SAMIDEANO SI RACCONTA

L’ULTIMA AVVENTURA
Riconosco a malapena – e con riluttanza – i contrassegni temporali di ieri, oggi e domani. Credo invece che sempre sia oggi. Ma non contrariatevi: vi prometto che, quando avrò finito di tracciare le linee generali, spulcerò il mio pc e vi consegnerò anche le date; so che alcuni ci tengono, ma io non ne ho mai granché capito l’importanza, e soprattutto le date (specie quella di nascita) mi disturbano, mi annoiano, mi torturano persino. E devo aggiungere che anche il ruolo dello storico, sacerdote della realtà oggettiva, non mi si addice affatto e mi affatica. Spero almeno sia utile.
Ieri mi convinsi che condividevo con la maggior parte della popolazione l’aspirazione profonda all’armonia sociale, malgrado sembri negarlo la conflittualità che regna a ogni livello, sostanzialmente indotta da un assetto ancora barbaro della società.
Il difficile è trovare il passaggio a nord ovest per aggirare questo continente consolidato della realtà che ci opprime, e della quale occorre una circumnavigazione totale, nelle menti in cui si è concretata la convinzione che la violenza, la coercizione, l’appropriazione, la competizione e la dialettica delle forze contrapposte sia un dettato immutabile e inamovibile di provenienza strutturale; e che gli ideali appartengano agli scemi, i quali nulla comprendono, e ai disadattati, che magari capiscono come va il mondo ma non sono attrezzati per scendere nell’arena.
Per un ribaltamento estremo dei fantasmi insediati, e quasi fusi, in loco delicato, la mente, occorre una leva non dura e non affilata. Desolato di non trovar leve e punti di appoggio di tal genere, ero in preda allo stesso sgomento di quando mi fu dato conoscere gli esiti oscuri delle rivoluzioni, a cui alcuni attribuiscono cause di progresso, consolandosi quand’io ne traggo disperazione.
Forse di leve dolci e possenti ce ne sono tante e il difficile è riconoscerle. Io alla fine riconobbi l’Esperanto. Diventai Samideano; e cominciò l’ultima mia avventura e il tempo presente.

L’AFFASCINANTE ROMANZO
Dell’esistenza dell’Esperanto mi ricordai per caso, quando decisi di mettere a dura prova la mia capacità inventiva, proponendomi di far diventare un unico e organico romanzo testi eterogenei, provenienti da menti che si erano sviluppate in ambienti culturali diversi. Intendevo sperimentare al contempo la disponibilità di artisti, solitamente gelosi del loro copyright, a creare assieme. Occorreva lanciare una sfida agli autori d’ogni dove, e non vedevo come fare se non con un concorso. Ma come diffondere il bando nelle varie parti del mondo? A quel punto mi sovvenni dell’Esperanto. Scrissi all’allora presidente della Federazione Esperantista Italiana, Renato Corsetti, che non conoscevo affatto. Ci incontrammo nel ristorantino della stazione di Cassino, dove chiacchierammo mangiando pasta e fagioli. Egli aveva portato con sé l’inseparabile Amerigo Iannacone, eminente esperantista, editore, prolifico e finissimo scrittore e poeta, della cui collaborazione disinteressata e specialissima ho potuto poi godere, nel mentre che la nostra amicizia diventava profonda, finché la sua laboriosa vita non fu recisa in un lampo dal caso, su un passaggio pedonale. Per un anno rimasi stranito, svenato. Con lentezza, come convalescente quando primavera non giunge ancora, mi risollevo.
Dunque, ai miei due interlocutori piacque il mio progetto e si dichiararono disposti a sostenerlo e diffondere il necessario concorso attraverso i canali esperantisti. I testi che sarebbero giunti in esperanto li avrebbero celermente tradotti una dozzina di volontari esperti, essi compresi, che oltretutto mi avrebbero assistito per la corrispondenza, giacché ancora non avevo intrapreso lo studio della lingua. Il romanzo, pubblicato dapprima in italiano, è stato successivamente tradotto e pubblicato in Esperanto. Questi sono i letterati che hanno assunto l’estenuante compito: Enrico Brustolin, Renato Corsetti, Silvia Garnero, Amerigo Iannacone, Gigi Montalbano, Nicola Morandi, Sergio Maria Pisana, Nicolino Rossi, Graziano Ricagno, Silvio e Alessandro Stoppoloni, Luciano Viviani. Nell’ambito esperantista, lo constatavo e ne ho prove continue, è sorprendentemente vivo lo spirito generoso di lavorare per uno scopo che trascende il lucro, con sacrifici di tempo e fatica che non importa se resteranno anonimi. Renato Corsetti non ha mai smesso di soccorrermi in ogni momento, e ho potuto conoscere la forza psichica e morale di un uomo pragmatico e che punta dritto al suo obiettivo come un ago magnetico. Mai avevo visto uno così. Un eroico stratega.
Avevo dunque trovato dei miei simili!
Samideano (amico della stessa idea) consueto sinonimo di esperantista, fu sostantivo che mi affascinò subito, tanto da indurmi a farne il personaggio protagonista del romanzo e, alla fine, assumerlo come mio nome d’arte per firmare il libro. Mi ci affeziono sempre più, caricandolo di significati e affidandogli sognanti fantasie; ma è alquanto rimarchevole che sempre più persone in esso mi riconoscono e Sam, come nel romanzo, mi chiamano affettuosamente.

Questa che segue è stata la provocazione, divenuta poi parte integrante del libro, agli ignoti probabili autori, all’interno del bando del concorso denominato “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?”, titolo poi del libro. (qui il sito di allora)

Molti anni fa, quando ancora il web non signoreggiava, mi giunse un ciclostilato curioso e interessante. Era firmato da un certo Bosco Nedelcovic. Esprimeva una filosofia della libertà individuale ampia, fuori dagli schemi, ma affascinante per una certa rispondenza a un anelito confuso, prepotente e frustrato che scalpitava nel mio animo giovane. Traspariva una comprensione psicologica non comune e proiettava il miraggio di una società utopica di profonda e reciproca comprensione fra gli esseri. Certo non poteva tratteggiare ogni aspetto del vivere civile in poche pagine; e dunque qualche interrogativo lasciava. Perciò decisi di scrivergli, per formulare alcune domande e, mi ricordo, per enunciare quel che ognuno di noi avrebbe dovuto pagare di lacerazioni psicologiche all’uguale diritto degli altri di accedere a ciò che egli indicava, con mia grande partecipazione, come riconfigurazione sostanziale dello spazio soggettivo.
La risposta arrivò, abbastanza repentina. Non era proprio Bosco a scrivere, ma una giornalista che trovava le mie osservazioni di ‘particolare sensibilità’ e pertanto voleva conoscermi. Non riuscii mai a capire se Nedelcovic fosse un personaggio inventato dalla stessa Sandrina Ognali, al fine di svolgere una ricerca sociologica, oppure, come disse lei, un autentico signore slavo, che aveva soggiornato per un breve periodo in Italia e che ella aveva avuto la gioia di conoscere e da cui aveva ricevuto i contatti, tra essi il mio, e gli incartamenti, prima che ripartisse. Quale influenza abbia esercitato sulla primaverile mia mente e sul modo di sentire, la frequentazione di tale serenissima signora, è una storia lunga, delicata e complessa, anche se non posso affermare sia un’altra storia, come si usa dire quando si vuol tacere. È un intreccio che ancora dipano nel brusio non so di quanti e quali piani della psiche. Mi domando se mai Bosco sia ritornato. Se ancora adepti, o illuminati che qui abbia lasciato, coltivino come me una nostalgia di quella società che egli credeva possibile e che, di là dell’unico esempio della giornalista, non ho mai, in nessun altro umano, visto comparire. E piuttosto constato come le libertà degli individui siano sempre piú in contrasto, e dunque di segno opposto, a quelle da Bosco proiettate. Forse Bosco Nedelcovic era pseudonimo coniato, cosí oso credere, da colei che m’insegnò a slacciare interne tensioni e che forse è ormai per tutti perduta. Oppure egli era un profeta inascoltato, che poi si volse a vita ascetica. La scomparsa di entrambi mi lasciò alieno; e fu come la dichiarazione universale che, per noi, qui, non c’è speranza. Ed è, questo, come tutti sanno, luogo di violenza e degrado. Pessimismo che lacera radici di vita e contro il quale eccomi ancora a combattere. Qualche volta, arrivando a dubitare dei passati accertamenti, torno a bussare alla porta di Sandrina. E trovo sempre incomprensibile che nessuno la ricordi, come inaccettabile che mi dia la stessa disperazione. Vorrei poter dire: Bosco Nedelcovic non ci ha mai lasciati o, al peggio, è tornato. Vorrei poter andare sulle tracce della sua identità e del suo insegnamento. Se qualcuno avesse conosciuto Bosco o Sandrina, o ne avesse udito parlare, non me lo taccia ancora. E chi dovesse custodire anche una sola frase a loro attribuita, graziosamente me ne renda partecipe.
samideano@hotmail.it

Arrivarono, numerosi, lunghi racconti, dando molto lavoro ai traduttori. Alla fine scelsi i lavori più fantasiosi. Vi tessei intorno e dentro, senza alterarli, e permettendo al lettore di capire (quando ciò non disturbava la narrazione, ma sempre concordando con lo scrittore), per differenza grafica, dove aveva messo le mani Samideano.
E non dirò mai abbastanza bene degli autori che collaborarono, e con cui ancora oggi fraternizzo. È stata gioiosa esperienza creativa di due anni. Un lavoro massacrante e bello! Ne venne fuori un “affascinante romanzo”, come scrisse il critico Anna Maria Crisafulli Sartori, che allora conoscevo appena e ora mi gratifica della sua affettuosa amicizia, fino a essere una dei fondatori di Sicilia Esperantista. “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?” dipana un’eretica realtà estesa in più mondi, di cui talvolta descrive originali scenari psicologici, fisici e metafisici. (Presentazione a Palermo)

