperanto stesso, che andrebbe studiato preferibilmente da piccoli, a scuola, o meglio fra le braccia delle madri. Giacché di esso l’umanità ha assolutamente bisogno. Per sottrarsi ai domini culturali, per mettere fine alla babele.
Gli esperantisti sanno bene a quale mutazione del cuore induca chi afferra l’interna idea che all’Esperanto fa anima.
Gli esperantisti si domandano, al pari di me, perché mai una così evidente possibilità di fraternizzare fra i popoli non sia ancora esplosa e non dilaghi; perché, insomma, i milioni che perdono tempo in giochi inutili, che riecheggiano gli allarmi sociali e ambientali, contribuendo allo schiamazzo generale inoperoso e vile, non trovano gratificazione nell’apprendere una lingua ch’è speranza per tutta l’umanità. Più ancora, perché la gente più colta non afferra l’opportunità di elevare l’atteggiamento morale della società, proponendo ai propri figli lo studio della lingua, la cui genesi è storia anche affascinante, che affonda radici nei millenni. E perché i più intelligenti non si schierano dalla parte di chi si adopera per sanare, e trovano appagante sentirsi profetici per aver capito che la società si sfascerà, le nazioni confliggeranno, la finanza affamerà sempre più i popoli, l’equilibrio climatico collasserà e miliardi di persone moriranno. Perché mai la massa della popolazione vede chi propone soluzioni pacifiche come nemico o stupido? Forse perché osa chiedere responsabilità e impegno? La caratteristica umana più comune dunque è l’ignavia? La gente crede che l’unica cosa che può compensare l’opera è il soldo? Ma questa è proprio la mentalità dei servi! La decantata nobiltà del lavoro sta nel lavoro disinteressato, filantropico, lungimirante e saggio. Ed ecco perché, ai miei occhi, gli esperantisti sono dei cavalieri, che per definirli meglio ho chiamato “Cavalieri della Pace”. Senza spada, forsanche senza scudo.

LA CIVILTÀ DEL POI
La capacità degli esperantisti di organizzarsi è rilevante. Centinaia di migliaia, pochi milioni o tanti, non riesce appurarlo, costellano tutti gli angoli del pianeta di gruppi interconnessi, nutriti o esigui, di un’efficienza che non ha eguali. Maestri di squisite relazioni, dell’espressione cortese, attendono nel loro salotto o al tavolo da cucina il volenteroso che bussa per ricevere l’alba futura. Da cento anni quest’amoroso soccorso perpetua una specie preziosa e tenace, che lentamente cresce di numero, d’iniziative e consapevolezza. Mi ha commosso l’umiltà dei famosi e grandi, in lingua e arte: fui trattato come un loro pari, pur novello e bisognoso di tutto.
Un popolo amabile, una civiltà del poi in un mondo ignaro alla deriva.
Un nuovo ballo fa il giro del mondo in poche ore; in un minuto vien dichiarata guerra, per cui milioni di ragazzi sono pronti a morire.
Ma l’Esperanto – riconosciuto propedeutico all’apprendimento di altre lingue, perché miracolo di logica evidenza delle parti del discorso, semplicità grammaticale e geometrica costruzione sintattica, oltreché formidabile veicolo didattico di un alto ideale filantropico, accolto dall’UNESCO che fa da decenni appelli agli Stati affinché l’introducano nelle scuole – trova ministeri pronti a sollecitare i direttori didattici, ma senza fornir loro fondi. Nessuno si preoccupa di creare i professori di questa lingua, tranne le associazioni esperantiste, che non potranno fornire loro una cattedra a fine corso.
Da allievo a docente: volontario bussai nelle scuole. Più volte respinto, trovai una classe a Santa Teresa di Riva, appoggiato dalla maestra Maria Catena Miuccio, diventata poi esperantista; un’altra a Sant’Angelo di Brolo, dove la dirigente era ostile, ma i buoni auspici del sindaco, Basilio Caruso, per qualche anno mi trovarono spazio. Per quattro anni ho insegnato nella scuola media “Alberto Stagno D’Alcontres”, affettuosamente accolto dal signorile preside Angelo Cavallaro, poi dalla dirigente che gli succedette, Patrizia Italia, e sostenuto dalle professoresse, che con me hanno poi studiato la lingua, Rosalba Mancuso, Denise Cavallaro e Silvana Imbesi. Quest’ultima ne è diventata una buona insegnante. Dimenticavo: ho avuto una classe anche nella scuola media di Merì per un anno. I bambini apprendono con grande rapidità; dopo quattro o cinque lezioni, sono in grado di tradurre correttamente con l’ausilio del piccolo dizionario delle radici di Vassella e Corsetti. Credo di aver iniziato oltre 500 allievi. Tanti! Pochissimi per l’obiettivo di una lingua unica per tutti, libera per un’umanità libera. E soprattutto, con pena, mi domando quanti di essi lo coltiveranno: per lo più ci si adatta all’ambiente. Ed è l’ambiente che va cambiato.

