SAMIDEANO SI RACCONTA

L’ULTIMA AVVENTURA
Riconosco a malapena – e con riluttanza – i contrassegni temporali di ieri, oggi e domani. Credo invece che sempre sia oggi. Ma non contrariatevi: vi prometto che, quando avrò finito di tracciare le linee generali, spulcerò il mio PC e vi consegnerò anche le date; so che alcuni ci tengono, ma io non ne ho mai granché capito l’importanza, e soprattutto le date (specie quella di nascita) mi disturbano, mi annoiano, mi torturano persino. E devo aggiungere che anche il ruolo dello storico, sacerdote della realtà oggettiva, non mi si addice affatto e mi affatica. Spero almeno sia utile.
Ieri mi convinsi che condividevo con la maggior parte della popolazione l’aspirazione profonda all’armonia sociale, malgrado sembri negarlo la conflittualità che regna a ogni livello, sostanzialmente indotta da un assetto ancora barbaro della società.
Il difficile è trovare il passaggio a nord ovest per aggirare questo continente consolidato della realtà che ci opprime, e della quale occorre una circumnavigazione totale, nelle menti in cui si è concretata la convinzione che la violenza, la coercizione, l’appropriazione, la competizione e la dialettica delle forze contrapposte sia un dettato immutabile e inamovibile di provenienza strutturale; e che gli ideali appartengano agli scemi, i quali nulla comprendono, e ai disadattati, che magari capiscono come va il mondo ma non sono attrezzati per scendere nell’arena.
Per un ribaltamento estremo dei fantasmi insediati, e quasi fusi, in loco delicato, la mente, occorre una leva non dura e non affilata. Desolato di non trovar leve e punti di appoggio di tal genere, ero in preda allo stesso sgomento di quando mi fu dato conoscere gli esiti oscuri delle rivoluzioni, a cui alcuni attribuiscono cause di progresso, consolandosi quand’io ne traggo disperazione.
Forse di leve dolci e possenti ce ne sono tante e il difficile è riconoscerle. Io alla fine riconobbi l’Esperanto. Diventai Samideano; e cominciò l’ultima mia avventura e il tempo presente.

L’AFFASCINANTE ROMANZO
Dell’esistenza dell’Esperanto mi ricordai per caso, quando decisi di mettere a dura prova la mia capacità inventiva, proponendomi di far diventare un unico e organico romanzo testi eterogenei, provenienti da menti che si erano sviluppate in ambienti culturali diversi. Intendevo sperimentare al contempo la disponibilità di artisti, solitamente gelosi del loro copyright, a creare assieme. Occorreva lanciare una sfida agli autori d’ogni dove, e non vedevo come fare se non con un concorso. Ma come diffondere il bando nelle varie parti del mondo? A quel punto mi sovvenni dell’Esperanto. Scrissi all’allora presidente della Federazione Esperantista Italiana, Renato Corsetti, che non conoscevo affatto. Ci incontrammo nel ristorantino della stazione di Cassino, dove chiacchierammo mangiando pasta e fagioli. Egli aveva portato con sé l’inseparabile Amerigo Iannacone, eminente esperantista, editore, prolifico e finissimo scrittore e poeta, della cui collaborazione disinteressata e specialissima ho potuto poi godere, nel mentre che la nostra amicizia diventava profonda, finché la sua laboriosa vita non fu recisa in un lampo dal caso, su un passaggio pedonale. Per un anno rimasi stranito, svenato. Con lentezza, come convalescente quando primavera non giunge ancora, mi risollevo.
Dunque, ai miei due interlocutori piacque il mio progetto e si dichiararono disposti a sostenerlo e diffondere il necessario concorso attraverso i canali esperantisti. I testi che sarebbero giunti in esperanto li avrebbero celermente tradotti una dozzina di volontari esperti, essi compresi, che oltretutto mi avrebbero assistito per la corrispondenza, giacché ancora non avevo intrapreso lo studio della lingua. Il romanzo, pubblicato dapprima in italiano, è stato successivamente tradotto e pubblicato in Esperanto. Questi sono i letterati che hanno assunto l’estenuante compito: Enrico Brustolin, Renato Corsetti, Silvia Garnero, Amerigo Iannacone, Gigi Montalbano, Nicola Morandi, Sergio Maria Pisana, Nicolino Rossi, Graziano Ricagno, Silvio e Alessandro Stoppoloni, Luciano Viviani. Nell’ambito esperantista, lo constatavo e ne ho prove continue, è sorprendentemente vivo lo spirito generoso di lavorare per uno scopo che trascende il lucro, con sacrifici di tempo e fatica che non importa se resteranno anonimi. Renato Corsetti non ha mai smesso di soccorrermi in ogni momento, e ho potuto conoscere la forza psichica e morale di un uomo pragmatico e che punta dritto al suo obiettivo come un ago magnetico. Mai avevo visto uno così. Un eroico stratega.
Avevo dunque trovato dei miei simili!
Samideano (amico della stessa idea) consueto sinonimo di esperantista, fu sostantivo che mi affascinò subito, tanto da indurmi a farne il personaggio protagonista del romanzo e, alla fine, assumerlo come mio nome d’arte per firmare il libro. Mi ci affeziono sempre più, caricandolo di significati e affidandogli sognanti fantasie; ma è alquanto rimarchevole che sempre più persone in esso mi riconoscono e Sam, come nel romanzo, mi chiamano affettuosamente.

Questa che segue è stata la provocazione, divenuta poi parte integrante del libro, agli ignoti probabili autori, all’interno del bando del concorso denominato “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?”, titolo poi del libro. (qui il sito di allora)

Molti anni fa, quando ancora il web non signoreggiava, mi giunse un ciclostilato curioso e interessante. Era firmato da un certo Bosco Nedelcovic. Esprimeva una filosofia della libertà individuale ampia, fuori dagli schemi, ma affascinante per una certa rispondenza a un anelito confuso, prepotente e frustrato che scalpitava nel mio animo giovane. Traspariva una comprensione psicologica non comune e proiettava il miraggio di una società utopica di profonda e reciproca comprensione fra gli esseri. Certo non poteva tratteggiare ogni aspetto del vivere civile in poche pagine; e dunque qualche interrogativo lasciava. Perciò decisi di scrivergli, per formulare alcune domande e, mi ricordo, per enunciare quel che ognuno di noi avrebbe dovuto pagare di lacerazioni psicologiche all’uguale diritto degli altri di accedere a ciò che egli indicava, con mia grande partecipazione, come riconfigurazione sostanziale dello spazio soggettivo.
La risposta arrivò, abbastanza repentina. Non era proprio Bosco a scrivere, ma una giornalista che trovava le mie osservazioni di ‘particolare sensibilità’ e pertanto voleva conoscermi. Non riuscii mai a capire se Nedelcovic fosse un personaggio inventato dalla stessa Sandrina Ognali, al fine di svolgere una ricerca sociologica, oppure, come disse lei, un autentico signore slavo, che aveva soggiornato per un breve periodo in Italia e che ella aveva avuto la gioia di conoscere e da cui aveva ricevuto i contatti, tra essi il mio, e gli incartamenti, prima che ripartisse. Quale influenza abbia esercitato sulla primaverile mia mente e sul modo di sentire, la frequentazione di tale serenissima signora, è una storia lunga, delicata e complessa, anche se non posso affermare sia un’altra storia, come si usa dire quando si vuol tacere. È un intreccio che ancora dipano nel brusio non so di quanti e quali piani della psiche. Mi domando se mai Bosco sia ritornato. Se ancora adepti, o illuminati che qui abbia lasciato, coltivino come me una nostalgia di quella società che egli credeva possibile e che, di là dell’unico esempio della giornalista, non ho mai, in nessun altro umano, visto comparire. E piuttosto constato come le libertà degli individui siano sempre piú in contrasto, e dunque di segno opposto, a quelle da Bosco proiettate. Forse Bosco Nedelcovic era pseudonimo coniato, cosí oso credere, da colei che m’insegnò a slacciare interne tensioni e che forse è ormai per tutti perduta. Oppure egli era un profeta inascoltato, che poi si volse a vita ascetica. La scomparsa di entrambi mi lasciò alieno; e fu come la dichiarazione universale che, per noi, qui, non c’è speranza. Ed è, questo, come tutti sanno, luogo di violenza e degrado. Pessimismo che lacera radici di vita e contro il quale eccomi ancora a combattere. Qualche volta, arrivando a dubitare dei passati accertamenti, torno a bussare alla porta di Sandrina. E trovo sempre incomprensibile che nessuno la ricordi, come inaccettabile che mi dia la stessa disperazione. Vorrei poter dire: Bosco Nedelcovic non ci ha mai lasciati o, al peggio, è tornato. Vorrei poter andare sulle tracce della sua identità e del suo insegnamento. Se qualcuno avesse conosciuto Bosco o Sandrina, o ne avesse udito parlare, non me lo taccia ancora. E chi dovesse custodire anche una sola frase a loro attribuita, graziosamente me ne renda partecipe.
samideano@hotmail.it