GLI ESPERANTISTI SON CAVALIERI
Come quasi tutti, ho studiato a scuola inglese e francese; ma, come pochi, con scarso profitto. Sprovvisto di buona memoria, non volevo che parole straniere affollassero la mente, disturbando la buona gestione della lingua madre, che è musica e danza. Ed è come pensate: brutta sindrome illusionale mi possedeva, contro cui ora lotto, in favore dell’Esperanto, con successo che potrebbe essere migliore. E mi logora, come tutto ciò che è mediocre.
Le relazioni internazionali che mi aveva fruttato oltre ogni aspettativa “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic? / Kiu konis sinioron Bosko Nedelkoviĉ?”, pubblicato nelle due lingue, erano diventate così complicate, dovendo ricorrere agli amici traduttori, e alla fine tanto mortificanti, che dovetti capitolare: m’inginocchiai a Zamenhof, con la mente, come un pellegrino bisognoso e implorante. Tuttora un fluttuante lessico turbina e mi confonde. La lingua facile mina la mia sicurezza; è difficile tuffarmici dentro e farmi permeare il pensiero, la personalità, la coscienza; avventuroso, come lo credevo, il mio io teme la trasmutazione! Costretto ancora a tradurre me stesso, timoroso di affrontare la conversazione viso a viso, fuori della carta e senza dizionario. Una durezza mentale che mi stupisce e mi mortifica.
E così li capisco, capisco tutti coloro che, per sindromi simili, si sgomentano davanti al pc, per esempio, o all’Esperanto stesso, che andrebbe studiato preferibilmente da piccoli, a scuola, o meglio fra le braccia delle madri. Giacché di esso l’umanità ha assolutamente bisogno. Per sottrarsi ai domini culturali, per mettere fine alla babele.
Gli esperantisti sanno bene a quale mutazione del cuore induca chi afferra l’interna idea che all’Esperanto fa anima.
Gli esperantisti si domandano, al pari di me, perché mai una così evidente possibilità di fraternizzare fra i popoli non sia ancora esplosa e non dilaghi; perché, insomma, i milioni che perdono tempo in giochi inutili, che riecheggiano gli allarmi sociali e ambientali, contribuendo allo schiamazzo generale inoperoso e vile, non trovano gratificazione nell’apprendere una lingua ch’è speranza per tutta l’umanità. Più ancora, perché la gente più colta non afferra l’opportunità di elevare l’atteggiamento morale della società, proponendo ai propri figli lo studio della lingua, la cui genesi è storia anche affascinante, che affonda radici nei millenni. E perché i più intelligenti non si schierano dalla parte di chi si adopera per sanare, e trovano appagante sentirsi profetici per aver capito che la società si sfascerà, le nazioni confliggeranno, la finanza affamerà sempre più i popoli, l’equilibrio climatico collasserà e miliardi di persone moriranno. Perché mai la massa della popolazione vede chi propone soluzioni pacifiche come nemico o stupido? Forse perché osa chiedere responsabilità e impegno? La caratteristica umana più comune dunque è l’ignavia? La gente crede che l’unica cosa che può compensare l’opera è il soldo? Ma questa è proprio la mentalità dei servi! La decantata nobiltà del lavoro sta nel lavoro disinteressato, filantropico, lungimirante e saggio. Ed ecco perché, ai miei occhi, gli esperantisti sono dei cavalieri, che per definirli meglio ho chiamato “Cavalieri della Pace”. Senza spada, forsanche senza scudo.

LA CIVILTÀ DEL POI
La capacità degli esperantisti di organizzarsi è rilevante. Centinaia di migliaia, pochi milioni o tanti, non riesce appurarlo, costellano tutti gli angoli del pianeta di gruppi interconnessi, nutriti o esigui, di un’efficienza che non ha eguali. Maestri di squisite relazioni, dell’espressione cortese, attendono nel loro salotto o al tavolo da cucina il volenteroso che bussa per ricevere l’alba futura. Da cento anni quest’amoroso soccorso perpetua una specie preziosa e tenace, che lentamente cresce di numero, d’iniziative e consapevolezza. Mi ha commosso l’umiltà dei famosi e grandi, in lingua e arte: fui trattato come un loro pari, pur novello e bisognoso di tutto.
Un popolo amabile, una civiltà del poi in un mondo ignaro alla deriva.
Un nuovo ballo fa il giro del mondo in poche ore; in un minuto vien dichiarata guerra, per cui milioni di ragazzi sono pronti a morire.
Ma l’Esperanto – riconosciuto propedeutico all’apprendimento di altre lingue, perché miracolo di logica evidenza delle parti del discorso, semplicità grammaticale e geometrica costruzione sintattica, oltreché formidabile veicolo didattico di un alto ideale filantropico, accolto dall’UNESCO che fa da decenni appelli agli Stati affinché l’introducano nelle scuole – trova ministeri pronti a sollecitare i direttori didattici, ma senza fornir loro fondi. Nessuno si preoccupa di creare i professori di questa lingua, tranne le associazioni esperantiste, che non potranno fornire loro una cattedra a fine corso.
Da allievo a docente: volontario bussai nelle scuole. Più volte respinto, trovai una classe a Santa Teresa di Riva, appoggiato dalla maestra Maria Catena Miuccio, diventata poi esperantista; un’altra a Sant’Angelo di Brolo, dove la dirigente era ostile, ma i buoni auspici del sindaco, Basilio Caruso, per qualche anno mi trovarono spazio. Per quattro anni ho insegnato nella scuola media “Alberto Stagno D’Alcontres”, affettuosamente accolto dal signorile preside Angelo Cavallaro, poi dalla dirigente che gli succedette, Patrizia Italia, e sostenuto dalle professoresse, che con me hanno poi studiato la lingua, Rosalba Mancuso, Denise Cavallaro e Silvana Imbesi. Quest’ultima ne è diventata una buona insegnante. Dimenticavo: ho avuto una classe anche nella scuola media di Merì per un anno. I bambini apprendono con grande rapidità; dopo quattro o cinque lezioni, sono in grado di tradurre correttamente con l’ausilio del piccolo dizionario delle radici di Vassella e Corsetti. Credo di aver iniziato oltre 500 allievi. Tanti! Pochissimi per l’obiettivo di una lingua unica per tutti, libera per un’umanità libera. E soprattutto, con pena, mi domando quanti di essi lo coltiveranno: per lo più ci si adatta all’ambiente. Ed è l’ambiente che va cambiato.

CAMBIARE L’AMBIENTE
Gli esperantisti perpetuano sforzi generosi per la divulgazione della lingua universale e per il supremo obiettivo per cui è stata creata: la pace. Si tratta di un cambiamento culturale radicale, propedeutico a un livello di civiltà superiore.
A pensarci, poiché la guerra sembra così insensata e degna soltanto di orde barbariche, stupisce come ancora non sia debellata e non sia invalsa la generale consuetudine di discutere e concordare le decisioni per il bene comune. Deve esserci una ragione che va al di là degli interessi veri e propri, visto che in effetti nessuno in realtà alla fine se ne giova.
Sospettiamo che si attribuisca alle necessità di efficienza, ai fini della guerra, un benefico e irrinunciabile stimolo al progresso, e che la pace sia considerata noiosa e regressiva.
Deve esserci, mi dicevo, sia pure ancora nell’iperuranio atono e diafano, la giusta parola, la giusta azione che slacci il sacco in cui è rinchiuso e compresso Esperanto, impetuoso re dei venti. Quali orecchi fini possono udirne l’attutito fruscio melodioso?
Mi risposi subito: gli scrittori, i poeti, gente abituata a riflettere e creare nuove realtà mentali. E sapevo già come provocarli, invitarli, chiamarli! Diventai un organizzatore di premi letterari.
“Poesia da tutti i cieli”

Socio Onorario

Ed ecco assieme, in una Giuria, letterati di chiara fama, non solo esperantisti, alcuni dei quali considerati dei veri e propri geni, disposti a leggere e valutare centinaia di poesie che pervengono da tutta Italia e da ogni continente. Giuseppe Campolo (segretario), Renato Corsetti, Anna Maria Crisafulli Sartori (presidente), Amerigo Iannacone, Ella Imbalzano Amoroso, Carmel Mallia, Carlo Minnaja, Luigia Oberrauch Madella, Nicolino Rossi, Nicola Ruggiero. Le poesie pervenute in Esperanto, per renderle leggibili ai membri non esperantisti, ecco questo scalmanato tradurle man mano arrivano. I commissari ricevono da me un unico file con le poesie anonime numerate, in due colonne, i testi affiancati nelle due lingue. Gli esperantisti tra essi possono leggere l’originale in esperanto, oltre la mia traduzione, gli altri tutto in italiano. Un sistema di schede, alla fine affiancabili, mette in condizione me, autoescluso dalla valutazione, di sommare i voti e produrre la graduatoria da cui escono i vincitori. Migliaia, forse decine di migliaia, attraverso questo concorso, in Italia, apprendono qualcosa di più della lingua universale o addirittura per la prima volta ne sentono parlare; qualcuno decide di studiarla.
Premiazione, per i primi tre anni, in ottobre, nel teatro comunale di Sant’Angelo di Brolo; il quarto anno a Terme Vigliatore, nel salone del Parco Augusto, e nei cui appartamenti vengono alloggiati gli ospiti dall’Italia e dall’estero. Segnatamente i Cavaliere di Sicilia Perla Martinelli, di Spagna, e Carmel Mallia, di Malta. L’esito qui.
Poi il buco: ci fu sottratto Amerigo. Non so se si può intendere il mio smarrimento, il senso dell’inutilità di tutto. Non ne voglio parlare; non so quale forza mi ha obbligato a ricominciare.
Accade sempre che incontro qualcuno che mi soccorre quando ho una difficoltà o non ho la preparazione per risolvere un problema. E ora, la Provvidenza sa che mi occorre essere sostituito, almeno in parte? Aiutato.