CAMBIARE L’AMBIENTE
Gli esperantisti perpetuano sforzi generosi per la divulgazione della lingua universale e per il supremo obiettivo per cui è stata creata: la pace. Si tratta di un cambiamento culturale radicale, propedeutico a un livello di civiltà superiore.
A pensarci, poiché la guerra sembra così insensata e degna soltanto di orde barbariche, stupisce come ancora non sia debellata e non sia invalsa la generale consuetudine di discutere e concordare le decisioni per il bene comune. Deve esserci una ragione che va al di là degli interessi veri e propri, visto che in effetti nessuno in realtà alla fine se ne giova.
Sospettiamo che si attribuisca alle necessità di efficienza, ai fini della guerra, un benefico e irrinunciabile stimolo al progresso, e che la pace sia considerata noiosa e regressiva.
Deve esserci, mi dicevo, sia pure ancora nell’iperuranio atono e diafano, la giusta parola, la giusta azione che slacci il sacco in cui è rinchiuso e compresso Esperanto, impetuoso re dei venti. Quali orecchi fini possono udirne l’attutito fruscio melodioso?
Mi risposi subito: gli scrittori, i poeti, gente abituata a riflettere e creare nuove realtà mentali. E sapevo già come provocarli, invitarli, chiamarli! Diventai un organizzatore di premi letterari.
“Poesia da tutti i cieli”

Socio Onorario

Ed ecco assieme, in una Giuria, letterati di chiara fama, non solo esperantisti, alcuni dei quali considerati dei veri e propri geni, disposti a leggere e valutare centinaia di poesie che pervengono da tutta Italia e da ogni continente. Giuseppe Campolo (segretario), Renato Corsetti, Anna Maria Crisafulli Sartori (presidente), Amerigo Iannacone, Ella Imbalzano Amoroso, Carmel Mallia, Carlo Minnaja, Luigia Oberrauch Madella, Nicolino Rossi, Nicola Ruggiero. Le poesie pervenute in Esperanto, per renderle leggibili ai membri non esperantisti, ecco questo scalmanato tradurle man mano arrivano. I commissari ricevono da me un unico file con le poesie anonime numerate, in due colonne, i testi affiancati nelle due lingue. Gli esperantisti tra essi possono leggere l’originale in esperanto, oltre la mia traduzione, gli altri tutto in italiano. Un sistema di schede, alla fine affiancabili, mette in condizione me, autoescluso dalla valutazione, di sommare i voti e produrre la graduatoria da cui escono i vincitori. Migliaia, forse decine di migliaia, attraverso questo concorso, in Italia, apprendono qualcosa di più della lingua universale o addirittura per la prima volta ne sentono parlare; qualcuno decide di studiarla.
Premiazione, per i primi tre anni, in ottobre, nel teatro comunale di Sant’Angelo di Brolo; il quarto anno a Terme Vigliatore, nel salone del Parco Augusto, e nei cui appartamenti vengono alloggiati gli ospiti dall’Italia e dall’estero. Segnatamente i Cavaliere di Sicilia Perla Martinelli, di Spagna, e Carmel Mallia, di Malta. L’esito qui.
Poi il buco: ci fu sottratto Amerigo. Non so se si può intendere il mio smarrimento, il senso dell’inutilità di tutto. Non ne voglio parlare; non so quale forza mi ha obbligato a ricominciare.
Accade sempre che incontro qualcuno che mi soccorre quando ho una difficoltà o non ho la preparazione per risolvere un problema. E ora, la Provvidenza sa che mi occorre essere sostituito, almeno in parte? Aiutato.

RICERCA DEI SALVATORI
Chi, meglio dei poeti, potrebbe capire la squisita forza della corale richiesta della pace, attraverso il disegno poetico dell’Esperanto? Eppure nemmeno essi saranno i compositori per tale orchestra: sono degli adulti, con tutti gli obblighi, incombenze e stanchezze proprie di questa condizione.
Così come sono largamente schivate, da miseri e potenti, la fratellanza, la giustizia sociale, l’agiatezza diffusa, la collaborazione, è scansato l’Esperanto. Deve, dunque al più presto, entrare – e mi ripugna dirlo, ma confido nella sperimentata moderazione e saggezza dell’apparato scolastico – obbligatorio nelle scuole come seconda lingua, sin dalle elementari. E questa necessità sociale gli adulti possono capirla: essi, infatti, nell’educare ricorrono all’imposizione con dissimulato amore, quando è il mezzo più spicciativo ed efficace per ottenere un risultato d’importanza vitale. E qui, cari miei, nemmeno lo sfascio del clima si risolverà se non si costruisce un’armonia planetaria di cuori e menti. Non ne sentite l’urgenza?
Molte più persone, che i praticanti l’Esperanto, possono riconoscere facilmente il valore di una lingua non etnica, universale, ravvisandola nell’Esperanto, se non devono fare sacrifici personali. Ecco che così si concepisce un nuova e più ampia identità di esperantista: colui che desidera consciamente l’avvento dell’Esperanto e della pace che l’unificazione ideale dei popoli renderà obbligatoria. Oh, se questo desiderio diventasse universale! Sicilia Esperantista si informa a tale concetto, creando un ponte fra l’élite degli esperantisti veri e propri e tutti coloro che all’ideale esperantista si aprono, almeno con il cuore. Essi renderanno universalmente possibile, e conveniente a chi cerca suffragio, l’adozione dell’Esperanto nelle scuole.
Moltissime sono le Associazioni che sposano l’ideale di pace e giustizia che è pure dell’Esperanto. Se esse, una buona parte di esse riconoscesse e affermasse esplicitamente la cruciale importanza della lingua universale, esprimerebbero una tal forza vocativa che potrebbe somigliare a un ordine. Si proverà un efficace invito.

I PATROCINI
Avrete notato che questo nuovo sito de “I concorsi di Samideano” è alquanto diverso dal precedente, non soltanto per la grafica. Per esempio, non abbiamo chiesto nessun patrocinio. Non godiamo della vostra fiducia? Ci deve avallare qualcuno?

