SAMIDEANO SI RACCONTA

L’ULTIMA AVVENTURA
Riconosco a malapena – e con riluttanza – i contrassegni temporali di ieri, oggi e domani. Credo invece che sempre sia oggi. Ma non contrariatevi: vi prometto che, quando avrò finito di tracciare le linee generali, spulcerò il mio pc e vi consegnerò anche le date; so che alcuni ci tengono, ma io non ne ho mai granché capito l’importanza, e soprattutto le date (specie quella di nascita) mi disturbano, mi annoiano, mi torturano persino. E devo aggiungere che anche il ruolo dello storico, sacerdote della realtà oggettiva, non mi si addice affatto e mi affatica. Spero almeno sia utile.
Ieri mi convinsi che condividevo con la maggior parte della popolazione l’aspirazione profonda all’armonia sociale, malgrado sembri negarlo la conflittualità che regna a ogni livello, sostanzialmente indotta da un assetto ancora barbaro della società.
Il difficile è trovare il passaggio a nord ovest per aggirare questo continente consolidato della realtà che ci opprime, e della quale occorre una circumnavigazione totale, nelle menti in cui si è concretata la convinzione che la violenza, la coercizione, l’appropriazione, la competizione e la dialettica delle forze contrapposte sia un dettato immutabile e inamovibile di provenienza strutturale; e che gli ideali appartengano agli scemi, i quali nulla comprendono, e ai disadattati, che magari capiscono come va il mondo ma non sono attrezzati per scendere nell’arena.
Per un ribaltamento estremo dei fantasmi insediati, e quasi fusi, in loco delicato, la mente, occorre una leva non dura e non affilata. Desolato di non trovar leve e punti di appoggio di tal genere, ero in preda allo stesso sgomento di quando mi fu dato conoscere gli esiti oscuri delle rivoluzioni, a cui alcuni attribuiscono cause di progresso, consolandosi quand’io ne traggo disperazione.
Forse di leve dolci e possenti ce ne sono tante e il difficile è riconoscerle. Io alla fine riconobbi l’Esperanto. Diventai Samideano; e cominciò l’ultima mia avventura e il tempo presente.

L’AFFASCINANTE ROMANZO
Dell’esistenza dell’Esperanto mi ricordai per caso, quando decisi di mettere a dura prova la mia capacità inventiva, proponendomi di far diventare un unico e organico romanzo testi eterogenei, provenienti da menti che si erano sviluppate in ambienti culturali diversi. Intendevo sperimentare al contempo la disponibilità di artisti, solitamente gelosi del loro copyright, a creare assieme. Occorreva lanciare una sfida agli autori d’ogni dove, e non vedevo come fare se non con un concorso. Ma come diffondere il bando nelle varie parti del mondo? A quel punto mi sovvenni dell’Esperanto. Scrissi all’allora presidente della Federazione Esperantista Italiana, Renato Corsetti, che non conoscevo affatto. Ci incontrammo nel ristorantino della stazione di Cassino, dove chiacchierammo mangiando pasta e fagioli. Egli aveva portato con sé l’inseparabile Amerigo Iannacone, eminente esperantista, editore, prolifico e finissimo scrittore e poeta, della cui collaborazione disinteressata e specialissima ho potuto poi godere, nel mentre che la nostra amicizia diventava profonda, finché la sua laboriosa vita non fu recisa in un lampo dal caso, su un passaggio pedonale. Per un anno rimasi stranito, svenato. Con lentezza, come convalescente quando primavera non giunge ancora, mi risollevo.
Dunque, ai miei due interlocutori piacque il mio progetto e si dichiararono disposti a sostenerlo e diffondere il necessario concorso attraverso i canali esperantisti. I testi che sarebbero giunti in esperanto li avrebbero celermente tradotti una dozzina di volontari esperti, essi compresi, che oltretutto mi avrebbero assistito per la corrispondenza, giacché ancora non avevo intrapreso lo studio della lingua. Il romanzo, pubblicato dapprima in italiano, è stato successivamente tradotto e pubblicato in Esperanto. Questi sono i letterati che hanno assunto l’estenuante compito: Enrico Brustolin, Renato Corsetti, Silvia Garnero, Amerigo Iannacone, Gigi Montalbano, Nicola Morandi, Sergio Maria Pisana, Nicolino Rossi, Graziano Ricagno, Silvio e Alessandro Stoppoloni, Luciano Viviani. Nell’ambito esperantista, lo constatavo e ne ho prove continue, è sorprendentemente vivo lo spirito generoso di lavorare per uno scopo che trascende il lucro, con sacrifici di tempo e fatica che non importa se resteranno anonimi. Renato Corsetti non ha mai smesso di soccorrermi in ogni momento, e ho potuto conoscere la forza psichica e morale di un uomo pragmatico e che punta dritto al suo obiettivo come un ago magnetico. Mai avevo visto uno così. Un eroico stratega.
Avevo dunque trovato dei miei simili!
Samideano (amico della stessa idea) consueto sinonimo di esperantista, fu sostantivo che mi affascinò subito, tanto da indurmi a farne il personaggio protagonista del romanzo e, alla fine, assumerlo come mio nome d’arte per firmare il libro. Mi ci affeziono sempre più, caricandolo di significati e affidandogli sognanti fantasie; ma è alquanto rimarchevole che sempre più persone in esso mi riconoscono e Sam, come nel romanzo, mi chiamano affettuosamente.