RICERCA DEI SALVATORI
Chi, meglio dei poeti, potrebbe capire la squisita forza della corale richiesta della pace, attraverso il disegno poetico dell’Esperanto? Eppure nemmeno essi saranno i compositori per tale orchestra: sono degli adulti, con tutti gli obblighi, incombenze e stanchezze proprie di questa condizione.
Così come sono largamente schivate, da miseri e potenti, la fratellanza, la giustizia sociale, l’agiatezza diffusa, la collaborazione, è scansato l’Esperanto. Deve, dunque al più presto, entrare – e mi ripugna dirlo, ma confido nella sperimentata moderazione e saggezza dell’apparato scolastico – obbligatorio nelle scuole come seconda lingua, sin dalle elementari. E questa necessità sociale gli adulti possono capirla: essi, infatti, nell’educare ricorrono all’imposizione con dissimulato amore, quando è il mezzo più spicciativo ed efficace per ottenere un risultato d’importanza vitale. E qui, cari miei, nemmeno lo sfascio del clima si risolverà se non si costruisce un’armonia planetaria di cuori e menti. Non ne sentite l’urgenza?
Molte più persone, che i praticanti l’Esperanto, possono riconoscere facilmente il valore di una lingua non etnica, universale, ravvisandola nell’Esperanto, se non devono fare sacrifici personali. Ecco che così si concepisce un nuova e più ampia identità di esperantista: colui che desidera consciamente l’avvento dell’Esperanto e della pace che l’unificazione ideale dei popoli renderà obbligatoria. Oh, se questo desiderio diventasse universale! Sicilia Esperantista si informa a tale concetto, creando un ponte fra l’élite degli esperantisti veri e propri e tutti coloro che all’ideale esperantista si aprono, almeno con il cuore. Essi renderanno universalmente possibile, e conveniente a chi cerca suffragio, l’adozione dell’Esperanto nelle scuole.
Moltissime sono le Associazioni che sposano l’ideale di pace e giustizia che è pure dell’Esperanto. Se esse, una buona parte di esse riconoscesse e affermasse esplicitamente la cruciale importanza della lingua universale, esprimerebbero una tal forza vocativa che potrebbe somigliare a un ordine. Si proverà un efficace invito.

I PATROCINI
Avrete notato che questo nuovo sito de “I concorsi di Samideano” è alquanto diverso dal precedente, non soltanto per la grafica. Per esempio, non abbiamo chiesto nessun patrocinio. Non godiamo della vostra fiducia? Ci deve avallare qualcuno?

LE CITTÀ ESPERANTISTE
Basilio Caruso sindaco.
Per “Poesia da tutti i cieli”, dispose in mio favore l’uso gratuito del teatro comunale. Redasse la delibera, la propose alla Giunta che l’approvò: Sant’Angelo di Brolo “Città esperantista”. Seguirono Librizzi, Castroreale e Terme Vigliatore. Numerosi altri sindaci dei Comuni contattati erano ben disposti a tale delibera. Confortevole aver trovato donne e uomini molto colti, lucidi e animati dall’amore per la loro terra. Ero e sono convinto che un’area di Comuni Esperantisti abbastanza vasta possa attrarre l’attenzione e magari portare turismo esperantista e di curiosi d’ogni dove, con l’effetto che gli utilitaristi si destino e i giovani trovino una ragione pratica per imparare l’esperanto d’accoglienza. In effetti alcuni cittadini hanno seguito un corso per l’apprendimento della lingua.
L’impegno che mi avrebbe richiesto continuare il pellegrinare per le cittadine dei Nebrodi – pena che ben conoscevo – e le ingenti spese per andare e venire per un incontro frettoloso e non immediatamente risolutivo, superavano le disponibili forze finanziarie e fisiche. Tuttavia ritengo ancora sia strategia coadiuvante valida per l’obiettivo finale di indurre il governo a introdurre la lingua nelle scuole; pertanto ancora potrebbe essere perseguita in ogni Comune della Nazione, sol che ci fossero persone disposte a operare nella propria città, approfittando dell’esperienza che ho accumulato e offro.


ULTIMO PER ME,
ANCHE  QUESTO È UN ROMANZO
CHE SCRIVEREMO ASSIEME.
NON SULLA CARTA. NON PIÚ SULLA CARTA. E OGNUNO PUÒ ESSERE IL PERSONAGGIO CHE VUOLE.

 

 

 

SANT’ANGELO DI BROLO

LIBRIZZI

CASTROREALE

TERME VIGLIATORE

 

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IL PONTE DELL’ARCOBALENO di Gaetano Lo Castro

“Poscia passò di là dal co del ponte.”
Inferno (XXI, 64)

Una volta c’era un certo Giufà.*
Giunse al porticciolo della baia e guardò le onde ricce e more del mare arrabbiato. Il bambino abbracciò il suo fagottino, che conteneva tutto ciò che possedeva. Egli si sentiva spiato dal buio della sera. Era il suo cuore o il mare a far maggior rumore? Giufà guardò le ombre ciclopiche dietro di sé, da cui potevano sbucar fuori i suoi inseguitori. Invocò con la mente il nome del nonno e gli venne un nodo in gola. Al mondo aveva solo lui.
Il nonno anni addietro lo aveva portato all’orfanotrofio. Aveva giurato a Giufà che un giorno sarebbe tornato a prenderlo, per non lasciarlo mai più. Lo aveva stretto al petto, dicendo che passava lo stretto. Lui lì dentro si trovava male. Non era malmenato, ma nemmeno amato. A Giufà non piaceva giocare con i compagni. Era un bambino timido e solitario, sempre con la mente nelle nuvole. Era molto intelligente, ma gli altri lo credevano cretino, e lo prendevano in giro. Giufà soffriva, ma faceva finta di niente. Aveva un gioco magico e divertente. Per la gente non avevano un vero valore le parole. Esse erano per tutti gusci d’uova, vuoti e inutili. Invece per lui le parole erano perle, belle e preziose. Erano delle cose armoniose con cui giocare. Ogni singola perlina possedeva un suo suono e un proprio colore. Erano palline da incollare in collane colorate e scampanellanti. Così s’isolava e si divertiva a fare e disfare file di sfere di melodiosi e minuscoli arcobaleni. Intanto se ne andavano gli anni, e il nonno non tornava. Finché non ce l’aveva fatta più Giufà, ed era fuggito dall’orfanotrofio per andar a cercarlo.
Il bambino si avvicinò a una barca ormeggiata, sulla quale armeggiava un giovane in jeans e maglietta bianchi, al chiarore di una lampara.
“Per piacere, mi potresti portare dall’altra parte dello stretto?” gli disse Giufà.
“Tu non hai paura di Scilla e Cariddi?” disse fissandolo Angelo, il traghettatore.
I due nomi spaventosi fecero aumentare il rumoreggiare del suo cuore. Però voleva rintracciare a ogni costo il nonno. Il bambino prese dal proprio involto il solo soldino che possedeva e glielo porse.
“Portami al di là.”
“Per pagare si deve prima riuscire a traghettare. E con quei due non si sa mai. Ma speriamo che stasera stiano quieti e non diano guai.”
Angelo aiutò Giufà a salire sulla sua barca, slegò gli ormeggi e salparono. Il mare era furioso fuori della baia. La barca bucava il buio con la lampara. Il traghettatore affrontava le onde remando con abilità.
D’improvviso apparve loro davanti un violento vortice: Cariddi. Catturata dalla sua forza, la barca cominciò a caderci dentro. Il piccolo tentava di tenersi aggrappato alla sponda. Il suo fagottino finì fuori bordo e fu ingoiato dall’ingordo gorgo, gola gigantesca che cercava d’inghiottire pure loro. Angelo lottò contro Cariddi con tutte le sue energie. Finché riuscì a sfuggirgli. Lui e Giufà seguitarono ad attraversare lo stretto tempestoso e tenebroso.
Arrivarono vicino all’altra costa. D’un tratto qualcosa afferrò il piccolo al collo. Giufà gridò. Il giovane colpì col remo il tentacolo che tentava di tirarlo in mare, liberandolo. Ne spuntarono altri, ed emerse un mostro. Un’enorme piovra con tanti tentacoli: Scilla. Quella bestia abbrancò la barca come una conchiglia. Angelo diventò come un demonio. Sferrò con furia colpi di remo a destra e a manca. A lungo lottò contro la piovra. Poi riuscì a sciogliere tutti i tentacoli di Scilla, e lasciarla alle spalle.
Infine furono in porto. Era ormai l’alba. La traversata era durata tutta la notte. Il piccolo passeggero scese a terra. Si girò per ringraziare il traghettatore. Ma Angelo e la sua barca erano spariti.
Si guardò intorno. Vide lì vicino un cimitero. C’erano le vittime della piovra non divorate. Su una tomba vide luccicare qualcosa. Si avvicinò. Appesa alla croce c’era una collana con mezza medaglia. Somigliava a quella che egli portava al collo. Con le mani tremanti la prese e si tolse la sua. Le due metà formavano una medaglia con uno stemma: una testa di Gorgone contornata da tre gambe. Il bambino abbracciò la tomba del nonno e si mise a piangere.
Si mise a piovere. Poi pioggia e lacrime smisero e uscì il sole. Subito sullo stretto si formò un bellissimo arcobaleno. Un arco colorato che collegava le due coste come un ponte sospeso sul mare. Giufà guardò l’arcobaleno e un’idea balenò nella sua mente. Tornò nel porto, prese da una barca una corda e legò l’arcobaleno alla banchina. Salì sull’arco di luce iridata e lo attraversò di corsa passando su Scilla e Cariddi. In pochi minuti fu di nuovo sulla sua isola, nel porticciolo della baia. Saltò giù e ormeggiò l’arcobaleno anche di qua. Lo contemplò molto contento. Adesso il ponte era permanente. Ora c’era nella bella isola del sole il ponte più lungo del mondo. Il bel ponte dell’arcobaleno.
Di colpo si sentì stanco da morire. Salì su una barca, si distese e chiuse gli occhi. Fu come addormentarsi e dopo un po’ svegliarsi. Sentì che la barca si muoveva. Aprì le palpebre e vide un uomo che remava: il nonno! Non anziano e malinconico come se lo ricordava, ma giovane e giocondo. Con gioia Giufà si alzò e lo abbracciò.
“Sono tornato a prenderti e tenerti per sempre con me, come avevo promesso.”
“Nonno, ma ti sei messo pure tu a fare il traghettatore? Dove mi porti?”
Il nonno ridendo riprese a remare con levità nell’aria, navigando veloce nel cielo, traghettando il proprio nipotino nel porto del paradiso.
Nella patria eterna.