Arrivarono, numerosi, lunghi racconti, dando molto lavoro ai traduttori. Alla fine scelsi i lavori più fantasiosi. Vi tessei intorno e dentro, senza alterarli, e permettendo al lettore di capire (quando ciò non disturbava la narrazione, ma sempre concordando con lo scrittore), per differenza grafica, dove aveva messo le mani Samideano.
E non dirò mai abbastanza bene degli autori che collaborarono, e con cui ancora oggi fraternizzo. È stata gioiosa esperienza creativa di due anni. Un lavoro massacrante e bello! Ne venne fuori un “affascinante romanzo”, come scrisse il critico Anna Maria Crisafulli Sartori, che allora conoscevo appena e ora mi gratifica della sua affettuosa amicizia, fino a essere una dei fondatori di Sicilia Esperantista. “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?” dipana un’eretica realtà estesa in più mondi, di cui talvolta descrive originali scenari psicologici, fisici e metafisici. (Presentazione a Palermo)

GLI ESPERANTISTI SON CAVALIERI
Come quasi tutti, ho studiato a scuola inglese e francese; ma, come pochi, con scarso profitto. Sprovvisto di buona memoria, non volevo che parole straniere affollassero la mente, disturbando la buona gestione della lingua madre, che è musica e danza. Ed è come pensate: brutta sindrome illusionale mi possedeva, contro cui ora lotto, in favore dell’Esperanto, con successo che potrebbe essere migliore. E mi logora, come tutto ciò che è mediocre.
Le relazioni internazionali che mi aveva fruttato oltre ogni aspettativa “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic? / Kiu konis sinioron Bosko Nedelkoviĉ?”, pubblicato nelle due lingue, erano diventate così complicate, dovendo ricorrere agli amici traduttori, e alla fine tanto mortificanti, che dovetti capitolare: m’inginocchiai a Zamenhof, con la mente, come un pellegrino bisognoso e implorante. Tuttora un fluttuante lessico turbina e mi confonde. La lingua facile mina la mia sicurezza; è difficile tuffarmici dentro e farmi permeare il pensiero, la personalità, la coscienza; avventuroso, come lo credevo, il mio io teme la trasmutazione! Costretto ancora a tradurre me stesso, timoroso di affrontare la conversazione viso a viso, fuori della carta e senza dizionario. Una durezza mentale che mi stupisce e mi mortifica.
E così li capisco, capisco tutti coloro che, per sindromi simili, si sgomentano davanti al pc, per esempio, o all’Esperanto stesso, che andrebbe studiato preferibilmente da piccoli, a scuola, o meglio fra le braccia delle madri. Giacché di esso l’umanità ha assolutamente bisogno. Per sottrarsi ai domini culturali, per mettere fine alla babele.
Gli esperantisti sanno bene a quale mutazione del cuore induca chi afferra l’interna idea che all’Esperanto fa anima.
Gli esperantisti si domandano, al pari di me, perché mai una così evidente possibilità di fraternizzare fra i popoli non sia ancora esplosa e non dilaghi; perché, insomma, i milioni che perdono tempo in giochi inutili, che riecheggiano gli allarmi sociali e ambientali, contribuendo allo schiamazzo generale inoperoso e vile, non trovano gratificazione nell’apprendere una lingua ch’è speranza per tutta l’umanità. Più ancora, perché la gente più colta non afferra l’opportunità di elevare l’atteggiamento morale della società, proponendo ai propri figli lo studio della lingua, la cui genesi è storia anche affascinante, che affonda radici nei millenni. E perché i più intelligenti non si schierano dalla parte di chi si adopera per sanare, e trovano appagante sentirsi profetici per aver capito che la società si sfascerà, le nazioni confliggeranno, la finanza affamerà sempre più i popoli, l’equilibrio climatico collasserà e miliardi di persone moriranno. Perché mai la massa della popolazione vede chi propone soluzioni pacifiche come nemico o stupido? Forse perché osa chiedere responsabilità e impegno? La caratteristica umana più comune dunque è l’ignavia? La gente crede che l’unica cosa che può compensare l’opera è il soldo? Ma questa è proprio la mentalità dei servi! La decantata nobiltà del lavoro sta nel lavoro disinteressato, filantropico, lungimirante e saggio. Ed ecco perché, ai miei occhi, gli esperantisti sono dei cavalieri, che per definirli meglio ho chiamato “Cavalieri della Pace”. Senza spada, forsanche senza scudo.

LA CIVILTÀ DEL POI
La capacità degli esperantisti di organizzarsi è rilevante. Centinaia di migliaia, pochi milioni o tanti, non riesce appurarlo, costellano tutti gli angoli del pianeta di gruppi interconnessi, nutriti o esigui, di un’efficienza che non ha eguali. Maestri di squisite relazioni, dell’espressione cortese, attendono nel loro salotto o al tavolo da cucina il volenteroso che bussa per ricevere l’alba futura. Da cento anni quest’amoroso soccorso perpetua una specie preziosa e tenace, che lentamente cresce di numero, d’iniziative e consapevolezza. Mi ha commosso l’umiltà dei famosi e grandi, in lingua e arte: fui trattato come un loro pari, pur novello e bisognoso di tutto.
Un popolo amabile, una civiltà del poi in un mondo ignaro alla deriva.
Un nuovo ballo fa il giro del mondo in poche ore; in un minuto vien dichiarata guerra, per cui milioni di ragazzi sono pronti a morire.
Ma l’Esperanto – riconosciuto propedeutico all’apprendimento di altre lingue, perché miracolo di logica evidenza delle parti del discorso, semplicità grammaticale e geometrica costruzione sintattica, oltreché formidabile veicolo didattico di un alto ideale filantropico, accolto dall’UNESCO che fa da decenni appelli agli Stati affinché l’introducano nelle scuole – trova ministeri pronti a sollecitare i direttori didattici, ma senza fornir loro fondi. Nessuno si preoccupa di creare i professori di questa lingua, tranne le associazioni esperantiste, che non potranno fornire loro una cattedra a fine corso.
Da allievo a docente: volontario bussai nelle scuole. Più volte respinto, trovai una classe a Santa Teresa di Riva, appoggiato dalla maestra Maria Catena Miuccio, diventata poi esperantista; un’altra a Sant’Angelo di Brolo, dove la dirigente era ostile, ma i buoni auspici del sindaco, Basilio Caruso, per qualche anno mi trovarono spazio. Per quattro anni ho insegnato nella scuola media “Alberto Stagno D’Alcontres”, affettuosamente accolto dal signorile preside Angelo Cavallaro, poi dalla dirigente che gli succedette, Patrizia Italia, e sostenuto dalle professoresse, che con me hanno poi studiato la lingua, Rosalba Mancuso, Denise Cavallaro e Silvana Imbesi. Quest’ultima ne è diventata una buona insegnante. Dimenticavo: ho avuto una classe anche nella scuola media di Merì per un anno. I bambini apprendono con grande rapidità; dopo quattro o cinque lezioni, sono in grado di tradurre correttamente con l’ausilio del piccolo dizionario delle radici di Vassella e Corsetti. Credo di aver iniziato oltre 500 allievi. Tanti! Pochissimi per l’obiettivo di una lingua unica per tutti, libera per un’umanità libera. E soprattutto, con pena, mi domando quanti di essi lo coltiveranno: per lo più ci si adatta all’ambiente. Ed è l’ambiente che va cambiato.