LE CITTÀ ESPERANTISTE
Basilio Caruso sindaco.
Per “Poesia da tutti i cieli”, dispose in mio favore l’uso gratuito del teatro comunale. Redasse la delibera, la propose alla Giunta che l’approvò: Sant’Angelo di Brolo “Città esperantista”. Seguirono Librizzi, Castroreale e Terme Vigliatore. Numerosi altri sindaci dei Comuni contattati erano ben disposti a tale delibera. Confortevole aver trovato donne e uomini molto colti, lucidi e animati dall’amore per la loro terra. Ero e sono convinto che un’area di Comuni Esperantisti abbastanza vasta possa attrarre l’attenzione e magari portare turismo esperantista e di curiosi d’ogni dove, con l’effetto che gli utilitaristi si destino e i giovani trovino una ragione pratica per imparare l’esperanto d’accoglienza. In effetti alcuni cittadini hanno seguito un corso per l’apprendimento della lingua.
L’impegno che mi avrebbe richiesto continuare il pellegrinare per le cittadine dei Nebrodi – pena che ben conoscevo – e le ingenti spese per andare e venire per un incontro frettoloso e non immediatamente risolutivo, superavano le disponibili forze finanziarie e fisiche. Tuttavia ritengo ancora sia strategia coadiuvante valida per l’obiettivo finale di indurre il governo a introdurre la lingua nelle scuole; pertanto ancora potrebbe essere perseguita in ogni Comune della Nazione, sol che ci fossero persone disposte a operare nella propria città, approfittando dell’esperienza che ho accumulato e offro.


ULTIMO PER ME,
ANCHE  QUESTO È UN ROMANZO
CHE SCRIVEREMO ASSIEME.
NON SULLA CARTA. NON PIÚ SULLA CARTA. E OGNUNO PUÒ ESSERE IL PERSONAGGIO CHE VUOLE.

 

 

 

SANT’ANGELO DI BROLO

LIBRIZZI

CASTROREALE

TERME VIGLIATORE

 

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INTERNET IN PERICOLO DI CENSURA, ci avverte Unione Nazionale Consumatori

Si chiama Dominic Kis, ha 22 anni, è tedesco e il 15 giugno 2018 ha lanciato su Change.org una campagna internazionale per salvare internet: sono oltre 4 milioni e 900 mila i cittadini europei che si sono mobilitati per fermare la nuova direttiva europea sul diritto d’autore che metterebbe a rischio la libertà d’espressione di quanti ogni giorno utilizzano la Rete.
Ricordate? Ce ne eravamo già occupati con l’Unione Nazionale Consumatori lanciando la campagna “#PocheParole”
Adesso questa petizione su charge.org vede l’Italia al terzo posto per firme raccolte insieme a Francia e Germania.
Si solleva in particolare il problema legato all’articolo 13 della nuova direttiva sul diritto d’autore. Se approvato, infatti, il nuovo testo obbligherà le piattaforme digitali ad applicare dei filtri sui contenuti pubblicati dagli utenti.
Questi filtri potrebbero diventare “una scusa” per filtrare i contenuti dal punto di vista ideologico. Dobbiamo impedire che ciò accada: non possiamo correre il rischio di censurare internet.
Con l’approvazione della nuova normativa, correremmo il rischio che piattaforme come Youtube, Google, Wikipedia e Facebook non dovranno più aspettare, come accade adesso, di ricevere una lamentela per la violazione del diritto d’autore per poi fare le dovute verifiche, ma dovrebbero monitorare in maniera massiccia i contenuti per rilevare possibili violazioni. Nel dubbio, per tutelarsi, bloccheranno continuamente anche i contenuti che non violano le regole. Perché se non lo facessero, rischierebbero di essere sanzionati, e logicamente preferiranno prevenire piuttosto che curare. Questo vorrà dire censurare migliaia di contenuti che non dovrebbero essere bloccati ma che non saranno più disponibili. Sarà la fine di internet come lo conosciamo.
Un esempio? L’articolo 13 è stato anche definito “ammazza-meme”, poiché, paradossalmente, renderà impossibile agli utenti caricare una foto scherzosa creata a partire da un’immagine protetta da copyright.
L’obbligo di applicazione di tale “filtro” e l’eventuale acquisto di licenze da parte delle piattaforme online per evitare di incappare nelle violazioni, inoltre, metterebbe in seria difficoltà le piattaforme online di medie e piccole dimensioni, che non hanno la disponibilità economica per sostenere tali costi.
L’altro limite alla libertà d’espressione è rappresentato dall’articolo 11, che riduce la possibilità di utilizzare testi e parole provenienti da articoli e altre fonti d’informazione da parte degli utenti sul web: la libertà dei cittadini di commentare gli eventi di attualità e confrontarsi liberamente su tematiche e notizie di vario genere verrebbe così confinata.
“Grazie al numero di firme che abbiamo raccolto con questa petizione”, continua Dominic Kris, “siamo riusciti a creare consapevolezza tra molti Parlamentari europei dei seri rischi che questa riforma comporterebbe, ma oggi più di sempre noi cittadini europei dobbiamo insistere perché il nuovo voto è imminente” (26 marzo). Siamo già quasi a 5 milioni di firme.
È urgente firmare per fermare questa legge.
FIRMA LA PETIZIONE A QUESTO LINK
Sito ufficiale di Save the Internet
Sito della campagna #PocheParole
Autore: Unione Nazionale Consumatori


Data: 20 marzo 2019

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TANTO PER NON ILLUDERSI di Alfonso Luigi Marra