Questa che segue è stata la provocazione, divenuta poi parte integrante del libro, agli ignoti probabili autori, all’interno del bando del concorso denominato “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?”, titolo poi del libro. (qui il sito di allora)

Molti anni fa, quando ancora il web non signoreggiava, mi giunse un ciclostilato curioso e interessante. Era firmato da un certo Bosco Nedelcovic. Esprimeva una filosofia della libertà individuale ampia, fuori dagli schemi, ma affascinante per una certa rispondenza a un anelito confuso, prepotente e frustrato che scalpitava nel mio animo giovane. Traspariva una comprensione psicologica non comune e proiettava il miraggio di una società utopica di profonda e reciproca comprensione fra gli esseri. Certo non poteva tratteggiare ogni aspetto del vivere civile in poche pagine; e dunque qualche interrogativo lasciava. Perciò decisi di scrivergli, per formulare alcune domande e, mi ricordo, per enunciare quel che ognuno di noi avrebbe dovuto pagare di lacerazioni psicologiche all’uguale diritto degli altri di accedere a ciò che egli indicava, con mia grande partecipazione, come riconfigurazione sostanziale dello spazio soggettivo.
La risposta arrivò, abbastanza repentina. Non era proprio Bosco a scrivere, ma una giornalista che trovava le mie osservazioni di ‘particolare sensibilità’ e pertanto voleva conoscermi. Non riuscii mai a capire se Nedelcovic fosse un personaggio inventato dalla stessa Sandrina Ognali, al fine di svolgere una ricerca sociologica, oppure, come disse lei, un autentico signore slavo, che aveva soggiornato per un breve periodo in Italia e che ella aveva avuto la gioia di conoscere e da cui aveva ricevuto i contatti, tra essi il mio, e gli incartamenti, prima che ripartisse. Quale influenza abbia esercitato sulla primaverile mia mente e sul modo di sentire, la frequentazione di tale serenissima signora, è una storia lunga, delicata e complessa, anche se non posso affermare sia un’altra storia, come si usa dire quando si vuol tacere. È un intreccio che ancora dipano nel brusio non so di quanti e quali piani della psiche. Mi domando se mai Bosco sia ritornato. Se ancora adepti, o illuminati che qui abbia lasciato, coltivino come me una nostalgia di quella società che egli credeva possibile e che, di là dell’unico esempio della giornalista, non ho mai, in nessun altro umano, visto comparire. E piuttosto constato come le libertà degli individui siano sempre piú in contrasto, e dunque di segno opposto, a quelle da Bosco proiettate. Forse Bosco Nedelcovic era pseudonimo coniato, cosí oso credere, da colei che m’insegnò a slacciare interne tensioni e che forse è ormai per tutti perduta. Oppure egli era un profeta inascoltato, che poi si volse a vita ascetica. La scomparsa di entrambi mi lasciò alieno; e fu come la dichiarazione universale che, per noi, qui, non c’è speranza. Ed è, questo, come tutti sanno, luogo di violenza e degrado. Pessimismo che lacera radici di vita e contro il quale eccomi ancora a combattere. Qualche volta, arrivando a dubitare dei passati accertamenti, torno a bussare alla porta di Sandrina. E trovo sempre incomprensibile che nessuno la ricordi, come inaccettabile che mi dia la stessa disperazione. Vorrei poter dire: Bosco Nedelcovic non ci ha mai lasciati o, al peggio, è tornato. Vorrei poter andare sulle tracce della sua identità e del suo insegnamento. Se qualcuno avesse conosciuto Bosco o Sandrina, o ne avesse udito parlare, non me lo taccia ancora. E chi dovesse custodire anche una sola frase a loro attribuita, graziosamente me ne renda partecipe.
samideano@hotmail.it

Arrivarono, numerosi, lunghi racconti, dando molto lavoro ai traduttori. Alla fine scelsi i lavori più fantasiosi. Vi tessei intorno e dentro, senza alterarli, e permettendo al lettore di capire (quando ciò non disturbava la narrazione, ma sempre concordando con lo scrittore), per differenza grafica, dove aveva messo le mani Samideano.
E non dirò mai abbastanza bene degli autori che collaborarono, e con cui ancora oggi fraternizzo. È stata gioiosa esperienza creativa di due anni. Un lavoro massacrante e bello! Ne venne fuori un “affascinante romanzo”, come scrisse il critico Anna Maria Crisafulli Sartori, che allora conoscevo appena e ora mi gratifica della sua affettuosa amicizia, fino a essere una dei fondatori di Sicilia Esperantista. “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?” dipana un’eretica realtà estesa in più mondi, di cui talvolta descrive originali scenari psicologici, fisici e metafisici. (Presentazione a Palermo)

GLI ESPERANTISTI SON CAVALIERI
Come quasi tutti, ho studiato a scuola inglese e francese; ma, come pochi, con scarso profitto. Sprovvisto di buona memoria, non volevo che parole straniere affollassero la mente, disturbando la buona gestione della lingua madre, che è musica e danza. Ed è come pensate: brutta sindrome illusionale mi possedeva, contro cui ora lotto, in favore dell’Esperanto, con successo che potrebbe essere migliore. E mi logora, come tutto ciò che è mediocre.
Le relazioni internazionali che mi aveva fruttato oltre ogni aspettativa “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic? / Kiu konis sinioron Bosko Nedelkoviĉ?”, pubblicato nelle due lingue, erano diventate così complicate, dovendo ricorrere agli amici traduttori, e alla fine tanto mortificanti, che dovetti capitolare: m’inginocchiai a Zamenhof, con la mente, come un pellegrino bisognoso e implorante. Tuttora un fluttuante lessico turbina e mi confonde. La lingua facile mina la mia sicurezza; è difficile tuffarmici dentro e farmi permeare il pensiero, la personalità, la coscienza; avventuroso, come lo credevo, il mio io teme la trasmutazione! Costretto ancora a tradurre me stesso, timoroso di affrontare la conversazione viso a viso, fuori della carta e senza dizionario. Una durezza mentale che mi stupisce e mi mortifica.
E così li capisco, capisco tutti coloro che, per sindromi simili, si sgomentano davanti al pc, per esempio, o all’Esperanto stesso, che andrebbe studiato preferibilmente da piccoli, a scuola, o meglio fra le braccia delle madri. Giacché di esso l’umanità ha assolutamente bisogno. Per sottrarsi ai domini culturali, per mettere fine alla babele.
Gli esperantisti sanno bene a quale mutazione del cuore induca chi afferra l’interna idea che all’Esperanto fa anima.
Gli esperantisti si domandano, al pari di me, perché mai una così evidente possibilità di fraternizzare fra i popoli non sia ancora esplosa e non dilaghi; perché, insomma, i milioni che perdono tempo in giochi inutili, che riecheggiano gli allarmi sociali e ambientali, contribuendo allo schiamazzo generale inoperoso e vile, non trovano gratificazione nell’apprendere una lingua ch’è speranza per tutta l’umanità. Più ancora, perché la gente più colta non afferra l’opportunità di elevare l’atteggiamento morale della società, proponendo ai propri figli lo studio della lingua, la cui genesi è storia anche affascinante, che affonda radici nei millenni. E perché i più intelligenti non si schierano dalla parte di chi si adopera per sanare, e trovano appagante sentirsi profetici per aver capito che la società si sfascerà, le nazioni confliggeranno, la finanza affamerà sempre più i popoli, l’equilibrio climatico collasserà e miliardi di persone moriranno. Perché mai la massa della popolazione vede chi propone soluzioni pacifiche come nemico o stupido? Forse perché osa chiedere responsabilità e impegno? La caratteristica umana più comune dunque è l’ignavia? La gente crede che l’unica cosa che può compensare l’opera è il soldo? Ma questa è proprio la mentalità dei servi! La decantata nobiltà del lavoro sta nel lavoro disinteressato, filantropico, lungimirante e saggio. Ed ecco perché, ai miei occhi, gli esperantisti sono dei cavalieri, che per definirli meglio ho chiamato “Cavalieri della Pace”. Senza spada, forsanche senza scudo.