CAMBIARE L’AMBIENTE
Gli esperantisti perpetuano sforzi generosi per la divulgazione della lingua universale e per il supremo obiettivo per cui è stata creata: la pace. Si tratta di un cambiamento culturale radicale, propedeutico a un livello di civiltà superiore.
A pensarci, poiché la guerra sembra così insensata e degna soltanto di orde barbariche, stupisce come ancora non sia debellata e non sia invalsa la generale consuetudine di discutere e concordare le decisioni per il bene comune. Deve esserci una ragione che va al di là degli interessi veri e propri, visto che in effetti nessuno in realtà alla fine se ne giova.
Sospettiamo che si attribuisca alle necessità di efficienza, ai fini della guerra, un benefico e irrinunciabile stimolo al progresso, e che la pace sia considerata noiosa e regressiva.
Deve esserci, mi dicevo, sia pure ancora nell’iperuranio atono e diafano, la giusta parola, la giusta azione che slacci il sacco in cui è rinchiuso e compresso Esperanto, impetuoso re dei venti. Quali orecchi fini possono udirne l’attutito fruscio melodioso?
Mi risposi subito: gli scrittori, i poeti, gente abituata a riflettere e creare nuove realtà mentali. E sapevo già come provocarli, invitarli, chiamarli! Diventai un organizzatore di premi letterari.
“Poesia da tutti i cieli”

Socio Onorario

Ed ecco assieme, in una Giuria, letterati di chiara fama, non solo esperantisti, alcuni dei quali considerati dei veri e propri geni, disposti a leggere e valutare centinaia di poesie che pervengono da tutta Italia e da ogni continente. Giuseppe Campolo (segretario), Renato Corsetti, Anna Maria Crisafulli Sartori (presidente), Amerigo Iannacone, Ella Imbalzano Amoroso, Carmel Mallia, Carlo Minnaja, Luigia Oberrauch Madella, Nicolino Rossi, Nicola Ruggiero. Le poesie pervenute in Esperanto, per renderle leggibili ai membri non esperantisti, ecco questo scalmanato tradurle man mano arrivano. I commissari ricevono da me un unico file con le poesie anonime numerate, in due colonne, i testi affiancati nelle due lingue. Gli esperantisti tra essi possono leggere l’originale in esperanto, oltre la mia traduzione, gli altri tutto in italiano. Un sistema di schede, alla fine affiancabili, mette in condizione me, autoescluso dalla valutazione, di sommare i voti e produrre la graduatoria da cui escono i vincitori. Migliaia, forse decine di migliaia, attraverso questo concorso, in Italia, apprendono qualcosa di più della lingua universale o addirittura per la prima volta ne sentono parlare; qualcuno decide di studiarla.
Premiazione, per i primi tre anni, in ottobre, nel teatro comunale di Sant’Angelo di Brolo; il quarto anno a Terme Vigliatore, nel salone del Parco Augusto, e nei cui appartamenti vengono alloggiati gli ospiti dall’Italia e dall’estero. Segnatamente i Cavaliere di Sicilia Perla Martinelli, di Spagna, e Carmel Mallia, di Malta. L’esito qui.
Poi il buco: ci fu sottratto Amerigo. Non so se si può intendere il mio smarrimento, il senso dell’inutilità di tutto. Non ne voglio parlare; non so quale forza mi ha obbligato a ricominciare.
Accade sempre che incontro qualcuno che mi soccorre quando ho una difficoltà o non ho la preparazione per risolvere un problema. E ora, la Provvidenza sa che mi occorre essere sostituito, almeno in parte? Aiutato.

RICERCA DEI SALVATORI
Chi, meglio dei poeti, potrebbe capire la squisita forza della corale richiesta della pace, attraverso il disegno poetico dell’Esperanto? Eppure nemmeno essi saranno i compositori per tale orchestra: sono degli adulti, con tutti gli obblighi, incombenze e stanchezze proprie di questa condizione.
Così come sono largamente schivate, da miseri e potenti, la fratellanza, la giustizia sociale, l’agiatezza diffusa, la collaborazione, è scansato l’Esperanto. Deve, dunque al più presto, entrare – e mi ripugna dirlo, ma confido nella sperimentata moderazione e saggezza dell’apparato scolastico – obbligatorio nelle scuole come seconda lingua, sin dalle elementari. E questa necessità sociale gli adulti possono capirla: essi, infatti, nell’educare ricorrono all’imposizione con dissimulato amore, quando è il mezzo più spicciativo ed efficace per ottenere un risultato d’importanza vitale. E qui, cari miei, nemmeno lo sfascio del clima si risolverà se non si costruisce un’armonia planetaria di cuori e menti. Non ne sentite l’urgenza?
Molte più persone, che i praticanti l’Esperanto, possono riconoscere facilmente il valore di una lingua non etnica, universale, ravvisandola nell’Esperanto, se non devono fare sacrifici personali. Ecco che così si concepisce un nuova e più ampia identità di esperantista: colui che desidera consciamente l’avvento dell’Esperanto e della pace che l’unificazione ideale dei popoli renderà obbligatoria. Oh, se questo desiderio diventasse universale! Sicilia Esperantista si informa a tale concetto, creando un ponte fra l’élite degli esperantisti veri e propri e tutti coloro che all’ideale esperantista si aprono, almeno con il cuore. Essi renderanno universalmente possibile, e conveniente a chi cerca suffragio, l’adozione dell’Esperanto nelle scuole.
Moltissime sono le Associazioni che sposano l’ideale di pace e giustizia che è pure dell’Esperanto. Se esse, una buona parte di esse riconoscesse e affermasse esplicitamente la cruciale importanza della lingua universale, esprimerebbero una tal forza vocativa che potrebbe somigliare a un ordine. Si proverà un efficace invito.

I PATROCINI
Avrete notato che questo nuovo sito de “I concorsi di Samideano” è alquanto diverso dal precedente, non soltanto per la grafica. Per esempio, non abbiamo chiesto nessun patrocinio. Non godiamo della vostra fiducia? Ci deve avallare qualcuno?

LE CITTÀ ESPERANTISTE
Basilio Caruso sindaco.
Per “Poesia da tutti i cieli”, dispose in mio favore l’uso gratuito del teatro comunale. Redasse la delibera, la propose alla Giunta che l’approvò: Sant’Angelo di Brolo “Città esperantista”. Seguirono Librizzi, Castroreale e Terme Vigliatore. Numerosi altri sindaci dei Comuni contattati erano ben disposti a tale delibera. Confortevole aver trovato donne e uomini molto colti, lucidi e animati dall’amore per la loro terra. Ero e sono convinto che un’area di Comuni Esperantisti abbastanza vasta possa attrarre l’attenzione e magari portare turismo esperantista e di curiosi d’ogni dove, con l’effetto che gli utilitaristi si destino e i giovani trovino una ragione pratica per imparare l’esperanto d’accoglienza. In effetti alcuni cittadini hanno seguito un corso per l’apprendimento della lingua.
L’impegno che mi avrebbe richiesto continuare il pellegrinare per le cittadine dei Nebrodi – pena che ben conoscevo – e le ingenti spese per andare e venire per un incontro frettoloso e non immediatamente risolutivo, superavano le disponibili forze finanziarie e fisiche. Tuttavia ritengo ancora sia strategia coadiuvante valida per l’obiettivo finale di indurre il governo a introdurre la lingua nelle scuole; pertanto ancora potrebbe essere perseguita in ogni Comune della Nazione, sol che ci fossero persone disposte a operare nella propria città, approfittando dell’esperienza che ho accumulato e offro.