* Giufà è un personaggio letterario millenario della cultura popolare siciliana.

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“Peace Be Upon You, Davos” – antologia poetica edita da Rokiah Hashim – di Lucilla Trapazzo

Peace be upon You – korice
“Peace Be Upon You, Davos” – antologia poetica edita da Rokiah binti Hashim
(2019, ed. Dream Culture, Zagabria, Croazia)

17 poeti e 55 poesie, questi sono in breve i numeri di questa silloge in versi voluta fortemente dalla poetessa malese Rokiah Hashim. Già il titolo ne racchiude l’essenza ultima: pace e armonia come linguaggi propri della poesia, come mano aperta per accogliere la differenze e per cambiare il mondo. In questo momento storico di globalizzazione selvaggia e distruzione lenta, inesorabile, del nostro pianeta, di divario sempre più profondo tra ricchezza e povertà assoluta, di guerre, devastazioni e di nuovi oscuri nazionalismi, solo nel confronto con l’altro si diventa sé stessi. In un mondo in cui compassione e umanità sono diventate merce rara, in cui morte e sofferenza rimbalzano mille volte sulle pagine virtuali dei nostri telefoni senza più toccare le coscienze, “Peace be upon you, Davos” è una denuncia e nello stesso tempo un dialogo aperto, nel rispetto della diversità, nell’anelito accorato di pace e di amore che scorrono tra le parole e i versi.

Le opere proposte sono espressione poetica di coscienza universale ma anche manifestazione di istanze personali, umane, intellettuali. Distinte nel linguaggio eppure vicine nell’espressione del sentire, le voci poetiche che compongono questa antologia provengono da storie individuali e percorsi artistici multiformi, da culture, lingue e aree geografiche differenti. Avvicinate l’una all’altra, le singole sezioni si fanno dialogo tra le voci dissimili dei poeti: frammenti di memoria, realtà urlate, espressioni intime svelate. Sono testimonianze d’amore, grida di sofferenza, moniti implacabili, in una parola sono segnali di vita nella sua interezza. La linea immateriale di confine tra un poeta e l’altro non segna una cesura. Diventa invece mescolanza e comunione, l’inquietudine singola diviene corale: si trasforma in un momento d’incontro profondo per raccontare la bellezza e il dolore del mondo, per dilatare i confini del visibile, lì dove lo sguardo diviene percezione.

Alcune poesie sono denunce forti, dirette, descrivono i conflitti, raccontano i nomi, le vite, come le poesie di SITI RUQAIYAH HASHIM (Malesia) che ci rivela gli estremi, le guerre decise a tavolino per la necessità di pochi, o il monito di ZDRAVKO ODORCIC (Croazia) che ci ricorda come l’odore dell’Olocausto ancora arda sulla pelle e nelle anime bruciate, come l’uomo è il solo essere che distrugge sé stesso. Similmente, nei versi di MOHAMED ABDUL AZIZ RABIE (Gerico, vive a Washington, D.C.), ingiustizie, repressioni e sofferenza non hanno confini; la vera guerra è quella dei paesi ricchi e potenti, che con i propri interessi sottomettono i poveri. Rabie ci esorta a raccontare ogni storia, a urlare la miseria, perché si può e si deve ancora sognare: “to keep the dream alive and true, we need to join hand in hand.”
Altri versi percorrono la Storia passando attraverso il racconto e i simboli delle realtà personali. Così LUIS ALBERTO AMBROGGIO (Argentina) narra le voci del passato che si rincorrono con quelle a venire, le memorie private diventano pietre miliari, radici e fonti di un cammino genetico, una linea che corre fino al futuro. AHMAD ZAKARNEH di origine palestinese, raccontando la propria vita per decadi, simbolicamente s’intreccia intimamente alla Storia più grande, in silenzio. BILJANA Z. BILJANOVSKA (Macedonia) in modo accorato ci presenta la voce antica, la forza e l’etica dei padri, degli antenati che ancora oggi non si arrendono. È voce potente, quella di OSAMA ESBER, poetessa siriana, che dipinge con profonda empatia le madri siriane che portano il peso dell’assenza nel ventre inaridito, e quegli “strani frutti” che di nuovo penzolano dagli alberi (come già tristemente accadeva in un passato ancora recente negli Stati Uniti). ROKIAH HASHIM, ci ricorda che è nel piccolo che nasce la pace, da fratello a fratello, nella mano baciata del padre morente, nell’amore elegiaco.

Anche nello stile e nella struttura poetica le differenze diventano dialogo di creatività. In piena libertà di visioni e codici diversi, i poeti qui rappresentati si esprimono con tecniche e linguaggi diversi, dal j’accuse al simbolismo, dal pensiero ellittico a quello narrativo e figurativo. Così l’intonazione lirica e allegorica conversa con geometrie di parole scolpite.

ISTVAN TURZCI (Ungheria) ci prende per mano con delicatezza e lirismo. Le sue brevi prose sono fatte di momenti intimi, descrittivi. Il poeta si ritrova solo a cospetto di sé stesso ed è immerso nella natura, isomero del proprio sentire. Delicate e potenti allo stesso tempo, le sue parole ci lasciano sospesi proprio nel luogo dove nasce la poesia, come quando ad esempio guarda un cervo negli occhi. Il tempo si ferma e passato e presente si confondono. AGRON SHELE (di origine albanese, Vive in Belgio) sa dire con sapienza come per un poeta tutto diventi profondo, assoluto. Un poeta osserva e sa prima di tutti, riesce a sentire la luce del giorno e la tristezza del mondo, come una moderna Cassandra.
JIA RONG XIANG (Cina) ci racconta la rivoluzione culturale cinese con sinestesia sensoriale. Nei suoi versi il suono richiama il cromatismo simbolico: il mare ruggente è rosso di sangue, i canti sono intessuti di verde dei sogni e l’amarezza è vino che fermenta in viola. Anche le poesie di HASNA JASIMUDDIN MOUDUD (Bangladesh) hanno una forte qualità visiva e sensoriale, ci propongono nuance e profumi del suo Paese che riempiono le stanze vuote, mentre il bambino siriano che attraversa il deserto con gli abiti della madre in un sacchetto diventa uno straziante racconto per immagini. OYUNTSETSEG JAMSRANDORJ ci descrive i colori della sua Mongolia, la strada gialla, la neve e il bianco del latte, la lentezza di un modo contadino, la domanda infinita di una madre che chiede ai viandanti notizie di suo figlio scomparso, e poi l’amore che scioglie la neve, i bambini e gli uccelli.
Dall’altra parte dello spettro poetico ci sono le liriche intagliate di parole scarne, essenziali – “Shall we carve words capable of tearing rocks” si chiede e ci chiede ZAKARIA ABDUL HAKIM CISSE (Ghana). L’espressione poetica di SHAIP EMERLLAHU (Macedonia) diventa veicolo di senso vitale, si fa pietra e scultura simbolica. PADMAJA IYENGAR-PADDY (India), con la sua Hatred fatta di lemmi singoli, trasforma il gesto poetico in un segno assoluto. Le parole semplici, vitali, di YUN DA YANG (Cina), scavano primarie nel senso, restituendo la percezione della natura che dialoga e plasma l’ordinario.
Forse questo libro può essere letto anche come una lunga preghiera: la risposta al j’accuse si può trovare nella natura, nella sua magia, nella nostra capacità di guardare alle cose essenziali con occhi di bambini, perché “anche i girasoli sconfiggono la pioggia” (RABIE). I versi di KNUT ODEGARD (Norvegia) sono preghiere accorate e si rivolgono a tutto il creato con stile e linguaggio diretti, essenziali, semplici e contemporanei. Quelli di ZAKARIA ABDUL HAKIM CISSE sono un’invocazione all’umanità e ci ricordano come noi stessi e i nostri figli siamo territori e coscienze, siamo umanità ancora in divenire.