LA CIVILTÀ DEL POI
La capacità degli esperantisti di organizzarsi è rilevante. Centinaia di migliaia, pochi milioni o tanti, non riesce appurarlo, costellano tutti gli angoli del pianeta di gruppi interconnessi, nutriti o esigui, di un’efficienza che non ha eguali. Maestri di squisite relazioni, dell’espressione cortese, attendono nel loro salotto o al tavolo da cucina il volenteroso che bussa per ricevere l’alba futura. Da cento anni quest’amoroso soccorso perpetua una specie preziosa e tenace, che lentamente cresce di numero, d’iniziative e consapevolezza. Mi ha commosso l’umiltà dei famosi e grandi, in lingua e arte: fui trattato come un loro pari, pur novello e bisognoso di tutto.
Un popolo amabile, una civiltà del poi in un mondo ignaro alla deriva.
Un nuovo ballo fa il giro del mondo in poche ore; in un minuto vien dichiarata guerra, per cui milioni di ragazzi sono pronti a morire.
Ma l’Esperanto – riconosciuto propedeutico all’apprendimento di altre lingue, perché miracolo di logica evidenza delle parti del discorso, semplicità grammaticale e geometrica costruzione sintattica, oltreché formidabile veicolo didattico di un alto ideale filantropico, accolto dall’UNESCO che fa da decenni appelli agli Stati affinché l’introducano nelle scuole – trova ministeri pronti a sollecitare i direttori didattici, ma senza fornir loro fondi. Nessuno si preoccupa di creare i professori di questa lingua, tranne le associazioni esperantiste, che non potranno fornire loro una cattedra a fine corso.
Da allievo a docente: volontario bussai nelle scuole. Più volte respinto, trovai una classe a Santa Teresa di Riva, appoggiato dalla maestra Maria Catena Miuccio, diventata poi esperantista; un’altra a Sant’Angelo di Brolo, dove la dirigente era ostile, ma i buoni auspici del sindaco, Basilio Caruso, per qualche anno mi trovarono spazio. Per quattro anni ho insegnato nella scuola media “Alberto Stagno D’Alcontres”, affettuosamente accolto dal signorile preside Angelo Cavallaro, poi dalla dirigente che gli succedette, Patrizia Italia, e sostenuto dalle professoresse, che con me hanno poi studiato la lingua, Rosalba Mancuso, Denise Cavallaro e Silvana Imbesi. Quest’ultima ne è diventata una buona insegnante. Dimenticavo: ho avuto una classe anche nella scuola media di Merì per un anno. I bambini apprendono con grande rapidità; dopo quattro o cinque lezioni, sono in grado di tradurre correttamente con l’ausilio del piccolo dizionario delle radici di Vassella e Corsetti. Credo di aver iniziato oltre 500 allievi. Tanti! Pochissimi per l’obiettivo di una lingua unica per tutti, libera per un’umanità libera. E soprattutto, con pena, mi domando quanti di essi lo coltiveranno: per lo più ci si adatta all’ambiente. Ed è l’ambiente che va cambiato.

CAMBIARE L’AMBIENTE
Gli esperantisti perpetuano sforzi generosi per la divulgazione della lingua universale e per il supremo obiettivo per cui è stata creata: la pace. Si tratta di un cambiamento culturale radicale, propedeutico a un livello di civiltà superiore.
A pensarci, poiché la guerra sembra così insensata e degna soltanto di orde barbariche, stupisce come ancora non sia debellata e non sia invalsa la generale consuetudine di discutere e concordare le decisioni per il bene comune. Deve esserci una ragione che va al di là degli interessi veri e propri, visto che in effetti nessuno in realtà alla fine se ne giova.
Sospettiamo che si attribuisca alle necessità di efficienza, ai fini della guerra, un benefico e irrinunciabile stimolo al progresso, e che la pace sia considerata noiosa e regressiva.
Deve esserci, mi dicevo, sia pure ancora nell’iperuranio atono e diafano, la giusta parola, la giusta azione che slacci il sacco in cui è rinchiuso e compresso Esperanto, impetuoso re dei venti. Quali orecchi fini possono udirne l’attutito fruscio melodioso?
Mi risposi subito: gli scrittori, i poeti, gente abituata a riflettere e creare nuove realtà mentali. E sapevo già come provocarli, invitarli, chiamarli! Diventai un organizzatore di premi letterari.
“Poesia da tutti i cieli”

Socio Onorario

Ed ecco assieme, in una Giuria, letterati di chiara fama, non solo esperantisti, alcuni dei quali considerati dei veri e propri geni, disposti a leggere e valutare centinaia di poesie che pervengono da tutta Italia e da ogni continente. Giuseppe Campolo (segretario), Renato Corsetti, Anna Maria Crisafulli Sartori (presidente), Amerigo Iannacone, Ella Imbalzano Amoroso, Carmel Mallia, Carlo Minnaja, Luigia Oberrauch Madella, Nicolino Rossi, Nicola Ruggiero. Le poesie pervenute in Esperanto, per renderle leggibili ai membri non esperantisti, ecco questo scalmanato tradurle man mano arrivano. I commissari ricevono da me un unico file con le poesie anonime numerate, in due colonne, i testi affiancati nelle due lingue. Gli esperantisti tra essi possono leggere l’originale in esperanto, oltre la mia traduzione, gli altri tutto in italiano. Un sistema di schede, alla fine affiancabili, mette in condizione me, autoescluso dalla valutazione, di sommare i voti e produrre la graduatoria da cui escono i vincitori. Migliaia, forse decine di migliaia, attraverso questo concorso, in Italia, apprendono qualcosa di più della lingua universale o addirittura per la prima volta ne sentono parlare; qualcuno decide di studiarla.
Premiazione, per i primi tre anni, in ottobre, nel teatro comunale di Sant’Angelo di Brolo; il quarto anno a Terme Vigliatore, nel salone del Parco Augusto, e nei cui appartamenti vengono alloggiati gli ospiti dall’Italia e dall’estero. Segnatamente i Cavaliere di Sicilia Perla Martinelli, di Spagna, e Carmel Mallia, di Malta. L’esito qui.
Poi il buco: ci fu sottratto Amerigo. Non so se si può intendere il mio smarrimento, il senso dell’inutilità di tutto. Non ne voglio parlare; non so quale forza mi ha obbligato a ricominciare.
Accade sempre che incontro qualcuno che mi soccorre quando ho una difficoltà o non ho la preparazione per risolvere un problema. E ora, la Provvidenza sa che mi occorre essere sostituito, almeno in parte? Aiutato.