ULTIMO PER ME,
ANCHE  QUESTO È UN ROMANZO
CHE SCRIVEREMO ASSIEME.
NON SULLA CARTA. NON PIÚ SULLA CARTA. E OGNUNO PUÒ ESSERE IL PERSONAGGIO CHE VUOLE.

 

 

 

SANT’ANGELO DI BROLO

LIBRIZZI

CASTROREALE

TERME VIGLIATORE

 

Pubblicato in ARTICOLI, Autore | Contrassegnato , | Lascia un commento

C’È DI MEZZO IL MARE di Ornella Mamone Capria

Tutto addobbato e preparato per i ministri del Vangelo di tutta Italia e per giornalisti famosi. Nel menu letto ad alta voce dal vescovo di Milano si capisce che la cena è luculliana: mitili, spigole, orate, aragoste, maiale, anitra, vitellino, cinghiale, pernici e contorni di melanzane, patate, peperoni, fagiolini, funghi porcini, formaggi, ricotta, dolci e vini.

Arrivano alla tavola imbandita due uomini in livrea bianca, vengono invitati dai prelati a non servire i singoli commensali e a poggiare sulla tavola imbandita le prime due grandi pirofile di vetro con coperchio in cui si intravedono nell’una molte fettine di maiale distribuite a cerchio inondate da olio abbondante, aglio, rosmarino e peperoncino piccante e nell’altra il famoso contorno calabrese pìpe patàt (peperoni e patate). L’odore si diffonde nella sala del ristorante I Cannaruti di Corigliano-Rossano, quella adibita a lauti pranzi, fatta di arazzi, dipinti e luci particolari. Il cannarùtu, secondo uno studioso del territorio, Martino Rizzo, è uno che fa lavorare molto il cannarùno, la canna della gola, e il cannaròzzo, la gola. Infatti cannarùtu significa ghiotto, goloso ed è un termine dialettale diffuso da Napoli in giù. Per il letterato campano Giambattista Basile nel XVII secolo «Lo cannaruto è ommo de bona vita». Attorno a quel tavolo presenziano tutti ommini de bona vita dalle papille gustative pronunciate che hanno, però, completamente dimenticato il contenuto della propria relazione, discussa con fervore al convegno qualche ora prima, dal titolo “Il Clima siamo noi”. Sembra che il menu, il tovagliato in lino, le posate, i piatti di porcellana segnino il confine tra le parole dette e le azioni propositive per l’ambiente, tra la rinuncia e l’accettazione, tra l’ambiguità e il vero essere; sembra che il consumo di cibo di quella sera non contribuisca a diminuire l’emissione del protossido di azoto e di metano. Sembra, sembra…

Il vescovo di Siena, interessato al Codex Purpureus Rossanensis, discute con il vescovo di Corigliano-Rossano sull’evangelario unico al mondo del V-VI secolo – capolavoro bizantino vergato in oro e in argento, corredato da quattordici miniature – ma allo stesso tempo punta gli occhi sulle pietanze e vede il coperchio dalla pirofila sollevarsi automaticamente e da esso schizzare come un razzo il sugo delle fettine sui visi dei giornalisti. Vengono colpiti Francesco, Maria, Elisa malcapitati giunti per scrivere un articolo sulle testate “La Gazzetta del Sud”, “Il Resto del Carlino” e “L’Osservatore Romano”; si alzano dai posti e scappano per cercare acqua fredda e neutralizzare quel calore bruciante. Intanto l’odore del contorno caratteristico del luogo è invitante. Si sente la voce degli infortunati giungere da lontano: «Stiamo bene, continuate a mangiare!».

I commensali sospirano insieme, non si sa se per la notizia o per la fame. Sua Eccellenza Reverendissima di Bari, Francesco de Bonis, quasi a ripetere il gesto della Santa messa e a officiare quel rito di passione, alza la bottiglia e cerca di versare il contenuto nel bicchiere del prelato alla sua sinistra ma esclama: «Dov’è finito il vino?».

Dalla parte opposta del tavolo si sente una voce: «Non ne esce nemmeno un goccio?». Un’esitazione così da consentire il divertimento: a tutti è sembrato vedere nella bottiglia il rosso vermiglio di Cirò.

Il vescovo di Corigliano-Rossano si guarda attorno: «C’è un ladro ubriacone o sono io ubriaco?». Nessuno asserisce

il contrario ma tutti gli invitati con nonchalance si riempiono il proprio bicchiere di acqua mentre l’anidride carbonica dell’aria sciolta all’istante la rende gassata. Che caldo! Intanto i camerieri con aria smarrita e mortificata si apprestano a portare altre bottiglie di vino ma tutte sono vuote, per cui si recano in cantina a ricercarne di piene. All’improvviso qualcuno si accorge che le fettine di carne si incollano l’una all’altra fino a formare il corpo di un maiale, con cotica rosea e dal grugnito reale.

Spaventati si guardano l’un l’altro. Poi, pensando a uno scherzo di Sua eccellenza Antonio Saraceno, il vescovo di Napoli, ridono a squarciagola come pazzi scalmanati.

Qualcuno dice: «Antonio, sei proprio un birichino, sei riuscito con la tecnologia a darci l’illusione di far comparire un maialino vero. Vuoi giocare con noi? Quale magarìa elettronica hai escogitato? Come hai fatto ad elaborare questo magnifico ologramma in 3D?».

Tutti o quasi conoscono le maestrie elettroniche e informatiche di Don Antonio. Tra guizzi e sollazzi si avverte pure il suo balbettio: «No, non so… no sta… to io!».

I prelati si divertono estraniandosi dal fatto. Non vogliono credere al prete burlone ma presto si accorgono dei suoi occhi impietriti. Nessuno di essi si volta più verso l’altro compagno, il maialino si scrolla di dosso l’olio e passeggia su ogni piatto lasciando l’impronta delle sue zampette, poi salta sulle cosce dei commensali, come se fosse stato nel porcile, va sul prelato di maggior peso e gli lascia sulle cosce un ricordino. Che schifo! Arrivano i camerieri, ignari di quanto fosse successo, con aria spavalda su un carrello è posizionata una grande ciotola trasparente con valve di mitili sbuffanti acqua salatissima a distanza di circa due metri e una rete di pescatore imbrigliante limoni e fiori, orate, aragoste e spigole.

Il maialino sembra essere scomparso ma si respira stranezza nell’aria. Ad un tratto si gonfia la rete del carrello e come un’onda gigantesca intrappola le teste e le braccia dei presenti. Ogni persona ha di fronte gli occhi convessi e brillanti di un vertebrato acquatico, sembra che ne sia diventato il riflesso, come a dire la frase di Franz Kafka «Ora posso guardarti in pace; ora che non ti mangio più». Ma quale pace! Sotto il tavolo, le gambe di ogni commensale sentono lo strofinio di peli e piume di qualche animale insieme al loro muggito, allo starnazzo e al grugnito; non si dimenano, hanno paura dei morsi o delle beccate. Si innalza, però, un farfugliamento di preghiere e le lacrime scendono a fontana mentre le pernici giocano sopra la rete a rincorrersi.