Le opere proposte nascono dai colori e dai suoni del nostro mondo, dai drammi, dai conflitti, dalle ingiustizie, ma anche dalle implicazioni personali, dagli universi interiori di ogni autore. La lirica e la tensione esistenziale si completano nella dimensione dell’altro, non si tratta di semplice confronto ma di valorizzazione e comprensione delle differenze. Nella coralità di voci, si trova unità di coscienza. Lentamente la poesia di ogni autore esce dal proprio spazio per confrontarsi con un altro reale, senza confini. Parole, suoni e immagini diversi si fondono in nuovi discorsi a tratti armoniosi a tratti dissonanti, ma coesi nel simbolico e onnicomprensivo spazio della parola. Così la poesia pone radici comuni e si sedimenta, diviene denuncia, anelito, proposta di nuovo. Attraverso la propria voce, ogni autore rimodella e configura il mondo, “Peace Be Upon You, Davos” è una battaglia corale le cui uniche armi sono le parole e la bellezza, l’amore, la comunione armonica, in una parola – la pace.

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LA PIUMA DI ŽIVODRAG ŽIVKOVIĆ di Emir Sokolović

Festival letterario internazionale “La piuma di Živodrag Živković”  V edizione

Egregi Signori, Vi invitiamo ad unirvi a noi con le vostre poesie alla V edizione del prestigioso Festival dei Balcani, che è stato co-organizzato con l’Ambasciata italiana a Sarajevo (Bosnia ed Erzegovina) e per 3 anni e co-sponsorizzato dall’Ambasciata di Serbia in Bosnia ed Erzegovina.

Considerando la collaborazione di lunga data con l’ambasciata italiana a Sarajevo e Sua Eccellenza Nicola Minasi, l’organizzatore esclude una selezione delle opere dei colleghi italiani in modo che ogni autore che presenta le sue opere partecipi direttamente alla prima serata del festival. Inoltre, l’organizzatore si impegna a offrire al miglior autore italiano che arriva al Festival un contratto per la stampa gratuita di una raccolta di poesie bilingue, dove il poeta riceve 50 copie gratuite dalla prossima edizione del Festival.

Per fare domanda per il festival, è sufficiente che l’autore invii all’e-mail: 2 poesie, una foto, informazioni di contatto (nome, cognome, città in cui vive, indirizzo postale e numero di cellulare) e una ricevuta di pagamento scannerizzata di 25 euro per la traduzione completa delle sue poesie .

Il pagamento viene effettuato per conto di:

Sparkasse Bank, Emir Sokolovic (causale: “per il Festival”),
IBAN: BA391995136057900657, CODICE SWIFT: ABSBBA22

I partecipanti che superano la selezione, 20 di essi, ricevono attestati di partecipazione mentre il vincitore riceve una scultura e un dipinto d’autore.

Il festival è presente nel catalogo mondiale degli eventi culturali dell’anno scorso. Puoi leggere del Festival sul sito web dell’Ambasciata d’Italia a Sarajevo.

BANDO DEL CONCORSO

Organizzato da:
Associazione per la Rianimazione Culturale “Armagedon“ – Zenica – Bosnia Erzegovina & Festival Letterario Internazionale “La piuma di Živodrag Živković”
Indirizzo:
I zeničke brigade 11B – 72000 Zenica, Bosnia Erzegovina
E-mail:
sokolovice@gmail.com
Cellulare:
00387 61 162 232
Indirizzo spedizione degli elaborati:
U. G. K. R. „Armagedon“ (za Emir Sokolović) I zeničke brigade 11B – 72000 Zenica – Bosnia Erzegovina
Invio a mezzo e-mail: sokolovice@gmail.com
Sezione A
Poesie
Tema:
Libero
Copie:
Ognuno degli autori stranieri può partecipare al concorso con due poesie a tema libero, da inviare all’indirizzo e-mail: sokolovice@gmail.com Insieme alle opere inviare la conferma del pagamento della quota di partecipazione
Opere ammesse:
due poesie
Quote di partecipazione:
La quota di partecipazione di Euro 25,00 da versare sul c/c bancario: Sparkasse Bank, Emir Sokolovic (causale: “za Festival“), IBAN: BA391995136057900657, SWIFT CODE: ABSBBA22, quale compenso per la traduzione delle opere che sarà effettuata da parte di un unico traduttore; ciò permetterà che tutti gli autori possano avere la stessa qualità’ di traduzione.
Premi:
Il festival inizia il 26 settembre (presentazione delle opere) e termina il 27 settembre (serata finale e proclamazione del vincitore). Il miglior collega italiano si aggiudicherà un contratto per la stampa di una raccolta di poesie bilingue di cui l’autore ne riceverà 50 copie. L’autore si impegna a consegnare le proprie opere all’organizzatore senza alcun compenso finanziario, mentre l’organizzatore si impegna a tradurre, stampare e consegnare a sua volta le copie stampate all’autore non più tardi della successiva edizione del Festival.
Il Premio non ha sponsor, ma nasce dall’esigenza avvertita di un gruppo di appassionati cultori di materie letterarie e per risarcire la figura e l’opera del professore e scrittore Živodrag Živković (1937-2002).
Laureandi delle precedenti edizioni:
2015 – Tode Ilievski (Repubblica di Macedonia del Nord)
2016 – prof. Paolo Maria Rocco (R. Italia)
2017 – Goran Simić (Bosnia ed Erzegovina)
2018 – Slobodan Ivanović (Repubblica di Serbia)
Premiazione DELLA QUINTA EDIZIONE: 27 Settembre 2019
Il festival inizia il 26 settembre (presentazione delle opere) e termina il 27 settembre (serata finale e proclamazione del vincitore).L’Associazione per la Rianimazione Culturale “Armagedon” Zenica e la Direzione del Festival Internazionale “La piuma di Živodrag Živković” proclameranno i vincitori nella serata finale del 27 setttembre 2019 a Zenica (Bosnia ed Erzegovina)
Notizie sui risultati:
Gli autori che soddisfano i criteri posti dal regolamento saranno avvisati via e-mail e dovranno confermare la loro presenza entro e non oltre 7 giorni prima dell’inizio del Festival. Dato che anche quest’anno il principale co-organizzatore del Festival è l’Ambasciata d’Italia a Sarajevo, tutti i colleghi italiani, indipendentemente dalla selezione, potranno partecipare al Festival e verrà conferita loro, da parte dell’Organizzatore, la Carta d’Onore. A quanti non potranno unirsi a noi, le stesse saranno inoltrate via mail. L’organizzatore assicurerà la presenza di un interprete in modo che i colleghi non abbiano barriere linguistiche nella comunicazione. Il principale sponsor mediatico è il quotidiano
statale “Oslobodjenje”.

 

 

 

 

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A INQUINARE IL MARE NON C’È SOLO LA PLASTICA… di Pietro Greco

L’ambiente marino è inquinato, a livelli di vera e propria emergenza. Ma non c’è solo la plastica: ci sono le polveri, i rumori e la crescente acidificazione delle acque. La vita dei pesci non è affatto facile e, oggi possiamo dire, non è affatto scontata…

Ha fatto rumore, alla fine dello scorso mese di marzo, lo spiaggiamento a Cala Romantica, in Sardegna di una giovane balena incinta: otto metri lei, due metri il feto che portava in pancia. Ma ha fatto rumore, quella balena, anche e soprattutto perché oltre al figlioletto aveva in pancia qualcosa come 22 chilogrammi di plastica. Macro, meso e micro.

La morte del cetaceo ha ricordato a tutti che l’ambiente marino è inquinato, ormai, come e spesso più dell’ambiente terrestre. Non bisogna generalizzare, certo. Ma è altrettanto vero – come documenta un bell’articolo pubblicato nei giorni scorsi da Elizabeth Preston sulla rivista Science – che a inquinare il mare non c’è solo la plastica. Anzi, esiste un vero e proprio insieme crescente di inquinanti di origine antropica che impedisce ai pesci di vedere, di odorare, di sentire e di parlare (nel modo in cui sentono e parlano i pesci).

Questo insieme è costituito da tre tipologie di “smog”: i rumori generati da navi, motoscafi, sottomarini e quant’altro che impediscono ai pesci di sentire e di farsi sentire; l’inquinamento con polveri di ogni genere e tipo (plastiche comprese) che riducono la limpidezza delle acque e impediscono di vedere; la crescente acidificazione delle acque a causa dell’aumento anche in esse della concentrazione di anidride carbonica che altera un po’ tutti i sensi, generando cambiamenti nel cervello.

Purtroppo, occorre aggiungere a tutto ciò il cosiddetto overfishing, ovvero la pesca intensiva realizzata a scala industriale e con un prelievo insostenibile, perché superiore alla capacità di molte specie di pesci di riprodursi.

No, non è facile la vita dei pesci (e dei mammiferi che vivono in acqua) di questi tempi. Ma torniamo al nostro “smog” marino. Si dirà: ma come facciamo a capire cosa avvertono i pesci con i loro cinque sensi? Cosa vedono o non vedono, cosa sentono o non sentono, cosa odorano o non odorano? Certo, non è facile. Ma Elizabeth Preston racconta come molti ecologi marini hanno allestito degli acquari che sono dei veri e propri laboratori dove sperimentare le più diverse condizioni ambientali. E, continuando a studiare il comportamento dei pesci in mare aperto, hanno realizzato alcune scoperte interessanti. Anche se non proprio desiderabili.