RICERCA DEI SALVATORI
Chi, meglio dei poeti, potrebbe capire la squisita forza della corale richiesta della pace, attraverso il disegno poetico dell’Esperanto? Eppure nemmeno essi saranno i compositori per tale orchestra: sono degli adulti, con tutti gli obblighi, incombenze e stanchezze proprie di questa condizione.
Così come sono largamente schivate, da miseri e potenti, la fratellanza, la giustizia sociale, l’agiatezza diffusa, la collaborazione, è scansato l’Esperanto. Deve, dunque al più presto, entrare – e mi ripugna dirlo, ma confido nella sperimentata moderazione e saggezza dell’apparato scolastico – obbligatorio nelle scuole come seconda lingua, sin dalle elementari. E questa necessità sociale gli adulti possono capirla: essi, infatti, nell’educare ricorrono all’imposizione con dissimulato amore, quando è il mezzo più spicciativo ed efficace per ottenere un risultato d’importanza vitale. E qui, cari miei, nemmeno lo sfascio del clima si risolverà se non si costruisce un’armonia planetaria di cuori e menti. Non ne sentite l’urgenza?
Molte più persone, che i praticanti l’Esperanto, possono riconoscere facilmente il valore di una lingua non etnica, universale, ravvisandola nell’Esperanto, se non devono fare sacrifici personali. Ecco che così si concepisce un nuova e più ampia identità di esperantista: colui che desidera consciamente l’avvento dell’Esperanto e della pace che l’unificazione ideale dei popoli renderà obbligatoria. Oh, se questo desiderio diventasse universale! Sicilia Esperantista si informa a tale concetto, creando un ponte fra l’élite degli esperantisti veri e propri e tutti coloro che all’ideale esperantista si aprono, almeno con il cuore. Essi renderanno universalmente possibile, e conveniente a chi cerca suffragio, l’adozione dell’Esperanto nelle scuole.
Moltissime sono le Associazioni che sposano l’ideale di pace e giustizia che è pure dell’Esperanto. Se esse, una buona parte di esse riconoscesse e affermasse esplicitamente la cruciale importanza della lingua universale, esprimerebbero una tal forza vocativa che potrebbe somigliare a un ordine. Si proverà un efficace invito.

I PATROCINI
Avrete notato che questo nuovo sito de “I concorsi di Samideano” è alquanto diverso dal precedente, non soltanto per la grafica. Per esempio, non abbiamo chiesto nessun patrocinio. Non godiamo della vostra fiducia? Ci deve avallare qualcuno?

LE CITTÀ ESPERANTISTE
Basilio Caruso sindaco.
Per “Poesia da tutti i cieli”, dispose in mio favore l’uso gratuito del teatro comunale. Redasse la delibera, la propose alla Giunta che l’approvò: Sant’Angelo di Brolo “Città esperantista”. Seguirono Librizzi, Castroreale e Terme Vigliatore. Numerosi altri sindaci dei Comuni contattati erano ben disposti a tale delibera. Confortevole aver trovato donne e uomini molto colti, lucidi e animati dall’amore per la loro terra. Ero e sono convinto che un’area di Comuni Esperantisti abbastanza vasta possa attrarre l’attenzione e magari portare turismo esperantista e di curiosi d’ogni dove, con l’effetto che gli utilitaristi si destino e i giovani trovino una ragione pratica per imparare l’esperanto d’accoglienza. In effetti alcuni cittadini hanno seguito un corso per l’apprendimento della lingua.
L’impegno che mi avrebbe richiesto continuare il pellegrinare per le cittadine dei Nebrodi – pena che ben conoscevo – e le ingenti spese per andare e venire per un incontro frettoloso e non immediatamente risolutivo, superavano le disponibili forze finanziarie e fisiche. Tuttavia ritengo ancora sia strategia coadiuvante valida per l’obiettivo finale di indurre il governo a introdurre la lingua nelle scuole; pertanto ancora potrebbe essere perseguita in ogni Comune della Nazione, sol che ci fossero persone disposte a operare nella propria città, approfittando dell’esperienza che ho accumulato e offro.


ULTIMO PER ME,
ANCHE  QUESTO È UN ROMANZO
CHE SCRIVEREMO ASSIEME.
NON SULLA CARTA. NON PIÚ SULLA CARTA. E OGNUNO PUÒ ESSERE IL PERSONAGGIO CHE VUOLE.