Qualche vescovo cerca di svincolarsi dalla rete, qualcun altro tenta di trovare il proprio crocifisso, altri il rosario, ma invano, le maglie sono troppo strette per liberare le mani. Intanto il caldo arroventa l’ambiente, circa 60°C in sala. Arrivano i giornalisti dalla toilette e i camerieri, ignari di tutto, si accorgono della situazione surreale e tentano di liberare “il corpo della Chiesa” ma il filo della rete è resistente a forbici e coltelli affilatissimi di cucina, e appena si avvicinano ad un animale (pesce o chicchessia) avvertono sul corpo calore e scosse elettriche. I camerieri scappano pensando ad una punizione sovrannaturale, i giornalisti iniziano a filmare e inviare tutto il materiale alle sedi giornalistiche. Intanto ogni contorno si inacidisce e quel fastidioso odore si diffonde nell’aria.

L’indomani tutta Italia leggerà in prima pagina i seguenti titoli: La Gazzetta del Sud – Dal convegno del progresso alla cena del regresso.

Il Resto del Carlino – Animali striscianti ed elettrici contro i vescovi d’Italia.

L’Osservatore Romano – La Chiesa digiuna per l’ambiente.

Chissà se i lettori avranno contezza di quanto sia effettiva-mente accaduto nella cittadina calabrese!

Pubblicato in ARTICOLI | Contrassegnato , | Lascia un commento

LIBIDO di Giuseppe Campolo

Santa Natura, in te m’esalto, e all’anima
Un fremito mi passa alto e gentil.
Son tuo, son tuo, madre infinita: i palpiti
Dell’immensa tua vita io sento in me.
                                              Mario Rapisardi

Dall’acqua alla roccia, affascinante scrigno è la Terra. Sin dai primordi, l’eleganza d’ogni forma vegetale non perde spettacolarità graziosa nemmeno nella morte, che vibra di colori ascetici. Sembra opera di una Dea innocente, pacifica e benigna, capace di gestire ottimamente il circoscritto orizzonte che le fu appaltato.

Per la vita di carne, invece, la Natura si impegnò in esperimenti insani, come fosse un altro Dio, un Dio maschio, appunto, sconsiderato e impacciato; oppure Femmina, sì, ma resa isterica dall’azzardo di affrancare viventi dalla dipendenza stretta dal suolo. È forse nato allora l’anelito sublime, potentissimo e assurdo, alla libertà?

Che saggezza fu mai, farli semoventi, se le costò tradire il suo bel senso estetico? Le necessitò la scelta schifosa di far accogliere l’humus in seno al corpo, dove lo scrigno dei sentimenti fa orrore e l’elaboratore del pensiero sconcerta, montando una sorta di macchina da compost che azzanna, strazia e tritura con gusto raffinato, per inglobare esseri palpitanti a profitto di radici villose. Siffatte gentilezze educano persino Profeti, che incorrono nel lapsus, inavvertito, di stabilire sacro lo sgozzare e arrostire il capretto. La Demiurga, tutta psiche, con appropriato inconscio planetario, così proiettava i suoi demoni, impaludando l’alta meta comandata, il cui avvertito disagio, ineffabile, chiamiamo Tensione Spirituale.

Ne partorì di tutte le fogge e misure, per colmare ogni falla dell’architettura, assegnando compiti di pena e immondi, come se fosse un prototipo di scienziata priva scrupoli. Per moltiplicare, ricorse al fai da te del fiore sbandierato con sfrontatezza al vento, in muso all’ape, stupida carne (per fruitori più grossolani, rosa che non profuma)! Condannò la femmina alla fregola e alla meschina seduzione. Astuta e torbida, mascherò la verità delle viscere con ingannevole cosmesi, per indurre all’accoppiamento. Assicuratasi l’avvicendarsi in automatico, quest’ammirata Anima mundi butta nel suo ventre le allevate animuzze ancora nostalgiche di bellezza.

Qualche idea di dove andare a parare l’avrà avuta, e se la sarà data alla maniera degli alchimisti, suoi discepoli prediletti: una suprema pietra filosofale, incognita di adeguata altezza, un braccio più in là del suo possibile. Ma fece appena in tempo, per sfornare umani, prima di entrare in menopausa.

Nel mentre che siamo un presente che frana, Olistici ascrivono alla Santa Natura ogni sorta di perfezione. Essi s’ingannano per carenza di coraggio.

Non sapendo che farsi di pochi altri miliardi di anni, a esempio Suo, guerreggeranno la battaglia finale, umani e trans-umani, credendo si tratti di evoluzione.

Pubblicato in ARTICOLI | Contrassegnato , | Lascia un commento

FACCIA NUDA di Luisa Di Francesco

(Taranto 20.03.2022)

Porto a spasso la mia faccia nuda,
le maschere non la riempiono
come la cenere non dà impronta
come il silenzio non elude il frastuono
come il pianto non uccide la sorte
e l’irrequietezza non inganna la morte
come l’elogio non corregge il biasimo
come Orfeo non incanta il sogno
e nell’ideale creato cerca posto.
Porto a spasso la mia faccia nuda
e il vero la svuota e la scava
come goccia scabra sulla pelle
come salsedine che erode i banchi
e attraversa le dune sospinte
come folata intirizzisce in brividi
come ghiaccio che ottunde dolori.

Ho i piedi nudi nel freddo,
portano la mia faccia senza volti
inattesa apparenza dell’essere
appartata resistenza dell’apparire
e avverto l’orgoglio di non fuggire
a questa mia nuda faccia esposta.

Lasciate che la mia faccia
confonda inaspettata
chi sempre l’ha celata.

Pubblicato in POESIE | Contrassegnato , | Lascia un commento

DAL DIARIO DI UNA RESISTENZA di Giuseppe Campolo

1

È dura impresa, per un autore che si trovi in piena scrittura di un romanzo, continuare a narrare la realtà parallela nell’incombere di quella presente, chiamata cronaca, da cui scaturisce costernazione e istinto di rivolta. Egli attenderà alla sua opera ormai con riluttanza, senza il rapimento necessario. È questa anche la mia condizione.

Non ho più nulla da mangiare, ieri sera ho divorato un piatto di patate. Dovrò ora andare, con sguardo forse folle o forse smarrito come ne vedo altri, in qualcuno di quei luoghi-mangiatoie in cui è consentito l’accesso a un non inoculato: unica libertà per ominidi allevati in batteria.

È oggi una data storica: è fatto obbligo di sottoporsi alla siringa se si ha cinquant’anni, più un giorno, fino a quello stesso della morte. È una sorta di ergastolo casalingo, inflitto a chi non vuol farsi violare.

Ho visto nella mia infanzia un bambino rifiutare il latte alimento altamente simbolico — a costo di punizioni. Egli era sempre più resistente, quanto più manesca diventava sua madre. Una mattina che assistetti io, quando si era raggomitolato in un angolo, affranto e affamato, lei lo strattonò, lo spogliò e lo spinse nudo sul balcone. «Alla vergogna, finché non me lo chiederai, il latte!» gli gridò con la sua voce acuta, che straziava soprattutto quando, rifacendo il letto, cantava “Vissi d’arte, vissi d’amore”.

Fuggii. Giunto al portone ancora furente, suonai il campanello e attesi. Quando ella si affacciò, le dissi: «Zia Aurelia, sei maleducata!»

Attraversata la strada, prima di varcare il portone di casa mia, che era di fronte, vidi da sotto in su mio cugino esposto al ludibrio. Ma non aveva un atteggiamento mortificato o vergognoso: assorto, prendeva il sole, dritto in piedi e spavaldo. Non guardò verso di me, ma fingeva di fumare. Con altrettanta fermezza, avrebbe oggi evitato la siringa, come allora aveva scagliato via la tazza, per quanto potesse contenere il suo bene. Mi pare di fargli onore, resistendo io.