Il Consiglio europeo e la Commissione europea sono, astrattamente, due organi perfettamente democratici, perché il primo è composto dai Presidenti del Consiglio dei Paesi membri, e la seconda da Commissari designati ognuno dal governo di ogni Paese, e non rileva che non siano eletti, così come non sono eletti ad esempio i Presidenti e i Ministri dei singoli Paesi, perché quelli che vanno eletti sono i parlamentari, che poi compongono le forze che eleggono o designano i componenti di questi organi. Il problema, dunque, non è formale, ma sostanziale, ovvero il problema è che l’intero sistema politico e sociale è soggetto alle lobby. Bisogna quindi sì fare la riforma istituzionale europea e dare ai deputati il potere di iniziativa legislativa ed al Parlamento europeo il potere di promulgare le leggi che vota, ma neanche questo servirà a nulla, se prima non cambia la cultura. Perché anche oggi i parlamentari europei, pur non avendo i poteri suddetti, potrebbero ribellarsi, e non si sono mai sognati di farlo (nel 1994/1999, quando ero eurodeputato, l’unica cosa che non ho fatto per indurveli è stata prenderli a bastonate). Perché la verità è che sussiste un regime di radicale collusione sia nazionale che europeo che mondiale con il potere economico, cioè con la cupola bancaria.

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LA SOCIETÀ SEGRETA (da “Annuvolata” romanzo) di Giuseppe Campolo

Cap. VIII (frammento)

Alla mia finestra, la neve attanagliava l’inquieto capriccio d’un pallido rosa e, mentre lo sguardo vi s’indugiava, io scacciavo commossi ricordi e nostalgie.
Con l’animo pulito come l’arruffato passero che spigolava sul marciapiede, col marziale passo degli stivali, imbacuccato nel mantello impellicciato d’un re, andavo a incontrare Melckitsedek. E come se gli spiccioli uomini godessero, per indirette vie, il riflesso merito dell’evoluzione, benedicevo in cuor mio chi mi passava accanto.
Gli studenti, impiegati a tempo ridotto alla distribuzione dei libri, stante il poco movimento della mattinata di freddo, mi rivolsero la parola desiderosi di conversare. E quel che piú trovarono interessante fu che avessi una casa tutta per me; ed essa divenne, ben presto, eletta sede d’incontro per mezza università.
C’era chi s’indugiava fino a notte e, dopo che m’ero messo a letto, mi parlava finché non mi fossi addormentato; poi usciva tirandosi la porta. C’erano i mattinieri che mi svegliavano portando il caffè nella tazzina termica e mi mettevano fretta per uscire. Venivano singolarmente, a gruppi, a frotte.
Poi, per i tanti rimproveri di chi non mi aveva trovato e le tante visite preannunciate, non potei piú quasi assentarmi nemmeno per un’ora. Gli anarcoidi frequentatori della mia casa erano diventati l’oggetto di tutto il mio impegno. Attraverso me, c’era tra loro un intenso scambio d’idee. Si discusse d’ogni problema planetario con l’ansia pura di trovarvi soluzione. Tornava sempre accusato il potere d’interessata malizia.
Fondammo quindi una società segreta (che chiamammo La sacra truffa) i cui membri dovevano avere il compito di perseguire l’interesse collettivo, usando la furbizia insospettabile di simulare sempre un interesse personale; velare di demagogia ogni idea che può sottrarre, all’appiglio del potere, un nodo che è destinata a sciogliere, o un conflitto che può comporre. Progetto ingenuo e ormai obsoleto, ora che al divide et impera è sostituito il progredito imperativo d’unire il mondo per definitivamente dominarlo. E tuttavia è, tuttora, non privo di fascino immaginare di poter spingere dall’interno (da posti chiave, raggiunti non per ambizione e massonerie arriviste, ma per un segreto e nobile anelito) le potenti ‘personalità giuridiche’ esistenti, fino ad attuare davvero i fini dichiarati dai loro statuti, pretesto della loro costituzione. È la prima società segreta che si conosca al mondo senza nessuna necessità d’organizzazione, non essendo soggetto beneficiario. Ogni membro è accolito e gerofante. A sua discrezione e a suo rischio può insignire degli astratti titoli di ‘Principe del Risanamento’ e di ‘Cavaliere Astuto’. Non c’è gerarchia, non ci sono ordini, cariche e processi. Nessuno sa come si diffonda, dove serpeggi, dietro a quale gesto d’associazioni, di chiese, di consigli e parlamenti operi in maniera determinante o si areni.
Se sia cresciuta o morta sul nascere, lo ignoro. Ma certo è che, tra il salotto e la camera da letto, incontrai tante belle intelligenze da rendermi un inspiegabile mistero come la società, nel suo complesso, possa esser cosí stupida, come possa passivamente soccombere a ogni vessazione e l’individuo, per sottrarsene, non trovi altre risorse che industriarsi a mascalzonare.
Cercavo ancora una logica che autorizzasse l’ottimismo per il futuro, malgrado il fallimentare disegno della storia, quando giunse il carnevale e i miei amici approntarono una festa. E mentre la rossa Loretta sfilava il maglione, accaldata dal ballo, e ora lo protendeva davanti alla sua testa come un tunnel per privati sogni, mi ci affacciai e le dissi: “Ho fretta di consumare la vita”. Nella gialla luce che traspariva, fermò un lampo blu dei grandi occhi; e sgusciò sbuffando, colta da esagerati effetti del caldo.

 

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Facile: richiedilo a

samideano@hotmail.it

 

 

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IL PUPO di Gaetano Lo Castro

“…sono come marionette,
e il loro filo è la passione.”
(Rosso di San Secondo – Marionette, che passione!)