 

 

 

SANT’ANGELO DI BROLO

LIBRIZZI

CASTROREALE

TERME VIGLIATORE

 

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“ANNUVOLATA” romanzo di Giuseppe Campolo – leggi prefazione di Anna Maria Crisafulli Sartori

ORA IN EBOOK

“Annuvolata” è un romanzo in cui, con rilevante capacità di visualizzazione, la sbrigliata fantasia dell’autore conduce a straordinari e avvincenti voli in atmosfere surreali.
L’estroso protagonista, avventuroso e geniale, è dotato di alcuni poteri ed è certo di avere “una possente identità”, che non ammette cedimenti o vigliaccherie e, d’altra parte, lo fa sentire titolare di molti diritti. Esercita su ogni evento che lo riguardi il suo senso critico, si interroga e si studia nel profondo offrendo al lettore non pochi sprazzi di saggezza e simpatiche e sempre originali considerazioni condite di un sano umorismo. Nulla gli sfugge, infatti, sia quando si muove nella realtà quotidiana e si ferma ad osservare la natura o a indagare sui comportamenti degli uomini, sia quando si tuffa con voluttà nella dimensione onirica o si immerge nell’esperienza ascetica. Divenuto ormai “pescatore del cielo”, “salpa” in “acqua metafisica”. Negli ultimi capitoli provoca consapevolmente un fenomeno di dimensione planetaria, percepito dai mortali erroneamente inquietante. Esempio unico in letteratura, e non soltanto perché questa volta l’attore è terrestre, ma per la modalità e la causa fisica e motivazionale scatenante e per il suo sostanziale benefico effetto, tale da trasmutare l’umanità.
Colpisce in queste pagine, assai spesso divertenti, la qualità della scrittura, una scrittura della quale il narratore-protagonista dichiara di non conoscere il fine, mentre il lettore attento può facilmente individuarlo nel piacere, o addirittura nell’esigenza, di narrare inseguendo le ardite esplorazioni del pensiero e facendo del significante un attraente e, dunque, fondamentale strumento di comunicazione.
Una prosa elegante, dall’andamento serrato e fluido, nella quale la scelta lessicale si fonda sul rigore e sulla proprietà di un linguaggio costantemente arricchito da aggettivi, che si legano armoniosamente ai sostantivi, nella solida architettura di un periodare ineccepibile.
Gradevoli, poi, nella loro levità, le metafore disseminate nelle pagine; esse conferiscono al discorso dignità d’arte, purificandolo da ogni volgarità. Bisogna, infine, riconoscere all’autore la capacità di “dipingere” immagini pregnanti che vanno apprezzate per la nitidezza della rappresentazione di stati d’animo e per l’essenzialità dell’espressione decisamente poetica.

Anna Maria Crisafulli Sartori

“Soledad Montero: La strega” è un romanzo in cui l’autore, Giuseppe Campolo, editor nel romanzo che si sigla G.C., si va personaggio per creare l’Autore, Soledad Montero, che dunque scrive un romanzo per deliziare il suo amante, la quale relazione è anche ben narrata e intersecata con il romanzo che lei inventa.

PREMIO “ELIO VITTORINI” 16 dicembre 1989
Giuseppe Campolo – «Soledad Montero: La strega» – Romanzo
Con stile originale e moderno l’autore riesce a farci entrare nella complessità del “suo sentire” svelandoci aspetti insoliti ed affascinanti del divenire mentale.
Parole e logica si legano attorno a un filo narrativo che sta al limite tra realtà e magia, tra linearità e contraddittorietà, tra prosa e poesia.
Egli manifesta sottile compiacenza di creare contenuti nuovi ed autentici, che si dilatano nell’uso ricercato del vocabolario che dà corposità alla verbalizzazione tra i personaggi e, nel contempo, sfugge a qualsiasi delimitazione o definizione, in quanto le parole sono di per sé evocatrici di immagine su immagini.
  La Giuria della Sezione Narrativa

 

 

 

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Proposta di Legge sull’Esperanto

XVI LEGISLATURA
CAMERA DEI DEPUTATI

N. 3435

PROPOSTA DI LEGGE
d’iniziativa del deputato BARBIERI
Modifica all’articolo 9 del decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59, e altre disposizioni per la difesa della diversità linguistico-culturale e per l’affermazione di valori di pace, democrazia e progresso attraverso la promozione e l’insegnamento della lingua internazionale esperanto
Presentata il 28 aprile 2010