Mentre tutti vanno in maschera, io porto a spasso la faccia nuda come lui esponeva il suo uccellino implume. E questo presente, saturo di benevolenze prepotenti che schioccano come fruste a ogni consiglio dei ministri, interferisce con il mondo che vado tracciando con la scrittura, svenandolo nell’anima mia. Queste due complessità si intersecano e si contaminano, guastandomi l’umore e il sonno.

Ormai meno la scrittura come altri porta a spasso il cane per rendere sopportabile l’infierire del tempo, con la differenza buona che non mi lecca la faccia. Per la prima volta, non scrivo in piena gioia. È un cattivo presagio?

2

Scoppia ora una vera guerra dove scorre l’azzurro Dnieper, per cui si piange anche qui, in Sicilia e nel villaggio mio. Scendo per comprare pane e broccoli, di mala voglia nel timore di incontrare la signora del piano di sotto rossa in viso e le tristi madri agli scaffali, addolorate come se i bimbi dell’estuario, del golfo, delle pianure, delle metropoli e degli asili fossero di loro appartenenza, benché esse stesse come tutti siano autrici di crudeltà quotidiane, modeste e terribili.

Io sono stupito della generale confusione mentale. Quelli che interpretano i fatti e con sicura precisione distinguono tra morte e morte, proprio essi mi spaventano a morte. Sembra che sia esecrabile estinguere un civile, mentre per logica di guerra sia legittimo fare secco un soldato, che dopotutto è un civile coartato e quindi doppiamente vittima. Forti del diritto de L’Aia, i commentatori individuano dove precisamente la belligeranza sconfini nel crimine di guerra, quando già la guerra è il crimine maggiore. Guerra! Disquisire sulle moderazioni che ne sancirebbero l’eticità non è un segno di pazzia?

Ogni rapporto umano è visto come una naturale e sana competizione per esistere, calmierata dalla forza maggiore della legge, in cui si sostanzia la nostra civiltà. Questo realismo crudo viene temperato con la provvidenziale trasformazione del Dio degli eserciti nel Dio dell’amore. Amore, praticando il quale è possibile infliggere i più atroci tormenti, ascrivendoli ad accidenti o a imperfezioni di esso a causa della nostra indegnità. Credo di capire quale sia la necessità di tale ammanto e non vorrei che se ne privasse la debole umanità; ma quello che non riesco ad afferrare è la difficoltà di mettere al bando il duello fra le nazioni, come si vieta senza grossi problemi fra gli individui.

O almeno, lo so: L’ONU non è affatto la magistratura suprema e libera che estende una giusta legge su tutti uguale, avendo i mezzi per farla rispettare.

Di conseguenza, ancora è legittimo il pretenzioso mestiere di analista geopolitico, che consiste nella pratica a distanza di una sorta di psichiatria sulle nazioni, per le quali si esprime la diagnosi senza produrre la prognosi.

Il mio dirimpettaio crede di averla: «Non c’è che l’Anarchia! Non ti dice niente che questa è messa al bando e la guerra no? La gente non pensa nemmeno na nticchia!» Che volete, ognuno dice la sua.

Io dico che, restando così le cose, non ci sia che opporsi, rifiutando anche il latte se viene dal tiranno. Ma, in questo caso, la resistenza efficace e nobile è sempre quella di Gandi? Chi glielo va a dire?

Pubblicato in ARTICOLI | Contrassegnato , | Lascia un commento

TRANSUMANI di Giuseppe Campolo

comodamente felici, in perfetta illusione

Talvolta penso che si rifugia nella scrittura chi non ha abbastanza carisma per parlare in un gruppo umano, pur piccolo, senza essere interrotto fuori proposito, come se la sua voce non fosse udita. Chi scrive fa una sorta di tacitazione dell’interlocutore, la cui preponderante presenza egli non avrebbe modo di frenare. Forse c’è realmente questo tipo di scrittori e immagino di farne parte. Un tipo di scrittore il di cui libro si chiude dopo averne letto qualche rigo. Distante, astruso, alieno alla logica comune, noioso e infastidente. Se io, scrittore palloso, parlassi da un palcoscenico, vedrei gli spettatori lasciare la sala a uno a uno, a coppie e a gruppi. Mi accorgerei d’improvviso dei palchi svuotati. Tre o quattro spettatori rimarrebbero disseminati sulle sedie, come sassi troppo inerti per essere svelti e trascinati via dal defluire delle acque. Non sarebbero un pubblico, però, perché questo ha bisogno dell’afflato della vicinanza di tanti simili per vibrare all’unisono con la scena; sarebbero individualità emotivamente statiche, resistenti all’onda povera della ribalta. Per questo loro gusto dell’ostilità muta e ostinata, rimangono seduti. Su un tale palcoscenico occorre il coraggio dei fanatici, per restare.

Il volenteroso mio amico prova a seguire le improbabili vicende descritte nei miei libri, ma senza riuscirci; egli ha l’aspetto pacioso e prospero di un patrizio dell’antica Roma, e ama i romanzi storici che quel periodo ritraggono. In ciò, sono io a non capire lui: la mia volubilità non mi permette di reggere l’idea di una tale unica passione. Beata la donna sua, che se lo ritroverà sempre fedele. Egli è affidabile quanto io sono infido. Ma anche lui ha qualche incongruenza, una contraddizione interna che mi lascia perplesso, anzi spaventato come se celasse un gladio sotto la toga. Come spiegare infatti che egli sia cultore con uguale ardore della futuristica scienza dell’intelligenza artificiale? L’impero e il transumano vanno, per vie profonde che non sospettavo, in connessione empatica? Quelli che fuggono dal mio teatro formerebbero la platea dei transumanisti, in trasmigrazione per il futuro? Un futuro imperiale. I miei non-lettori sono i persecutori a venire della minore gente mia?

Se individui come me non-trans ne rimarranno, alla fine, e se non saranno così pochi e sparsi da non potersi incontrare al punto di doversi estinguere in solitudine, e avranno invece la possibilità di formare piccole comunità, allora dovranno trovare il modo di sottrarsi all’anagrafe, evitando di farsi individuare, contare, connettere, mettere in sicurezza digitale, nella vita e nella morte. Cosa difficile, più di quanto io riesca ad immaginare, dovendo essi giocoforza condividere il pianeta con le turbe orchestrate felicemente dal Continuum Cloud planetario. Essi sarebbero subito identificabili, essendo incapaci di accendere la luce elettrica con il semplice rivolgere lo sguardo alla lampada, che subito sorriderebbe loro di benevola luminosità, filtrata da frequenze dannose alla retina. La totale scomparsa degli interruttori li condannerebbero al lume delle candele e agli amplessi romantici di altri tempi e fuori moda. Benché confusi fra la gente che accede ai treni o semplicemente salendo un marciapiede, essi sarebbero individuati dai sensori e mandati, in un flash, nel mondo quantico. In sostanza, il pianeta apparterrebbe interamente ai felici integrati, dall’intelligenza amplificata al punto da sconfinare in quella degli altri, dalla memoria indelebile ma cancellabile a piacere, in modo da rendere inesistenti i momenti brutti o malvagi, siano i propri o quelli degli altri, come dei Governanti e Pope, Natura e Dei. Ecco che la morte stessa è sconfitta, essendo un concetto, un file reso autodistruggente con un semplice Strip HTML. Ma quel che più conta è che la memoria sarà identica all’esistere, non avrà perso alcun dettaglio cioè, tanto che ognuno potrà a piacimento passeggiare nel passato, comodamente e felice, in perfetta illusione.

Dove sta la vita? Dove la morte?

Pubblicato in ARTICOLI | Contrassegnato , | Lascia un commento

LA TELA D’UN VIGANÒ di Giuseppe Campolo

e gli sberleffi meritevoli di studio

In tempi in cui necessita ardimento, petti orgogliosi e intrepidi sorgono dalla massa umana, senza temere per le proprie sorti. Che ce ne siano a iosa al giorno d’oggi tutti possono vederlo infiamma il mio entusiasmo.