I merluzzi, per esempio, comunicano tra di loro emettendo dei suoni. E il rumore di origine antropica li disturba fortemente, finendo per far perdere loro la bussola. In senso letterale, visto che i merluzzi sono specie migranti e hanno bisogno di orientarsi.

Ebbene, Jenni Stanley – ecologa marina in forze al National Oceanic and Atmospheric Administration’s Northeast Fisheries Science Center e alla Woods Hole Oceanographic Institution in Massachusetts – ha letteralmente misurato l’impatto del rumore di origine antropica sulla capacità di comunicare dei merluzzi. In genere, questo pesce emette dei suoni che consentono di “parlare” a un suo simile fino a 20 metri di distanza. In presenza di navi, barche e quant’altro il suono dei merluzzi è coperto e la capacità di comunicare si riduce a un solo metro. In pratica, i merluzzi devono essere a contatto per poter comunicare.

Non sono solo i merluzzi, a essere disturbati. Si conoscono, a oggi, almeno 800 specie di pesci che comunicano attraverso il suono. Tutti avrebbero da ridire sui rumori prodotti dall’uomo.

Quanto alle acque poco limpide impediscono, è facile comprenderlo, di usare al meglio la vista e di vedere (o meglio, non vedere) sia le prede che i predatori. E, dunque, sono in grado di modificare la capacità di sopravvivenza di molte specie. Ma non ci sono solo i pericoli. Per gli spinarelli, piccoli pesci che vivono sia in acque dolci che salate, purché limpide, la torbidità causa un problema ancora più serio: disturba i rapporti sessuali. Le femmine e i maschi hanno difficoltà a riconoscersi e, dunque, a riprodursi in condizioni ottimali. Un guaio serio.

Non è certo da meno l’acidificazione delle acque. La crescente diminuzione del pH a causa delle emissioni antropiche di gas serra (noi immettiamo CO2 in atmosfera, ma una parte di questa viene assorbita dai mari che si acidificano) ha molti effetti, la gran parte dei quali sconosciuti, sui pesci. Ma uno ormai è evidente: l’acidità provoca alterazioni nel cervello di molti pesci abbattendo la capacità di sentire e di riconoscere gli odori. Il senso dell’olfatto è forse il mezzo più raffinato per esplorare l’ambiente marino da parte dei pesci. Non a caso gli squali, specie che ha almeno 400 milioni di anni di vita, usano il naso per procurarsi il cibo. Ebbene, l’acidità dell’acqua potrebbe mettere in crisi persino uno squalo.

Certo, non dobbiamo allarmarci più del dovuto. Perché i pesci hanno imparato a esplorare l’ambiente utilizzando tutti i sensi. E se uno viene meno, ecco che ne viene potenziato un altro. È questo che li rende resilienti alle trasformazioni dell’ambiente marino, ma anche lacustre e fluviale. E tuttavia gli attuali cambiamenti dell’ambiente, clima compreso, sono straordinariamente rapidi. E la resilienza sensoriale di molte specie di pesci potrebbe non essere sufficiente a garantire loro la sopravvivenza.

Poiché però la gran parte dei cambiamenti accelerati sono prodotti da noi umani, ecco che noi tutti siamo chiamati a cercare di rendere meno dura la vita dei pesci (e dei mammiferi marini) nelle acque del pianeta.

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GIOCOLIERI DELLA TERRA di Ornella Mamone Capria

Troppi giocolieri con guanti, cappelli e virtuosismi vari
l’hanno fatta rimbalzare,
troppi di noi incantati a guardarli,
imitandoli mentre il sapore, l’odore
dell’olio di palma, della soia, della legna da ardere,
di tutto l’inutile commisto a falsa eleganza
uccidevano
alberi, animali, mari, ghiacciai,
troppi di noi a cantare,
senza avvertire i suoni degli esseri a cui eravamo legati
da nessi essenziali, troppi di noi a stimolare l’offerta di un mercato
che ha estratto dalla viscere l’equilibrio di secoli
distruggendo sinergie, sinfonie, simbiosi, molecole giuste che ci avrebbero amati,
troppi di noi a percepire l’obsolescenza programmata
dai grandi
e a buttare gli scarti
là dove muoiono i semi.
Troppi di noi potrebbero tingersi i pensieri di nero petrolio,
di carestie, di guerre, di morte
se non ritroviamo ora dalla terra i colori!

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“ANNUVOLATA” romanzo di Giuseppe Campolo – leggi prefazione di Anna Maria Crisafulli Sartori

ORA IN EBOOK

“Annuvolata” è un romanzo in cui, con rilevante capacità di visualizzazione, la sbrigliata fantasia dell’autore conduce a straordinari e avvincenti voli in atmosfere surreali.
L’estroso protagonista, avventuroso e geniale, è dotato di alcuni poteri ed è certo di avere “una possente identità”, che non ammette cedimenti o vigliaccherie e, d’altra parte, lo fa sentire titolare di molti diritti. Esercita su ogni evento che lo riguardi il suo senso critico, si interroga e si studia nel profondo offrendo al lettore non pochi sprazzi di saggezza e simpatiche e sempre originali considerazioni condite di un sano umorismo. Nulla gli sfugge, infatti, sia quando si muove nella realtà quotidiana e si ferma ad osservare la natura o a indagare sui comportamenti degli uomini, sia quando si tuffa con voluttà nella dimensione onirica o si immerge nell’esperienza ascetica. Divenuto ormai “pescatore del cielo”, “salpa” in “acqua metafisica”. Negli ultimi capitoli provoca consapevolmente un fenomeno di dimensione planetaria, percepito dai mortali erroneamente inquietante. Esempio unico in letteratura, e non soltanto perché questa volta l’attore è terrestre, ma per la modalità e la causa fisica e motivazionale scatenante e per il suo sostanziale benefico effetto, tale da trasmutare l’umanità.
Colpisce in queste pagine, assai spesso divertenti, la qualità della scrittura, una scrittura della quale il narratore-protagonista dichiara di non conoscere il fine, mentre il lettore attento può facilmente individuarlo nel piacere, o addirittura nell’esigenza, di narrare inseguendo le ardite esplorazioni del pensiero e facendo del significante un attraente e, dunque, fondamentale strumento di comunicazione.
Una prosa elegante, dall’andamento serrato e fluido, nella quale la scelta lessicale si fonda sul rigore e sulla proprietà di un linguaggio costantemente arricchito da aggettivi, che si legano armoniosamente ai sostantivi, nella solida architettura di un periodare ineccepibile.
Gradevoli, poi, nella loro levità, le metafore disseminate nelle pagine; esse conferiscono al discorso dignità d’arte, purificandolo da ogni volgarità. Bisogna, infine, riconoscere all’autore la capacità di “dipingere” immagini pregnanti che vanno apprezzate per la nitidezza della rappresentazione di stati d’animo e per l’essenzialità dell’espressione decisamente poetica.

Anna Maria Crisafulli Sartori

“Soledad Montero: La strega” è un romanzo in cui l’autore, Giuseppe Campolo, editor nel romanzo che si sigla G.C., si va personaggio per creare l’Autore, Soledad Montero, che dunque scrive un romanzo per deliziare il suo amante, la quale relazione è anche ben narrata e intersecata con il romanzo che lei inventa.

PREMIO “ELIO VITTORINI” 16 dicembre 1989
Giuseppe Campolo – «Soledad Montero: La strega» – Romanzo
Con stile originale e moderno l’autore riesce a farci entrare nella complessità del “suo sentire” svelandoci aspetti insoliti ed affascinanti del divenire mentale.
Parole e logica si legano attorno a un filo narrativo che sta al limite tra realtà e magia, tra linearità e contraddittorietà, tra prosa e poesia.
Egli manifesta sottile compiacenza di creare contenuti nuovi ed autentici, che si dilatano nell’uso ricercato del vocabolario che dà corposità alla verbalizzazione tra i personaggi e, nel contempo, sfugge a qualsiasi delimitazione o definizione, in quanto le parole sono di per sé evocatrici di immagine su immagini.
  La Giuria della Sezione Narrativa

 

 

 

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Proposta di Legge sull’Esperanto

XVI LEGISLATURA
CAMERA DEI DEPUTATI

N. 3435

PROPOSTA DI LEGGE
d’iniziativa del deputato BARBIERI
Modifica all’articolo 9 del decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59, e altre disposizioni per la difesa della diversità linguistico-culturale e per l’affermazione di valori di pace, democrazia e progresso attraverso la promozione e l’insegnamento della lingua internazionale esperanto
Presentata il 28 aprile 2010