Onorevoli Colleghi! — Oggi, nel contesto di europeizzazione in cui stiamo vivendo, il problema linguistico si fa sempre più sentire.
Da un po’ di tempo si accendono e si susseguono dibattiti sul problema delle lingue di lavoro negli organismi dell’Unione europea e, quantunque sembri che questo sia un problema esclusivo di Bruxelles, esso, al contrario, ci riguarda direttamente.
In quei palazzi si va delineando un’Europa in cui la lingua di lavoro è quella di una nazione o di un gruppo di nazioni, lingue che vanno apprezzate per i loro valori storici e culturali ma che non dobbiamo e non possiamo accettare come «superlingue», non avendo esse qualità e meriti culturali o espressivi superiori alle altre.
La lingua costituisce un completamento necessario della personalità degli individui e dei popoli ed è determinante per farli sentire effettivamente partecipi di una comunità (vedi curdi, israeliani, rom e altri).
Rispettare la lingua significa rispettare i suoi parlanti, come è sancito dai trattati internazionali.
Sappiamo che la conoscenza di una lingua dà maggiore potere a chi la padroneggia meglio, ma dobbiamo evidenziare che l’apprendimento scolastico non mette mai il discente alla pari – per fluidità di linguaggio e per capacità espressiva – con chi quella lingua l’ha appresa dalla nascita.
Alcune persone sono particolarmente dotate per l’apprendimento delle lingue, ma per la grande maggioranza per arrivare a conoscere una lingua etnica alla stregua dei nativi, portandosi sullo stesso piano di competitività, è necessario impegnare una buona fetta di quel capitale limitato che è la vita.
Tale lingua diventa quindi distruttiva, poiché per recuperare il capitale di tempo e di denaro
investito si tende inconsciamente a utilizzarla il più possibile, anche quando non necessario, sostituendola alla lingua materna.
Già oggi alcune «superlingue», subdolamente imposte nella pratica, ci colonizzano portando a una discriminazione di fatto tra i cittadini europei e al parziale disinteresse per la propria cultura.
Non dimentichiamo che la lingua influenza anche il modo di pensare e quindi il modo di creare; ne deriva l’importanza che ha per la collettività la preservazione di tutte le lingue. La lingua, del resto, non ha valenze solo culturali e sociali, ma anche importanti risvolti economici. Siamo consci che il sistema multilinguistico adottato a Bruxelles è costosissimo e paralizzante. Infatti per rendere possibile i dibattiti diretti si fa ricorso ad alcune cosiddette «lingue di lavoro», a scapito dei parlanti delle altre lingue. Quantunque l’Italia sia stata tra i fondatori dell’Unione europea, la sua lingua, per la legge dei numeri, data la sua scarsa presenza nel piano globale indipendentemente dalle sue qualità, rischia l’emarginazione, e noi italiani con essa.
Basta dare un’occhiata alla modulistica che arriva da Bruxelles o vedere in quali lingue possono essere presentate le richieste di brevetti o di finanziamenti europei. In particolare nei brevetti ricordiamo che è la sfumatura della parola che li rende rivendicabili oppure no. C’è poi l’ipocrisia della Commissione europea che con firma del Capo unità – politica delle lingue – scrive che «si è scelto di non puntare su un’unica lingua comune, ma di promuovere il multilinguismo con l’apprendimento di almeno due delle lingue dei vicini oltre alla propria lingua materna». In questo modo si nega a parole ciò che viene fatto in pratica, altrimenti come potrò mai io, italiano che ho imparato le lingue dei miei vicini francese, tedesco, sloveno e albanese, colloquiare con uno spagnolo o con un inglese e dichiararmi cittadino appartenente alla stessa comunità?
Dunque si lascia fare alla tendenza attuale, più o meno guidata, di privilegiare l’uso di alcune lingue, sostenendo tale scelta con l’effettivo uso che di queste lingue si fa nei rapporti internazionali.
È innegabile che tale pratica di ufficializzazione, camuffata come semplice lingua di lavoro,
mantiene comunque l’effetto distruttivo sulle altre lingue europee ridotte al ruolo di dialetti.
E non si può non considerare l’immeritato vantaggio concesso a milioni di cittadini i quali,
ricevendo uno status di privilegio per nascita, umilierebbero ogni altro popolo e porrebbero fin dalla nascita gli altri cittadini in stato di vassallaggio.
Una lingua nazionale è connaturata con il carattere, la storia e le tradizioni di un popolo. Essa tende, insieme al popolo, a evolversi in forma autonoma e quindi a trasformarsi; risulta pertanto impensabile condizionarne l’evoluzione per assicurare quella regolarità guidata nel tempo e nello spazio che è essenziale per essere effettivamente internazionale. Occorre domandarsi se questa è l’unica strada possibile o se ci sono altre soluzioni, forse migliori.
C’è chi propone l’adozione, per la funzione di lingua ausiliaria internazionale, di una lingua
classica «morta», ma come è possibile adattarla alle esigenze espressive moderne senza snaturarne la struttura?
Mentre è vero che non ci si può rassegnare a un ingiusto ruolo di inferiorità e che non possiamo impegnarci in un perdente confronto di forze, possiamo, però, prendere in considerazione e appoggiare un’alternativa semplice, non impositiva, gradualmente introducibile, consistente nell’ufficializzare l’equiparazione alle attuali lingue di lavoro di una vera lingua transnazionale, non etnica, economica e moderna, alla portata di tutti, che svolga una funzione riequilibratrice sulle lingue cosiddette «forti», restituendo alle lingue oggi diventate di «serie B» o «di serie C» la pari dignità cui hanno pieno diritto.
Così si può difendere con successo, senza levate di scudi, la lingua italiana, oltre al
multilinguismo solo pubblicizzato dell’Unione europea.
Riteniamo che solo in questo modo indiretto si possa difendere il patrimonio di lingua e di
pensiero dei nostri padri: informando e introducendo, dopo avere diffuso le informazioni necessarie, l’insegnamento libero di una lingua internazionale neutrale, senza contrapposizioni alla situazione presente.
La funzione riequilibratrice si avvierà autonomamente quando i cittadini saranno in grado di rendersi conto che la definizione di «lingua internazionale» è oggi data erroneamente a lingue etniche nazionali impiegate in campo sopranazionale.
Infatti se il principio del plurilinguismo è garanzia della salvaguardia delle diversità culturali,
affinché sia concreto, esso ha bisogno di appoggiarsi su una lingua comune basata sulla reciprocità.
Ovviamente la lingua internazionale deve essere, oltre che neutrale, anche razionale, cioè
moderna, con difficoltà di apprendimento ridotte perché priva delle specificità di ogni lingua etnica.
Un’assenza di specificità che faciliterebbe l’apprendimento anche da parte di un pubblico di non alta scolarizzazione. Una lingua le cui caratteristiche si adattino al meglio ai moderni mezzi multimediali di studio, permettendo così la sua rapida diffusione e che, principalmente, non sia distruttiva (glottofagica) del patrimonio linguistico esistente.
Una tale lingua, collaudata da più di cento anni di uso in tutto il mondo, l’abbiamo individuata nella lingua pianificata chiamata esperanto. L’esperanto è una lingua ausiliare non colonizzante perché, richiedendo un modesto tempo di apprendimento, non stimola quell’inconscia necessità di essere usata quando non serve, cioè fuori dai rapporti internazionali.
L’esperanto è l’unico idioma, tra le centinaia di progetti e di tentativi di lingua internazionale,
che sia diventato lingua viva, parlata da persone viventi in tutti i continenti, il che ha contribuito a creare anche una sua letteratura autonoma.
L’esperanto è l’unico progetto che abbia superato le difficoltà determinate da due guerre e da periodi di regimi nazionalistici che hanno cercato di soffocarlo.
Il vantaggio dell’esperanto risiede principalmente nel fatto che rispetta il discente maggiormente di qualsiasi altra lingua, perché anziché riempirlo di difficoltà, umiliandolo, l’esperanto si adatta all’istinto naturale dell’uomo che generalizza le regole e le strutture grammaticali. In questo modo, dopo il periodo iniziale, si entra in confidenza con la lingua sentendosi ben presto a proprio agio.
L’esperanto è una lingua scritta con l’alfabeto latino, con struttura flessivo-agglutinante, a
fonetica univoca, con sole sedici regole grammaticali fondamentali, prive di eccezioni. Il lessico è formato da radici scelte tra quelle ricorrenti con maggiore frequenza nelle lingue classiche e moderne, delle quali costituisce così una felice sintesi.
L’uso di prefissi e di suffissi, con significato determinante e costante, consente la facile
formazione di un’ampia gamma di parole derivate, atte a esprimere ogni sfumatura del pensiero, con perfetta adesione al concetto da manifestare e con sforzo mnemonico ridotto.
Una dichiarazione di 27 membri dell’Accademia francese delle scienze definì l’esperanto un capolavoro di logica e di semplicità; queste caratteristiche, oltre alla neutralità, sono infatti essenziali affinché una lingua possa dirsi atta al ruolo di lingua transnazionale.
L’esperanto si può efficacemente imparare tramite i computer, oltre a essere facilmente
accessibile per la sua struttura ai popoli di qualsiasi gruppo linguistico e agli individui di ogni grado culturale.
È importante notare che esso manifesta una notevole efficacia propedeutica per l’apprendimento di altre discipline e, particolarmente, delle lingue straniere, per via della sua struttura grammaticale e della sua logicità.
Nonostante le riserve, i pregiudizi, la disattenzione e, peggio, la disinformazione non sempre serena, che ne frenano l’espansione, l’esperanto può già contare su innumerevoli gruppi e centri didattici sparsi in ogni parte del pianeta, su una fiorente produzione letteraria e scientifica (40.000 titoli solo alla Biblioteca nazionale britannica e, per l’Italia, oltre 6.000 titoli presso l’Archivio di Stato, nel Castello Malaspina di Massa Carrara). In diverse università, come quella di Paderborn in Germania, di Budapest in Ungheria e di Torino, nonché nell’accademia internazionale delle scienze, con sede nella Repubblica di San Marino, l’esperantologia è una materia curricolare e la lingua è impiegata per lezioni, esami, tesi di laurea e documentazione d’archivio e di segreteria.
L’uso dell’esperanto in compact disk, opuscoli turistici, cataloghi e prospetti commerciali, su internet e in radio è in continuo aumento.
Ciò nonostante c’è chi afferma che l’esperanto «non ha cultura». Ma perché una lingua che si pone come ponte tra le culture dei vari popoli deve obbligatoriamente averne una propria? Non sarebbe sufficiente che possa recepire ed esprimere tutte le sfumature del nostro pensiero?
L’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) ha riconosciuto più volte il fattivo ruolo svolto dall’esperanto negli scambi culturali, tra le nazioni, attribuendo all’Associazione mondiale per l’esperanto (UEA) lo status di membro consultivo. L’UEA si articola in associazioni nazionali aderenti e dispone di una rete di oltre 3.500 delegati presenti in ogni parte del mondo. Valutando queste considerazioni, chiediamo di istituire l’insegnamento dell’esperanto e il suo utilizzo in parallelo alle attuali lingue di lavoro usate nella segnaletica stradale e turistica e nei documenti internazionali, quali passaporti, patenti eccetera, perché solo indirettamente, con questo mezzo, possiamo costituire un baluardo naturale per la sopravvivenza e per la difesa della parità linguistica e culturale di tutti a cominciare da quella italiana, riscattandola così dall’attuale cieco servilismo.
Con la presente proposta di legge, come è evidente dal testo proposto e dalla presente relazione, l’insegnamento e l’uso dell’esperanto non vengono a sostituire quelli delle lingue straniere, ma si affiancano agli insegnamenti linguistici già ammessi nella scuola, come già avviene, ad esempio, in Ungheria fin dal 1995.