Fra quelli però mi pesa non tutti sono disinteressati ribelli mi pesa e mi fa triste. E gran pena mi dà Carlo Maria Viganò, ragno tessitore. Non tenterò mai di sottrarre onore a un coraggioso: lui certo lo è. Ma è pure qualcos’altro difficile da definire, da decodificare. Almeno così sembra, stante il numero di desiderosi di libertà che gli si accodano, lo prendono a vessillo, lo vogliono usare come ariete o rompighiaccio dal muso d’acciaio o zattera che li porti in Parlamento.

Egli accoglie in pieno la tesi del progetto tirannico mondiale, ormai ben provata da arrischiati pionieri della storia civile; ma per metterla al servizio di un alternativo dominio, che è d’obbligo chiamare teistico. Pagherei per accedere al suo retro-pensiero. Ma egli è stato addestrato alla dissimulazione e ne è un maestro. Ma, chiedo, egli pensa o volponeggia? Questo è l’inglorioso mistero.

Mentre sembra che dia ristoro ai bistrattati avvisatori del Reset infame, con il suo prestigio di eparca, li irretisce nella sua lotta particolare di potere, nel nome del dolce Cristo, che con le fazioni non c’entra nulla.

Vedo la delusione di un prossimo domani, il crollo psicologico di quanti oggi si fanno forza di lui, il nichilismo in cui cadranno, la loro prevedibile corruzione conseguente.

Tra i rivoluzionari, ammirevolmente composti o inesteticamente scomposti, neanche tra i filosoficamente atteggiati si vedono meditazioni profonde su un assetto più razionale del mondo e, alla fine, più giusto. Si tratta sempre lo dico con un certo spavento della lotta per sostituirsi al potere vigente.

Sarò disattento. Non ho sentito qualcuno che si domandi della vera utilità dei partiti, per esempio. Li legalizza, è vero, la Costituzione. Ma io non dico che siano illegali, dico soltanto che essi perpetuano il malcostume delle fazioni che lottano per il potere. Non si dovrebbe riflettere sulla opportunità o meno di togliere loro legittimità? Del bene pubblico chi è veramente deputato?

Se i Parlamentari fossero eletti fra una lista di auto-candidati, non sarebbero essi più liberi di ragionare su ciò che è meglio fare nell’interesse collettivo?

Gli sberleffi che avranno (e hanno avuto) queste ipotesi di studio che non meritano considerazione, non dovrebbero essere oggetto di studio?

Pubblicato in ARTICOLI | Contrassegnato , | Lascia un commento

L’UOMO BELLICOSO di Giuseppe Cmpolo

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto. La mielata visione poetica di Ludovico Ariosto è ormai molto lontana dalla grossolana rappresentazione del contrasto di armi e di amori che ne danno ora i monopolizzatori dell’arte scenica.

Eppure il nostro tempo si avvicina a quello, dovendo di nuovo l’arte servire a un padrone, Amazon sia, oppure Netflix. Ma questi moderni feudatari non chiedono più il raffinato linguaggio, con grazia e misura, per esserne deliziati essi stessi, come i potenti di allora; dall’artista pretendono semplicemente di involgarire il volgo e, soprattutto, di continuare a rendergli certo che, della condizione umana, l’intrinseca immanenza sta tutta nella cruda lotta.

Quell’ebreo che si ribellò, non a Cesare ma alla declinazione della realtà umana in senso bellicoso, fu considerato più malfattore di un comune malfattore, stante il fatto che quest’ultimo è coerente con la dinamica accreditata. Accreditata così tenacemente e senza tregua, che essere pacifista equivale a essere un bel cretino. Cosa c’è infatti di interessante, di là della contrapposizione, di là della dialettica del bene e del male, dell’attaccante e del difensore, del conquistatore e del conquistato? Senza questo non c’è storia, non c’è umano! Siamo in un western! Tanto potentemente è stata impedita l’area psicologica e sociale che adombrava il subito Giustiziato! E si sono oculatamente affrettati a darlo in mano ai teologi, per farne un paladino, un simbolo, l’emblema per eccellenza del bene, in nome del quale crociare in ogni modo, tradendolo, radicalmente sconfessandolo, interamente sovvertendo il senso di ciò che aveva indicato.

Ma ora che abbiamo esplorato tutto il campo del dissentire e forse ci si vorrebbe distaccare ecco che i detentori del potere se ne spaventano e provvedono: assoldano gli artisti del cruento, inventano nemici invisibili per indire nuove crociate mediatiche, finanziarie, sanitarie, per creare e scatenare fazioni.

L’odierna committenza della letteratura e della predominante arte cinematografica (che inizialmente scatenò liberi e pericolosi artisti) ha ben resettato le possibili devianze, sopprimendo le librerie indipendenti e le industrie creative come quelle annidate in Cinecittà.

Non è mai stato possibile sperimentare l’area dell’armonia, tanto che pare non possa avere contenuti. Quasi non ne ha, infatti. Contro la possibilità che se ne potessero immaginare, sono state puntate tutte le frecce della storia.

Pubblicato in ARTICOLI | Contrassegnato , | Lascia un commento

IO SONO COMPLOTTISTA di Giuseppe Campolo

il fuorviante uso della parola

Umberto Eco, con il suo opuscolo dallo stile abbastanza pedestre “Il complotto” ha dato autorevole crisma ai pappagalleggianti che stigmatizzano con alquanto disprezzo i complottisti, che sarebbero quelli che vedono intrighi a danno del popolo da parte di elite dominanti. Un pasticcio linguistico, accolto con prosit dai qualunque bevitori.

Il complotto è un progetto segreto ai danni di chi detiene il potere. Ora, se non si vuole avvalorare come vera la corbellata del popolo sovrano, chi agisce a danno di questo è da sempre il potere reale, che non ha bisogno di complottare, avendo l’impunibile signoria di gabbare.

Le cose stanno così, da sempre. I più forti, o perché hanno le terre, le mandrie o l’esercito o il denaro, vessano e sfruttano tutti gli altri. Cosa formi questo diritto, tuttora vigente palesemente, si potrebbe ben approfondire; ma in sostanza esso mi pare fondato soprattutto su una debolezza della psiche degli assoggettati, che però si sveglia di tanto in tanto e mugugna o petisce (vedere la vergognosa etimologia di petizione).

I cortigiani usano anche i mezzi più vomitevoli per sbeffeggiare questi ultimi e tacitarli, in nome del sacrosanto, del legittimo e del benefattore. Si accreditano fra loro: sono tutti eminenti. Merdoso chi non si accoda.

Ma il complotto, direi il Complotto, è la rivolta del più debole variamente ingiuriato, che per evitare di essere spento viene teso in segreto, pur nell’eroica coscienza che la statistica non è in favore del suo successo e che anzi quasi sicuramente verrà soffocato. Al giorno d’oggi, questo tipo di complottisti fanno pena persino ai complottisti.

I complottisti in voga respingono quest’appellativo, argomentano; e preparano un nuovo partito politico. Cacchio, anch’essi hanno capito che ciò che rende è stare in sella! Date loro anche un sellino, e facciamola finita!

La verità è che non c’è mai stato complotto o rivoluzione che abbia potuto stabilire una vera giustizia, un equilibrio dolce fra le anime. Mai ha potuto determinare una vera civiltà. Tuttora valgono le forze! Politiche, all’interno delle nazioni; militari, strategiche e finanziarie, in ambito delle potenze (!) internazionali. Come devono dirlo meglio? Conta la forza! Giustizia, niente!

Il complotto, per instaurare la democrazia reale, la civiltà: mera utopia.

Amici, io devo dichiarare ora di essere un obsoleto romantico, un complottista. In pectore, naturalmente. O in pagina, se preferite. Anche io ho famiglia.