Una volta c’era, in un teatrino di marionette, un magnifico pupo.
Era un pupo di legno, rivestito da un’armatura di latta scura con scudo e spada, col capo coperto da un elmo con un lungo cimiero. Era un paladino forte e fiero.
Egli faceva parte d’uno dei non tanti rimanenti teatrini di marionette siciliane. Lui e gli altri pupi della compagnia venivano fatti esibire spesso in spettacoli per piccoli e grandi nelle piazze, nelle scuole, nei teatri. Il proprietario del teatrino era un puparo che praticava la propria professione con molta passione. Da parecchie generazioni la sua famiglia si tramandava di padre in figlio l’arte di fare marionette, di manovrarle per mezzo dei fili, di farle parlare tramite la voce umana. Il puparo amava ciascuna sua marionetta, e ne aveva cura come di una creatura.
Ma questo pupo purtroppo era molto infelice. Forse era un pupo particolare. Forse aveva qualcosa di anormale. Perché ciò che causava la sua sofferenza, ciò che angustiava la sua esistenza, era qualcosa che ha da sempre fatto parte della natura d’una marionetta: i fili. Quei fili sottili che gli facevano muovere le braccia, le gambe, la testa; quei fili tiranni che dirigevano i suoi gesti e le sue azioni; quei fili insopportabili che impedivano la sua indipendenza. E poi pure quella voce non sua, che parlava per lui, e che esprimeva pensieri non suoi. Era troppo.
Guardava i suoi simili con invidia, perché vedeva che invece per loro non costituiva un tormento tutto questo. I fili erano per loro legami normali ai quali non si fa caso, come per i cavalli le briglie, come per i cani i guinzagli. Egli perciò pensava d’avere qualcosa che non andava, e si domandava se era un povero pupo pazzo, si chiedeva se era una misera marionetta matta. Ma era come gli altri all’apparenza, perché se la teneva dentro questa sofferenza, e così nessuno ne veniva a conoscenza.
Aveva a volte voglia di togliersi d’addosso gli odiosi fili, e quindi fuggire. Non sarebbe stato tanto difficile defilarsi senza farsi scoprire. Però c’era una cosa sola che glielo impediva. Lui aveva anche un altro filo, che lo tratteneva al teatrino. Era un filo invisibile e impalpabile, che legava il suo cuore a un’altra marionetta. Amava la bella ancella, una marionetta mulatta. Si era innamorato del suo bel volto color cioccolato, coi capelli crespi e neri, cogli occhi di giaietto. Lei di questo suo sentimento ardente non ne sapeva niente. Lui nella tenzone di guerra era temerario, ma nella tenzone d’amore era timido. Il suo corpo era di legno duro, ma il suo cuore era tenero.
Una sera, dopo uno spettacolo molto applaudito, i pupi erano stati riposti dal puparo nel magazzino. La giornata era stata intensa ed essendo affaticati si erano in breve addormentati, immergendosi ognuno nei propri sogni. Dai vetri della finestra la luce lunare illuminava in minima parte l’ambiente semibuio e ingombro di pupi appesi alle pareti, di attrezzi, costumi, scenografie varie.
Lui non dormiva, ma osservava assorto la luna, lontana e leggera. D’un tratto nel silenzio sentì qualcosa, e gli parve di vedere delle ombre muoversi. Quindi udì un bisbiglio giungere da un angolo del magazzino. Si sganciò dalla parete e si lasciò cadere senza far rumore sopra un sipario ripiegato. Si avvicinò e intravvide due marionette intente a confabulare. Una era il mercante d’oriente, l’altra l’ancella mulatta. Il suo cuore subito sussultò.
“Hai fatto bene a parlare e aprirmi il tuo animo.” mormorò il mercante.
“Il mio cuore è pieno d’amore. Non potevo più tenermelo dentro.” sospirò l’ancella.
“Farò tutto quello che posso affinché tu sia felice.” le promise il mercante.
“Oh, io ero sicura che non mi avresti delusa.” gli sussurrò l’ancella.
Lui sentì dentro il petto come se si spezzasse qualcosa. Una rottura molto dolorosa. Si avvicinò alla finestra. Cercò di strapparsi i fili di dosso, ma non ci riuscì. Per liberarsene dovette togliersi la spada, lo scudo, l’elmo, e spogliarsi di tutta l’armatura. Si sentì un pupo nudo. Ma meglio nudo e libero, che vestito e legato. Accatastò alcune casse, ci salì sopra, aprì la finestra e saltò fuori.

In cerca di cibo nei cassonetti un cane fiutava i rifiuti. D’improvviso s’immobilizzò, drizzò le orecchie e scrutò l’oscurità. Avanzò sul marciapiede la marionetta, osservata con ostilità. Si fermò nel chiarore d’un lampione e fissò il cane con curiosità. Un ringhio intimò allo strano intruso di tenersi alla larga da là.
“Guarda che io non intendo invadere il tuo territorio.” lo rassicurò il pupo.
“E allora cosa cerchi?” chiese il cane.
“Ti sei liberato del guinzaglio e sei scappato dal padrone?” domandò lui con ammirazione.
“Se vuoi davvero saperlo, io non l’ho mai avuto un padrone.” rispose il cane. “E se l’avessi non sarei certo così scemo da scappare.”
“Ma dunque non conta niente per te la libertà?” esclamò la marionetta.
“Libertà per me significa fame e solitudine.” disse il cane con afflizione.
Il pupo lo fissò per un po’, poi continuò il suo cammino. Il cane randagio seguì collo sguardo la marionetta senza fili, finché sparì di nuovo nella notte.