PROPOSTA DI LEGGE
Art. 1.

1. All’articolo 9, comma 1, del decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59, le parole: «introduce lo studio di una seconda lingua dell’Unione europea» sono sostituite dalle seguenti: «introduce lo studio di una seconda lingua dell’Unione europea o della lingua internazionale esperanto».
2. L’insegnamento della lingua internazionale esperanto è istituito altresì nelle scuole e negli istituti appartenenti al sistema dei licei e al sistema dell’istruzione e della formazione professionale, ovvero del secondo ciclo, il cui piano di studi prevede l’insegnamento di almeno due lingue straniere.
3. L’insegnamento di cui ai commi 1 e 2 è istituito secondo gli obiettivi nazionali generali e specifici di apprendimento e gli orari stabiliti con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca con le modalità previste per la seconda lingua straniera.

Art. 2.

1. Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, eventualmente avvalendosi di associazioni e di organizzazioni interessate e competenti, cura l’informazione e la sensibilizzazione circa le motivazioni in favore della scelta della lingua internazionale esperanto e promuove altresì intese di collaborazione internazionale ai fini della diffusione educativa dell’insegnamento della lingua internazionale esperanto, in particolare nei Paesi membri dell’Unione europea.

Art. 3.

1. Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca sono stabiliti i titoli validi per l’ammissione ai corsi di abilitazione previsti per l’insegnamento della lingua e della letteratura esperanto, nonché le relative classi di concorso.
2. Nell’ambito dell’autonomia didattica degli atenei, disciplinata dal regolamento di cui al decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 22 ottobre 2004, n. 270, le singole università possono includere negli ordinamenti dei loro corsi di studio l’insegnamento delle lingue internazionali ausiliarie, con particolare riguardo all’esperanto, tra le attività formative affini o integrative a quelle di base di cui al comma 5 dell’articolo 10 del medesimo regolamento nell’ambito delle classi di laurea e di laurea magistrale.
3. Previa costituzione di un apposito settore scientifico disciplinare da inserire
nell’elenco di cui al decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica 23 dicembre 1999, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 3 del 5 gennaio 2000, l’insegnamento delle lingue di cui al comma 2 del presente articolo può essere incluso anche tra gli obiettivi e le attività formative qualificanti previsti dai commi 1, 2 e 3 dell’articolo 10 del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 22 ottobre 2004, n. 270.

4.Nelle more dell’attuazione della disciplina prevista dalla presente legge, per fare fronte all’esigenza dell’insegnamento della lingua internazionale esperanto, tale insegnamento può essere affidato a docenti di ruolo in possesso di un attestato di formazione rilasciato da organizzazioni competenti oppure, temporaneamente, a personale docente esterno:

a) in possesso di diploma di laurea, preferibilmente in lingue, e dell’attestato di formazione di cui all’alinea;

b) cultore della lingua internazionale esperanto.

Art. 4.

1. All’onere derivante dall’attuazione della presente legge, valutato in 5 milioni di euro
per l’anno 2010, in 5 milioni di euro per l’anno 2011 e in 10 milioni di euro per l’anno 2012, si provvede mediante incremento, a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle aliquote di base dell’accisa sui tabacchi lavorati stabilite dall’allegato I annesso al testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative, di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, e successive modificazioni, al fine di assicurare maggiori entrate in misura corrispondente agli oneri indicati per ciascuno degli anni 2010, 2011 e 2012.
2. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

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I F E F – Internacia Fervojista Esperanto-Federacio

Il primo manuale di Esperanto fu pubblicato nel 1887 e già : nel 1909 fu fondata un’organizzazione di categoria fra ferrovieri, l’ “Associazione Internazionale Ferrovieri Esperantisti”. Dopo la seconda guerra mondiale fu fondata l’attuale IFEF, “Federazione Internazionale Ferrovieri Esperantisti”.
Il motto dell’IFEF è : Le rotaie uniscono i paesi, l’Esperanto i popoli.