Pubblicato in ARTICOLI | Contrassegnato , | Lascia un commento

LA PALINGENESI È VICINA di Giuseppe Campolo

Le logiche produttive non riguardano il futuro e la palingenesi è vicina.
Soavità di saggi, opposta alle sciocchezze, vorrebbero che ci apparisse il silenzio dei politici, avverso alla voce, non più solitaria, di chi ci informa e li accusa. Si tratta invece dell’ammutolire dei traditori, complici dello sfruttamento dei popoli. Il disegno appare sempre più preciso e dettagliato, il ruolo di ognuno più delineato; e da un po’ cominciano a cadere figure dal tono prestigioso, mostrando un povero scheletro di miserie morali e impostura. Gli imperi non hanno attitudine alla preventiva autodiagnosi e muoiono per stupidità. Il crollo avvenga oggi o domani, ma per appassimento meschino, senza sangue; la rinascita giunga leggera, come un canto di vergini. Questa rivoluzione non è d’ira né di furore, è la rivoluzione dei filosofi e dei giusti.
Il silenzio dei conservatori non si stende soltanto sul signoraggio e sulla tirannia della finanza, ma copre ogni vera causa e nasconde i responsabili delle anomalie e degli inquinamenti.
Propagande martellanti ci instillano intanto l’idea che il nostro stesso esistere sporca il pianeta: siamo “il problema demografico”. Ci chiamano consumatori, non uomini. Descrivono le conseguenze che ha sull’atmosfera il nostro respirare, ci accusano di esaurire l’acqua; ci contano nel 2050 già oggi. A causa del nostro esistere – ci fanno intendere – il pianeta si ammala, il mare muore, le specie si estinguono. Ci convinceremo presto che occorre una certa “igiene”. Del resto, è già in atto con la sterilizzazione di masse inconsapevoli, allattandole e vaccinandole. Nel frattempo, la propaganda fa il suo effetto su giovani uomini e ragazze, i quali volontariamente cominciano a offrire la loro fertilità al bisturi; quando diventerà una pratica largamente accettata, insieme all’eutanasia e allo sterile per antonomasia matrimonio omofilo, sarà superfluo sganciare bombe; e il culmine della civiltà sarà il genocidio consapevole. Incredibile!
Tenta infatti di rendere incredibile lo sfoltimento programmato, un’obiezione che pare forte: “Non è più logico pensare che i dominatori planetari puntino sulla crescita della popolazione per l’incremento degli affari? I padroni delle fonderie, i gran gestori di capitani di navi senza numero che portano le merci per i mari, i vigili dell’immenso flusso dei carburanti, di persone e denaro è mai pensabile che vogliano spegnere i forni, far marcire le navi e lasciare alle ragnatele degli hangar i panciuti aeroplani? Via, nessuno è interessato al dimagramento demografico”.
Per accettare una verità a cui non si è mai pensato, occorre un momento d’illuminazione e non bastano buoni argomenti. Deve essere sollevato un nostro velo interno, prima che quello sui fatti. Respirare lento.
I soggetti che stanno dietro alla macchina globale, nelle loro grandi sale da biliardo, indugiano a calcolare il carambolare delle biglie; e guardate come va in buca la palla che non avreste pensato. Nel gioco complesso della fame e della ricchezza, del potere e della disperazione, qual è l’intenzione della stecca?
Le logiche produttive e la prestigiazione finanziaria dovrebbero valere ancora oltre il raggiungimento dello scopo per cui sono in moto? Quali ricchezze ulteriori inseguirebbero, se già l’Eden loro appartiene? Questa è la situazione, che va diventando sempre più palese perché siamo alla resa dei conti, all’atto finale, e non vorremmo crederci.
Chi è divenuto padrone della terra, non è plausibile che ora voglia godersela? –Ciò è troppo spietato, non può essere vero? – Perché? Quale misericordia trovate nella storia?
Tanta gente non serve più, non occorre sprecare altra fatica per manipolare nazioni ed eserciti. Nella logica del potere, nei suoi aspetti materiali e psichici, non c’è la condivisione della terra, della bellezza e della gioia, né l’uso della tecnologia per il benessere di tutti. Il potere è alieno, contro l’umano. La tecnologia e gli eserciti non sono puntati su altro nemico che i popoli.
Per il millennio d’oro, bastano qualche milione di signori planetari e alcune centinaia di milioni di schiavi e servi ben pasciuti.
Ma molti lavorano affinché il giorno che dovrà nascere sia invece umano.

Pubblicato in ARTICOLI | Contrassegnato , | Lascia un commento

IL CORMORANO NERO di Gaetano Lo Castro

Una volta c’era un arcipelago.

Nel bel mezzo del Mediterraneo le isole Pelagie risaltavano sulla distesa del mare, come tre belle perle su un turchino tappeto regale.

Dall’alto distingueva l’oblunga Lampedusa e la piccola Lampione, le due vicine perle bianche, e anche la più discosta Linosa, la perla nera. Scese di quota e fece rotta verso l’isola maggiore. Il bel sole caldo sfavillava sulla superficie marina. Scorse il dorso di una balenottera che fendeva le onde, mentre emetteva una nuvoletta di vapor acqueo, che si dissolveva nell’alito dello scirocco.

Giunse sull’isola e la sorvolò a poca altezza dal suolo. Il suo ampio altopiano declinava piano con scarpate a picco sul mare, valloni erti e stretti, spiaggette di sabbia chiara. In una di esse alcune adulte tartarughe marine sostavano al sole, assorbendone il gradevole calore. Lungo la costa frastagliata l’acqua trasparente permetteva la visibilità fino a molti metri di profondità. La fauna abbondava con colori e varietà. La prateria sottomarina di posidonia arrivava in prossimità della riva. Intravide la statua sommersa della Madre e il Bambino, coi volti sollevati verso la luce che scendeva dal mattino, tutti circonfusi d’un fluido chiarore. La loro presenza signoreggiava con naturalezza.

Lasciò Lampedusa per puntare in direzione di Lampione, procedendo a volo radente sull’estensione blu lucente. Poco dopo incontrò un piccolo branco di delfini, che filavano frenetici facendo frequenti salti e tuffi, manifestando la loro gioia di nuotare.

Arrivò in breve tempo sull’isoletta deserta. In essa c’era soltanto un faro solitario. In quel momento era spento, ma splendeva la notte, illuminando la rotta ai naviganti. La sua luce era preziosa specialmente nella tenebra della tempesta. Egli ci fece sopra un rapido giro e virò verso la terza perla dell’arcipelago.

Sotto di lui scorreva un mondo limpido e profondo, un paradiso marino ricco di bellezza e di vita. D’improvviso una suadente pinna grigia tagliò l’armonia delle onde. Quindi fuoriuscirono fauci affilate e affamate. Uno squalo. Anche nell’Eden del mare non mancava il male. Tuttavia questa presenza arcana non contagiò la sua gioia di volare. Ciò lo fece andare soltanto più in alto.

E infine raggiunse la formosa e mora Linosa. La sua silhouette formata da tre vulcani ormai spenti spiccava nel cielo azzurro. Sembrava una nera Eva distesa al sole, con ancora l’innocenza non contaminata dalla sua ribellione. Sorvolò la spiaggia di sabbia scura punteggiata da gigli marini, cabrò lungo la pendice cosparsa da bassi fichi d’India e atterrò sulla vetta più alta.

La sua vista volteggiò sul vasto paesaggio. Le sue nari inalarono l’aria aulente. Il vento lisciò la sua livrea corvina. Allungò il collo, sollevò il becco e prese a emettere il suo verso di cormorano nero. Cantò per esprimere la sua gioia di esistere. Innalzò nel cielo il suo canto di gratitudine e d’amore al Creatore.

E il cielo l’accolse.

Pubblicato in ARTICOLI, Gaetano Lo Castro, Racconti | Lascia un commento