Nella sabbia della spiaggia lasciava lievi impronte. Sedette sul bordo d’una barca capovolta. Alta e luminosa la luna era sospesa sulla nera distesa marina. La marionetta rimase a meditare, mirando l’immenso mare.
D’un tratto fu distratto da un rumore che s’avvicinava, sinché scorse un’imbarcazione. Un vecchio barcone a motore senza illuminazione. Arrivò a riva e riversò sulla battigia uomini, donne e bambini. Erano sporchi e spossati. Si guardarono intorno spaesati.
Un ragazzino si accorse del pupo e se lo prese. Sul suo triste viso sorse un sorriso. Il pupo lesse negli occhi adesso raggianti del ragazzino l’aspirazione a una vita migliore di quella dalla quale la sua famiglia era fuggita. Ci lesse il desiderio di libertà dalla povertà.
All’improvviso la gelida luce di alcune torce elettriche spazzò la spiaggia buia. Subito tutti cominciarono a correre come pecore sbandate. Al ragazzino clandestino cadde di mano la marionetta. Egli fece per fermarsi a raccoglierla, ma la madre lo trascinò via.
“Alt, polizia!”
Parecchi agenti bloccarono gli immigrati. I più piccoli piansero spaventati. I poliziotti portarono tutti via. In riva al mare ritornò il silenzio.
Il pupo si rimise seduto sulla barca. Provava una profonda tristezza. Si chiese se in questo mondo esistesse qualcuno che fosse davvero libero. Forse nessun essere possedeva la vera libertà. Marionette, animali e uomini avevano ognuno i propri fili, visibili e invisibili. Gli uomini erano quelli che ne avevano di più: fili elettrici, fili telefonici, fili televisivi, e anche tanti altri invisibili. Guardò il cielo pieno di belle stelle. Ma poi forse lassù…
Si sollevò e cominciò a camminare sulla riva del mare. Nel petto sentiva una tensione. Si accorse che il filo che legava il suo cuore all’ancella non s’era spezzato come credeva. Anzi, più lui s’allontanava da lei, più il filo l’attirava a lei. Era un filo elastico. Più fra loro cresceva la distanza, più lui sentiva la sua mancanza.
Si arrestò. Ma dove stava andando? Si guardò intorno: buio e silenzio. Sentì tanto pesanti la sua solitudine, la sua nudità, la sua mancanza d’identità. Si sentì mancare la terra sotto i piedi. Stava per precipitare in un baratro mortale, ma lo trattenne un filo provvidenziale, che gli impedì di caderci dentro. Quel filo legato al suo cuore fu per lui come una corda d’alpinista, una corda di sicurezza. Quel filo era la salvezza. Quel filo era la vita.
Si voltò e tornò indietro.

L’oscurità della notte andava già dissolvendosi nel chiarore dell’alba. Arrampicandosi agile al tubo pluviale il pupo arrivò nella finestra, entrò dentro, scese dalla catasta di casse e fu nuovamente nel magazzino. Le marionette erano ancora addormentate. Lui indossò rapido la sua armatura, l’elmo, lo scudo, la spada. Era di nuovo a casa.
“Paladino, si può sapere dove ti eri cacciato? T’ho cercato invano dappertutto.”
Il pupo sussultò. Si girò. Era il mercante d’oriente.
“Senti, ti devo parlare di un affare molto importante.” riprese il mercante.
“Ti ringrazio, ma non desidero comprare niente.”
L’aurora incominciava a illuminare l’ambiente.
“È un affare di cuore.” continuò il mercante. “Si tratta dell’ancella mulatta.”
Un raggio lambì l’armatura di latta.
“Lei e io abbiamo avuto un colloquio, in cui m’ha confidato il suo amore…”
Il sole sorse con ardore.
“…per te.”
Era nato un nuovo giorno.
“E io le ho promesso che avrei fatto tutto il possibile per aiutarla.” aggiunse il mercante d’oriente.
Un giorno splendente.
In quell’istante apparve la bella ancella. Lui l’abbracciò con slancio e la baciò. I fili delle due marionette si mischiarono. Anche gli altri pupi della compagnia comparvero, e li circondarono. Divertendosi assai assistettero allo spettacolo della coppia che, più cercava di districare i fili, e più questi si aggrovigliavano.
Alla fine applaudirono ridendo le due marionette, strettamente avvinte l’un l’altra.
E felici.

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I PENSIERI SONO COME I FOTONI, di Ornella Mamone Capria

Ispirata dall’articolo ” Lo spazio e il sublime” di Giuseppe Campolo
MIA RIFLESSIONE
Il pensiero genera materia poiché esso è materia? L’articolo mi invita a fare una digressione non filosofica né scientifica sul pensiero.
Il pensiero potrebbe avere massa, occupare spazio e non solo possedere energia. Per quanto riguarda lo spazio esso dapprima è inscritto nella nostra mente (e potrebbe rimanerci per sempre), poi esprimendosi fuoriesce da essa e diventa estendibile, addirittura gestibile da altre menti, in poche parole appena si trasmette diventa matrice inscritta nei movimenti e nei gesti del nostro e dell’altrui corpo, cioè acquisisce massa e peso.
Massa intesa come quantità intrinseca del pensiero e Peso inteso come grandezza vettoriale che varia da punto a punto del nostro spazio e allo stesso tempo forza con cui si attirano altri pensieri.
Quando il nostro corpo reagisce al pensiero esso risponde alla teoria sulla relatività generale di Albert Einstein infatti l’effetto della sua massa diventa responsabile della curvatura del nostro spazio/tempo e non solo… ma l’azione derivante della gravità dei nostri gesti buoni o cattivi dipende dalla densità e dal flusso di energia e dell’impulso con cui viene curvato questo spazio/tempo.
La realtà curvata dallo spazio e dal tempo è quindi il riflesso dei nostri pensieri. Pensare positivo significa aiutare a dare alla curva frequenze e vibrazioni che entrano in sintonia con il bene comune. Pensare positivo significa neutralizzare l’egoismo, l’ipocrisia, l’invidia, la gelosia, l’egoismo che è in ognuno di noi.
Prima che i neutrini, che forse formeremo di noi dopo la morte, prima di viaggiare alla velocità più grande della luce nell’infinito dilatato, prima di lasciare questo tempo/spazio rallentato o accelerato, allungato o accorciato, sforziamoci a pensare il bene poiché, riformulando un’immagine dell’articolo, i pensieri sono come i fotoni, disegnano la realtà in colori oltre l’ultimo grano di materia oscura che incontriamo.