Onorevoli Colleghi! — Oggi, nel contesto di europeizzazione in cui stiamo vivendo, il problema linguistico si fa sempre più sentire.
Da un po’ di tempo si accendono e si susseguono dibattiti sul problema delle lingue di lavoro negli organismi dell’Unione europea e, quantunque sembri che questo sia un problema esclusivo di Bruxelles, esso, al contrario, ci riguarda direttamente.
In quei palazzi si va delineando un’Europa in cui la lingua di lavoro è quella di una nazione o di un gruppo di nazioni, lingue che vanno apprezzate per i loro valori storici e culturali ma che non dobbiamo e non possiamo accettare come «superlingue», non avendo esse qualità e meriti culturali o espressivi superiori alle altre.
La lingua costituisce un completamento necessario della personalità degli individui e dei popoli ed è determinante per farli sentire effettivamente partecipi di una comunità (vedi curdi, israeliani, rom e altri).
Rispettare la lingua significa rispettare i suoi parlanti, come è sancito dai trattati internazionali.
Sappiamo che la conoscenza di una lingua dà maggiore potere a chi la padroneggia meglio, ma dobbiamo evidenziare che l’apprendimento scolastico non mette mai il discente alla pari – per fluidità di linguaggio e per capacità espressiva – con chi quella lingua l’ha appresa dalla nascita.
Alcune persone sono particolarmente dotate per l’apprendimento delle lingue, ma per la grande maggioranza per arrivare a conoscere una lingua etnica alla stregua dei nativi, portandosi sullo stesso piano di competitività, è necessario impegnare una buona fetta di quel capitale limitato che è la vita.
Tale lingua diventa quindi distruttiva, poiché per recuperare il capitale di tempo e di denaro
investito si tende inconsciamente a utilizzarla il più possibile, anche quando non necessario, sostituendola alla lingua materna.
Già oggi alcune «superlingue», subdolamente imposte nella pratica, ci colonizzano portando a una discriminazione di fatto tra i cittadini europei e al parziale disinteresse per la propria cultura.
Non dimentichiamo che la lingua influenza anche il modo di pensare e quindi il modo di creare; ne deriva l’importanza che ha per la collettività la preservazione di tutte le lingue. La lingua, del resto, non ha valenze solo culturali e sociali, ma anche importanti risvolti economici. Siamo consci che il sistema multilinguistico adottato a Bruxelles è costosissimo e paralizzante. Infatti per rendere possibile i dibattiti diretti si fa ricorso ad alcune cosiddette «lingue di lavoro», a scapito dei parlanti delle altre lingue. Quantunque l’Italia sia stata tra i fondatori dell’Unione europea, la sua lingua, per la legge dei numeri, data la sua scarsa presenza nel piano globale indipendentemente dalle sue qualità, rischia l’emarginazione, e noi italiani con essa.
Basta dare un’occhiata alla modulistica che arriva da Bruxelles o vedere in quali lingue possono essere presentate le richieste di brevetti o di finanziamenti europei. In particolare nei brevetti ricordiamo che è la sfumatura della parola che li rende rivendicabili oppure no. C’è poi l’ipocrisia della Commissione europea che con firma del Capo unità – politica delle lingue – scrive che «si è scelto di non puntare su un’unica lingua comune, ma di promuovere il multilinguismo con l’apprendimento di almeno due delle lingue dei vicini oltre alla propria lingua materna». In questo modo si nega a parole ciò che viene fatto in pratica, altrimenti come potrò mai io, italiano che ho imparato le lingue dei miei vicini francese, tedesco, sloveno e albanese, colloquiare con uno spagnolo o con un inglese e dichiararmi cittadino appartenente alla stessa comunità?
Dunque si lascia fare alla tendenza attuale, più o meno guidata, di privilegiare l’uso di alcune lingue, sostenendo tale scelta con l’effettivo uso che di queste lingue si fa nei rapporti internazionali.
È innegabile che tale pratica di ufficializzazione, camuffata come semplice lingua di lavoro,
mantiene comunque l’effetto distruttivo sulle altre lingue europee ridotte al ruolo di dialetti.
E non si può non considerare l’immeritato vantaggio concesso a milioni di cittadini i quali,
ricevendo uno status di privilegio per nascita, umilierebbero ogni altro popolo e porrebbero fin dalla nascita gli altri cittadini in stato di vassallaggio.
Una lingua nazionale è connaturata con il carattere, la storia e le tradizioni di un popolo. Essa tende, insieme al popolo, a evolversi in forma autonoma e quindi a trasformarsi; risulta pertanto impensabile condizionarne l’evoluzione per assicurare quella regolarità guidata nel tempo e nello spazio che è essenziale per essere effettivamente internazionale. Occorre domandarsi se questa è l’unica strada possibile o se ci sono altre soluzioni, forse migliori.
C’è chi propone l’adozione, per la funzione di lingua ausiliaria internazionale, di una lingua
classica «morta», ma come è possibile adattarla alle esigenze espressive moderne senza snaturarne la struttura?
Mentre è vero che non ci si può rassegnare a un ingiusto ruolo di inferiorità e che non possiamo impegnarci in un perdente confronto di forze, possiamo, però, prendere in considerazione e appoggiare un’alternativa semplice, non impositiva, gradualmente introducibile, consistente nell’ufficializzare l’equiparazione alle attuali lingue di lavoro di una vera lingua transnazionale, non etnica, economica e moderna, alla portata di tutti, che svolga una funzione riequilibratrice sulle lingue cosiddette «forti», restituendo alle lingue oggi diventate di «serie B» o «di serie C» la pari dignità cui hanno pieno diritto.
Così si può difendere con successo, senza levate di scudi, la lingua italiana, oltre al
multilinguismo solo pubblicizzato dell’Unione europea.
Riteniamo che solo in questo modo indiretto si possa difendere il patrimonio di lingua e di
pensiero dei nostri padri: informando e introducendo, dopo avere diffuso le informazioni necessarie, l’insegnamento libero di una lingua internazionale neutrale, senza contrapposizioni alla situazione presente.
La funzione riequilibratrice si avvierà autonomamente quando i cittadini saranno in grado di rendersi conto che la definizione di «lingua internazionale» è oggi data erroneamente a lingue etniche nazionali impiegate in campo sopranazionale.
Infatti se il principio del plurilinguismo è garanzia della salvaguardia delle diversità culturali,
affinché sia concreto, esso ha bisogno di appoggiarsi su una lingua comune basata sulla reciprocità.
Ovviamente la lingua internazionale deve essere, oltre che neutrale, anche razionale, cioè
moderna, con difficoltà di apprendimento ridotte perché priva delle specificità di ogni lingua etnica.
Un’assenza di specificità che faciliterebbe l’apprendimento anche da parte di un pubblico di non alta scolarizzazione. Una lingua le cui caratteristiche si adattino al meglio ai moderni mezzi multimediali di studio, permettendo così la sua rapida diffusione e che, principalmente, non sia distruttiva (glottofagica) del patrimonio linguistico esistente.
Una tale lingua, collaudata da più di cento anni di uso in tutto il mondo, l’abbiamo individuata nella lingua pianificata chiamata esperanto. L’esperanto è una lingua ausiliare non colonizzante perché, richiedendo un modesto tempo di apprendimento, non stimola quell’inconscia necessità di essere usata quando non serve, cioè fuori dai rapporti internazionali.
L’esperanto è l’unico idioma, tra le centinaia di progetti e di tentativi di lingua internazionale,
che sia diventato lingua viva, parlata da persone viventi in tutti i continenti, il che ha contribuito a creare anche una sua letteratura autonoma.
L’esperanto è l’unico progetto che abbia superato le difficoltà determinate da due guerre e da periodi di regimi nazionalistici che hanno cercato di soffocarlo.
Il vantaggio dell’esperanto risiede principalmente nel fatto che rispetta il discente maggiormente di qualsiasi altra lingua, perché anziché riempirlo di difficoltà, umiliandolo, l’esperanto si adatta all’istinto naturale dell’uomo che generalizza le regole e le strutture grammaticali. In questo modo, dopo il periodo iniziale, si entra in confidenza con la lingua sentendosi ben presto a proprio agio.
L’esperanto è una lingua scritta con l’alfabeto latino, con struttura flessivo-agglutinante, a
fonetica univoca, con sole sedici regole grammaticali fondamentali, prive di eccezioni. Il lessico è formato da radici scelte tra quelle ricorrenti con maggiore frequenza nelle lingue classiche e moderne, delle quali costituisce così una felice sintesi.
L’uso di prefissi e di suffissi, con significato determinante e costante, consente la facile
formazione di un’ampia gamma di parole derivate, atte a esprimere ogni sfumatura del pensiero, con perfetta adesione al concetto da manifestare e con sforzo mnemonico ridotto.
Una dichiarazione di 27 membri dell’Accademia francese delle scienze definì l’esperanto un capolavoro di logica e di semplicità; queste caratteristiche, oltre alla neutralità, sono infatti essenziali affinché una lingua possa dirsi atta al ruolo di lingua transnazionale.
L’esperanto si può efficacemente imparare tramite i computer, oltre a essere facilmente
accessibile per la sua struttura ai popoli di qualsiasi gruppo linguistico e agli individui di ogni grado culturale.
È importante notare che esso manifesta una notevole efficacia propedeutica per l’apprendimento di altre discipline e, particolarmente, delle lingue straniere, per via della sua struttura grammaticale e della sua logicità.
Nonostante le riserve, i pregiudizi, la disattenzione e, peggio, la disinformazione non sempre serena, che ne frenano l’espansione, l’esperanto può già contare su innumerevoli gruppi e centri didattici sparsi in ogni parte del pianeta, su una fiorente produzione letteraria e scientifica (40.000 titoli solo alla Biblioteca nazionale britannica e, per l’Italia, oltre 6.000 titoli presso l’Archivio di Stato, nel Castello Malaspina di Massa Carrara). In diverse università, come quella di Paderborn in Germania, di Budapest in Ungheria e di Torino, nonché nell’accademia internazionale delle scienze, con sede nella Repubblica di San Marino, l’esperantologia è una materia curricolare e la lingua è impiegata per lezioni, esami, tesi di laurea e documentazione d’archivio e di segreteria.
L’uso dell’esperanto in compact disk, opuscoli turistici, cataloghi e prospetti commerciali, su internet e in radio è in continuo aumento.
Ciò nonostante c’è chi afferma che l’esperanto «non ha cultura». Ma perché una lingua che si pone come ponte tra le culture dei vari popoli deve obbligatoriamente averne una propria? Non sarebbe sufficiente che possa recepire ed esprimere tutte le sfumature del nostro pensiero?
L’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) ha riconosciuto più volte il fattivo ruolo svolto dall’esperanto negli scambi culturali, tra le nazioni, attribuendo all’Associazione mondiale per l’esperanto (UEA) lo status di membro consultivo. L’UEA si articola in associazioni nazionali aderenti e dispone di una rete di oltre 3.500 delegati presenti in ogni parte del mondo. Valutando queste considerazioni, chiediamo di istituire l’insegnamento dell’esperanto e il suo utilizzo in parallelo alle attuali lingue di lavoro usate nella segnaletica stradale e turistica e nei documenti internazionali, quali passaporti, patenti eccetera, perché solo indirettamente, con questo mezzo, possiamo costituire un baluardo naturale per la sopravvivenza e per la difesa della parità linguistica e culturale di tutti a cominciare da quella italiana, riscattandola così dall’attuale cieco servilismo.
Con la presente proposta di legge, come è evidente dal testo proposto e dalla presente relazione, l’insegnamento e l’uso dell’esperanto non vengono a sostituire quelli delle lingue straniere, ma si affiancano agli insegnamenti linguistici già ammessi nella scuola, come già avviene, ad esempio, in Ungheria fin dal 1995.