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INCONTRI di Giuseppe Campolo

(da “L’amore occulto”)

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NOTRE DAME di Alfonso Luigi Marra

Ormai è certo che uno di questi giorni – forse prima che i neonati vedano il tempo dei primi passi, al limite dei banchi d’asilo, ma certo molto prima che Notre Dame possa essere ricostruita – l’Europa, le Americhe, il mondo intero, le genti tutte, inizieranno ad essere arsi dagli incendi globali figli delle temperature roventi e della secchezza dei venti, o strappati da terra dagli uragani, o travolti dalle alluvioni e dalle onde del mare… Ma immaginare che non ci sarà futuro è una cosa che tutti continuano a non voler fare. Tutti invece si aggrappano a questo peraltro misero presente rinunciando a priori alle possibilità di salvarsi. Perché la catastrofe si può ancora fermare.

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SCHIAVITÙ FISCALE di Alfonso Luigi Marra

SCHIAVITÙ FISCALE, SOTTO MENTITE SPOGLIE DI NUOVA LEGGE FALLIMENTARE (DL del 12.1.2019, n. 14, in vigore dal 15.8.2020)

Nel mentre che tutti parlano d’altro, hanno promulgato una nuova, chilometrica legge fallimentare che è in realtà una delle solite norme la cui lunghezza e cervelloticità servono ad occultare il punto cruciale: un sistema di ‘allerta’ fallimentare funzionale alla distruzione, a favore delle multinazionali, di tutte le medie e piccole aziende, anche agricole, e dei milioni di posti di lavoro che esse ancora garantiscono.
‘Allerta’ che, a mio avviso, riguarderà presto anche i professionisti e i semplici consumatori.
Sistema di ‘allerta’ in virtù del quale, in sintesi, appena un’azienda ha un debito fiscale o bancario, la banca e il fisco addirittura DEVONO lanciare un’allerta che fa scattare la procedura fallimentare. Procedura che culminerà sì, proprio come prima, nell’eliminazione dell’azienda in presenza peraltro di un regime sanzionatorio ancora più grave di quello vecchio, ma che – evviva evviva! – non si chiamerà più fallimento, bensì dichiarazione di stato di crisi.
Una sistema che, peraltro, non si applica alle banche, alle finanziarie ed insomma a tutte quelle grandissime entità economiche a cui andrebbe invece applicato.
Una legge che, se fossimo l’Irlanda, l’Inghilterra, la Germania – Paesi dove cioè le tasse sono basse o sopportabili e lo Stato ti dà in cambio qualcosa – e se fosse diversamente formulata, potrebbe anche andare, ma che, considerando come siamo messi, avrà il calcolato esito di lasciare in campo solo le multinazionali.
Una legge che riguarda anche i semplici consumatori e professionisti che però, per ora, non sono soggetti all’‘allerta’, ma solo perché la cupola ha bisogno di qualcuno che la sostenga o almeno non vi si opponga, ma che, a mio modesto avviso, al momento ‘buono’, verrà estesa dapprima anche ai professionisti e poi ai consumatori. Sicché il controllo della società attraverso lo strumento fiscale sarà completo.
Questo mentre tutti sanno che i tributi sono illeciti stante il signoraggio ed io – seguito solo da quattro sia pur affettuosissimi gatti – mi accingo a notificare le citazioni contro il Governo per la condanna alla restituzione dei tributi pagati negli ultimi dieci anni e la declaratoria delle loro non debenza, stante l’incostituzionalità delle norme che li prevedono dato il signoraggio; e contro la Banca d’Italia (BI) e la BCE, per la condanna al pagamento di una somma pari all’importo del debito pubblico diviso per il numero degli italiani (32 mila euro circa).
Si tratta di cause collettive, praticamente senza costo per il cittadino.
Chiunque vuole far valere questo sacrosanto diritto può chiedere il modulo di adesione presso il mio studio:
80143 Napoli, Centro Direzionale G1
tel: 0817879166; mail: studio@marra.it

 

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UN CHICCO DI RISO, DUE CHICCHI DI RISO di Lucilla Trapazzo

(Pensieri sparsi – scritti durante “Counting the Rice” – performance pubblica ideata da Marina Abramovic – Centre d’Art Contemporain di Ginevra – maggio 2014 – design di Daniel Libeskind)

Mi sveglio alle cinque, il viaggio in treno da Zurigo è lungo. Per più di tre ore la Svizzera scorre e prende forme diverse al di là del finestrino, l’azzurro dei laghi, il viola delle montagne, distese di erba e di fiori che esplodono. Ginevra odora di Francia e cannella, la lingua si scioglie sui denti. Il Centro di Arte Contemporanea è un enorme cubo grigio di calcestruzzo inaccessibile, ne percorro tutto il perimetro prima di trovare l’entrata.