PROPOSTA DI LEGGE
Art. 1.

1. All’articolo 9, comma 1, del decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59, le parole: «introduce lo studio di una seconda lingua dell’Unione europea» sono sostituite dalle seguenti: «introduce lo studio di una seconda lingua dell’Unione europea o della lingua internazionale esperanto».
2. L’insegnamento della lingua internazionale esperanto è istituito altresì nelle scuole e negli istituti appartenenti al sistema dei licei e al sistema dell’istruzione e della formazione professionale, ovvero del secondo ciclo, il cui piano di studi prevede l’insegnamento di almeno due lingue straniere.
3. L’insegnamento di cui ai commi 1 e 2 è istituito secondo gli obiettivi nazionali generali e specifici di apprendimento e gli orari stabiliti con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca con le modalità previste per la seconda lingua straniera.

Art. 2.

1. Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, eventualmente avvalendosi di associazioni e di organizzazioni interessate e competenti, cura l’informazione e la sensibilizzazione circa le motivazioni in favore della scelta della lingua internazionale esperanto e promuove altresì intese di collaborazione internazionale ai fini della diffusione educativa dell’insegnamento della lingua internazionale esperanto, in particolare nei Paesi membri dell’Unione europea.

Art. 3.

1. Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca sono stabiliti i titoli validi per l’ammissione ai corsi di abilitazione previsti per l’insegnamento della lingua e della letteratura esperanto, nonché le relative classi di concorso.
2. Nell’ambito dell’autonomia didattica degli atenei, disciplinata dal regolamento di cui al decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 22 ottobre 2004, n. 270, le singole università possono includere negli ordinamenti dei loro corsi di studio l’insegnamento delle lingue internazionali ausiliarie, con particolare riguardo all’esperanto, tra le attività formative affini o integrative a quelle di base di cui al comma 5 dell’articolo 10 del medesimo regolamento nell’ambito delle classi di laurea e di laurea magistrale.
3. Previa costituzione di un apposito settore scientifico disciplinare da inserire
nell’elenco di cui al decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica 23 dicembre 1999, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 3 del 5 gennaio 2000, l’insegnamento delle lingue di cui al comma 2 del presente articolo può essere incluso anche tra gli obiettivi e le attività formative qualificanti previsti dai commi 1, 2 e 3 dell’articolo 10 del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 22 ottobre 2004, n. 270.

4.Nelle more dell’attuazione della disciplina prevista dalla presente legge, per fare fronte all’esigenza dell’insegnamento della lingua internazionale esperanto, tale insegnamento può essere affidato a docenti di ruolo in possesso di un attestato di formazione rilasciato da organizzazioni competenti oppure, temporaneamente, a personale docente esterno:

a) in possesso di diploma di laurea, preferibilmente in lingue, e dell’attestato di formazione di cui all’alinea;

b) cultore della lingua internazionale esperanto.

Art. 4.

1. All’onere derivante dall’attuazione della presente legge, valutato in 5 milioni di euro
per l’anno 2010, in 5 milioni di euro per l’anno 2011 e in 10 milioni di euro per l’anno 2012, si provvede mediante incremento, a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle aliquote di base dell’accisa sui tabacchi lavorati stabilite dall’allegato I annesso al testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative, di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, e successive modificazioni, al fine di assicurare maggiori entrate in misura corrispondente agli oneri indicati per ciascuno degli anni 2010, 2011 e 2012.
2. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

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I F E F – Internacia Fervojista Esperanto-Federacio

Il primo manuale di Esperanto fu pubblicato nel 1887 e già : nel 1909 fu fondata un’organizzazione di categoria fra ferrovieri, l’ “Associazione Internazionale Ferrovieri Esperantisti”. Dopo la seconda guerra mondiale fu fondata l’attuale IFEF, “Federazione Internazionale Ferrovieri Esperantisti”.
Il motto dell’IFEF è : Le rotaie uniscono i paesi, l’Esperanto i popoli.

Fra le altre cose l’IFEF si prefigge di diffondere la lingua internazionale Esperanto fra i ferrovieri, nelle loro organizzazioni e nelle amministrazioni ferroviarie.
Per questo le attività dell’IFEF sono varie, ad esempio : organizzazione di un congresso internazionale annuale, attività tecnico-professionali (stampa di elenchi di termini, di “Quaderni ferroviari”, collaborazione nel progetto RailLexic dell’UIC, organizzazione di conferenze,…), pubblicazione di un billettino bimensile, gestione del servizio di corrispondenza fra ferrovieri, organizzazione di una settimana sciistica internazionale, ecc.

L’IFEF raggruppa associazioni nazionali e membri individuali in decine di paesi al mondo. Anche la maggioranza di tali associazioni sono attive in diversi terreni : pubblicazione di propri bollettini, organizzazione di incontri nazionali, diffusione dell’Esperanto negli ambienti ferroviari (esposizioni, corsi,…).

Se sei un ferroviere (o ti piace la ferrovia !) e desideri avere contatti con “colleghi” dei più diversi paesi, l’Esperanto e l’IFEF fanno per te ! Dopo qualche mese di studio della lingua, ti meraviglierai di poter così bene comunicare con ferrovieri o appasionati di ferrovia di nazioni vicine o di altri continenti !

IFEA

(Dankegon al Romano Bolognesi pro la traduko)

 

 

 

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POVERTÀ, PREOCCUPANTI DATI ISTAT articolo dell’Unione Nazionale Consumatori

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L’INTELLIGENZA NECESSARIA di Alfonso Luigi Marra

È NECESSARIO PARTIRE DA UN’AGGREGAZIONE ANCHE PICCOLA DI INTELLIGENTI E LAVORARE INNANZITUTTO PER GUARIRE LA SOCIETÀ DALLA SUA GRAVISSIMA CRETINAGGINE, ALTRIMENTI I PARTITI, LE ORGANIZZAZIONI, LE NAZIONI, PIÙ SARANNO GRANDI E POTENTI, PIÙ CONTINUERANNO AD ESSERE PERNICIOSI.

L’intelligenza è pressoché scomparsa perché è quasi sinonimo di generosità, e la generosità non è compatibile con il consumismo.

La scienza moderna infatti non lo sa, ma l’intelligenza, ho scritto nel 1985, è null’altro che una qualità morale consistente nella capacità di svilupparsi passando attraverso lo sviluppo degli altri, e l’uomo divenne tale quando, diciamo un paio di milioni di anni fa, scoprì le prime forme di generosità.

Qualità morale tipica solo dell’uomo perché il cane, scrivo ne “Il labirinto femminile”, sarà intelligente solo quando, guardandoti negli occhi saprà capire se hai fame e decidere se dividere con te la scodella.

La cretinaggine, viceversa, ho scritto sempre nel 1985, non è un’inguaribile forma di insufficienza mentale, perché tutti gli individui sono in realtà dotati di un sapere enorme e di un’enorme capacità di applicarlo, ma è una devianza frutto del coltivare idee errate di sé, degli altri, di altri o della realtà.

Idee errate quasi sempre basate su visioni egoistiche anch’esse tipiche del consumismo, che, data la sua diffusione mondiale, ha pertanto innescato ovunque questa devianza creando una società di cretini in cui i più cretini sono gli individui collocati ai livelli più elevati.

Perché è ovvio che quando una cultura è cretina (la cultura è il modo che gli uomini mediano di dover avere in comune nel vedere la realtà), meglio la si interpreta, più cretini si è, sicché i più cretini di tutti sono gli scienziati, gli intellettuali, i giuristi, i filosofi ecc.

E se mi chiamo fuori è perché, pur essendo in passato anch’io come tutti cretino, nel 1984 ho però infranto la barriera del mio inconscio fittizio, ho visto d’un tratto la mia cretinaggine (egoismo) e sono uscito dalla cultura vigente che, da allora, guardo dall’esterno, pagando peraltro il prezzo di essere da 35 anni un perseguitato.

Ora però il patto sociale (la cultura) si sta rompendo a causa della pressione della catastrofe climatica, che ha mandato in crisi innanzitutto l’economia, per cui cominciano a sussistere le condizioni perché molti abdichino alle visioni opportunistiche che li rendono cretini, e divengano da un giorno all’altro intelligenti.

Bisogna pertanto perseguire la strategia di raccogliere gli intelligenti e cercare di causare l’intelligenza di un sempre crescente numero d persone perché aggregarle senza averle prima guarite dalla cretinaggine è tanto più dannoso quanto meglio ci si riesce, e basta guardare i nostri grandi partiti.

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