Sono tra i primi ad arrivare. Ci fanno indossare un camice bianco, asettico. Mi tiro su i capelli. Come me, gli altri arrivano e sembrano sperduti. La voce di Marina Abramovic ci accoglie, ci racconta visioni e ci accarezza illustrando il progetto. Per le prossime sei ore ci aspetta un sedile di legno spartano, un mucchio di riso e lenticchie, nient’altro.

Mi guardo intorno, cerco un posto che sia giusto per me. Ho bisogno di luce, voglio sentire il mio posto vibrare. Sul tavolo riposano i grani di riso e di lenticchie, un foglio di carta e una penna. Ho sei ore per dividere e contare. Tocco i chicchi con le mani, quelli bianchi e quelli neri, attendo una connessione sensoriale, un metodo. Separerò i colori, ho deciso. Il nero mi afferra lo sguardo. Comincerò col contare le lenticchie. Divergono in forma e sfumature di colore. Mentre divido il bianco dal nero, noto che molti chicchi di riso sono spezzati. Cosa fare con i chicchi spezzati? Poi, ci penserò poi, ora conto solo le lenticchie.

Il senso è nel gesto: 1-2-3-4-5-; 10-20-30-40-50; 2×50; 5×100; 2×500… i numeri sono qui, esatti e finiti, divisi a mucchietti sul tavolo.
Le mie mani sono vanghe ed aratri, e lavorano insieme. Non sono io che le muovo. Sono diventate un’entità a sé stante. Una – la sinistra – divide, mentre l’altra – la destra – conta.
Solo questo accade, la conta. Non ci sono assoluti, non ci sono metafore, né profondi significati filosofici. Il riso è riso, le lenticchie sono lenticchie e io ne conto ogni grano, in francese e in inglese e il tempo trascorre.

La mia mente ha bisogno di ordine e geometria. Lo spazio si allarga e improvviso mi accade l’odore del legno, inspiro più a fondo e lo accolgo. In modo automatico divido le lenticchie in piccoli mucchi da cinque e da dieci, poi da cinquanta e da cento e per ultimi creo i mucchi da mille. Ecco il mio ordine, l’armonia dei numeri apre la mente.

Ho detto no alle metafore, ma curiosamente non smetto di pensare alla Cina -abbastanza banale – mi dico. Non penso alle stelle, agli atomi, alle monadi, né ai grani di sabbia, penso ai contadini cinesi, alle loro spalle ricurve nei campi inondati, alle loro mani che lavorano fino alle piaghe per una tazza di riso, forse più profumato di questo.

Costruisco autostrade sul tavolo e vi lascio scivolare attraverso le mie pile da cento. Le ore si accumulano insieme alle pile. All’improvviso ritorno alla mia lingua d’infanzia, ora conto solo in italiano. Sono immersa così tanto in questi numeri, in questo calcolo che i miei occhi percepiscono gli errori della mano prima che la mente li registri. La mente smette di pensare e si abbandona a questa forma elementare di meditazione attiva. Ho bisogno di ridurre lo spazio, divento più piccola e stringo le braccia. Sono arrivata a duemila lenticchie.

Uno stormo di uccelli fuori della finestra cinguetta e all’improvviso rompe il silenzio della stanza. Sono confusa e fremente, mi sveglio. Sento l’urgenza frenetica che monta, comincio a vedere la fine dei granuli neri, gli istanti che corrono. Voglio finire al più presto con le lenticchie, voglio, voglio cominciare subito a contare il riso. E poi voglio giocare, voglio mescolare tutto di nuovo, voglio disegnare e scrivere frasi coi grani di riso.

Ecco l’ultima lenticchia. Sono arrivata finalmente al mucchio di riso. Decido di contare anche i chicchi spezzati, purché non siano troppo piccoli. In questa situazione, in questa performance con camice bianco e silenzio, posso considerare etico contare i chicchi spezzati? Come decido quando sono troppo piccoli per essere contati o abbastanza grandi da non essere scartati? La mente è un ginepraio di domande.

E all’improvviso mi arriva il pensiero. Comprendo e rido. Non ha alcuna importanza! È solo il processo in cui sono immersa che conta, qui e ora. È esilarante questa epifania, mi rende libera. Sono solo io, qui – ora, in questo spazio, seduta a contare, da sola eppure connessa con gli altri, quelli che come me contano in silenzio con gli occhi abbassati e quelli che in modo clandestino sono entrati e ci osservano, e anche con questi sedili di legno e con questa stanza dalle grandi finestre e oltre, con gli uccelli che ancora cinguettano e con lo spazio, lo spazio, la luce. Siamo qui, come questi chicchi di riso insieme e divisi. Una moltitudine di grani differenti.

Il tempo non ha più dimensione. Contare diventa leggero, semplice, veloce. Quel che importa è soltanto la gioia e questo nuovo pensiero.
Io – sono – questo.
Sorrido e conto, io conto.

Lenticchie: 2584
Riso: 6504

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L’ESPERANTO IN ITALIA di Carlo Minnaja

Carlo Minnaja è uno degli esperantisti più noti. Matematico e storico, di cultura umanistica, egli è autore di numerose pubblicazioni, fra cui – impegnativo volume –  una storia della letteratura esperantista “Historio de la esperanta literaturo”, scritta in collaborazione con Giorgio Silfer, altro geniale eclettico autore e organizzatore.
Carlo Minnaja firma anche un prezioso vocabolario italiano-esperanto.
Il libro che qui proponiamo, che si può scaricare o leggere online in italiano, è un panorama oltremodo interessante. Si scopre presto che ne sapevamo poco e che sull’Esperanto e il suo evolversi ci sono tutt’oggi in circolazione tante idee false o sbagliate.

Lo trovate qui

 

 

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