Fra le altre cose l’IFEF si prefigge di diffondere la lingua internazionale Esperanto fra i ferrovieri, nelle loro organizzazioni e nelle amministrazioni ferroviarie.
Per questo le attività dell’IFEF sono varie, ad esempio : organizzazione di un congresso internazionale annuale, attività tecnico-professionali (stampa di elenchi di termini, di “Quaderni ferroviari”, collaborazione nel progetto RailLexic dell’UIC, organizzazione di conferenze,…), pubblicazione di un billettino bimensile, gestione del servizio di corrispondenza fra ferrovieri, organizzazione di una settimana sciistica internazionale, ecc.

L’IFEF raggruppa associazioni nazionali e membri individuali in decine di paesi al mondo. Anche la maggioranza di tali associazioni sono attive in diversi terreni : pubblicazione di propri bollettini, organizzazione di incontri nazionali, diffusione dell’Esperanto negli ambienti ferroviari (esposizioni, corsi,…).

Se sei un ferroviere (o ti piace la ferrovia !) e desideri avere contatti con “colleghi” dei più diversi paesi, l’Esperanto e l’IFEF fanno per te ! Dopo qualche mese di studio della lingua, ti meraviglierai di poter così bene comunicare con ferrovieri o appasionati di ferrovia di nazioni vicine o di altri continenti !

IFEA

(Dankegon al Romano Bolognesi pro la traduko)

 

 

 

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POVERTÀ, PREOCCUPANTI DATI ISTAT articolo dell’Unione Nazionale Consumatori

UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI qui

 

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L’INTELLIGENZA NECESSARIA di Alfonso Luigi Marra

È NECESSARIO PARTIRE DA UN’AGGREGAZIONE ANCHE PICCOLA DI INTELLIGENTI E LAVORARE INNANZITUTTO PER GUARIRE LA SOCIETÀ DALLA SUA GRAVISSIMA CRETINAGGINE, ALTRIMENTI I PARTITI, LE ORGANIZZAZIONI, LE NAZIONI, PIÙ SARANNO GRANDI E POTENTI, PIÙ CONTINUERANNO AD ESSERE PERNICIOSI.

L’intelligenza è pressoché scomparsa perché è quasi sinonimo di generosità, e la generosità non è compatibile con il consumismo.

La scienza moderna infatti non lo sa, ma l’intelligenza, ho scritto nel 1985, è null’altro che una qualità morale consistente nella capacità di svilupparsi passando attraverso lo sviluppo degli altri, e l’uomo divenne tale quando, diciamo un paio di milioni di anni fa, scoprì le prime forme di generosità.

Qualità morale tipica solo dell’uomo perché il cane, scrivo ne “Il labirinto femminile”, sarà intelligente solo quando, guardandoti negli occhi saprà capire se hai fame e decidere se dividere con te la scodella.

La cretinaggine, viceversa, ho scritto sempre nel 1985, non è un’inguaribile forma di insufficienza mentale, perché tutti gli individui sono in realtà dotati di un sapere enorme e di un’enorme capacità di applicarlo, ma è una devianza frutto del coltivare idee errate di sé, degli altri, di altri o della realtà.

Idee errate quasi sempre basate su visioni egoistiche anch’esse tipiche del consumismo, che, data la sua diffusione mondiale, ha pertanto innescato ovunque questa devianza creando una società di cretini in cui i più cretini sono gli individui collocati ai livelli più elevati.

Perché è ovvio che quando una cultura è cretina (la cultura è il modo che gli uomini mediano di dover avere in comune nel vedere la realtà), meglio la si interpreta, più cretini si è, sicché i più cretini di tutti sono gli scienziati, gli intellettuali, i giuristi, i filosofi ecc.

E se mi chiamo fuori è perché, pur essendo in passato anch’io come tutti cretino, nel 1984 ho però infranto la barriera del mio inconscio fittizio, ho visto d’un tratto la mia cretinaggine (egoismo) e sono uscito dalla cultura vigente che, da allora, guardo dall’esterno, pagando peraltro il prezzo di essere da 35 anni un perseguitato.

Ora però il patto sociale (la cultura) si sta rompendo a causa della pressione della catastrofe climatica, che ha mandato in crisi innanzitutto l’economia, per cui cominciano a sussistere le condizioni perché molti abdichino alle visioni opportunistiche che li rendono cretini, e divengano da un giorno all’altro intelligenti.

Bisogna pertanto perseguire la strategia di raccogliere gli intelligenti e cercare di causare l’intelligenza di un sempre crescente numero d persone perché aggregarle senza averle prima guarite dalla cretinaggine è tanto più dannoso quanto meglio ci si riesce, e basta guardare i nostri grandi partiti.

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IL MERCATO LIBERO E IL LIBERO CONSENSO di Samideano

In un tempo non lontano, a nessuno veniva in mente di qualificare libero il mercato, perché lo era naturalmente; il mercato è libero, per qualità intrinseca, dalla notte dei tempi. Ora che si snatura tutto, alcuni padroni del libero mercato fanno di noi quello che vogliono. E tal mercato, che libero non è affatto, ha bisogno di tanta pubblicità a questa sua millantata alta qualità, per renderla reale nelle menti visto che non può esserlo in concreto. Mercato libero, vivo solo in pubblicità, è un mantra, una parola d’ordine, un miraggio, un sogno ipnotico. Una trappola.
“Lo sai che col mercato libero si fanno le frittelle impanate? Te lo assicuriamo noi, basta che dici sì, qui, semplicemente al telefono; e inoltre ti assicuriamo che poi paghi di più per sempre. Sempre è bello. Di’ ancora una sola parola e sarai salvo, un sì facile facile, e si aprirà il privilegiato conto Mammalabanca. Tu metti lì i tuoi soldini e noi ce li prendiamo senza disturbarti punto.” Un punto esclamativo.
Una volta, fra il cliente e l’artigiano o il negoziante, c’era un’intesa, un rispetto personale, una lealtà che a volte durava tutta la vita. Il cliente si sentiva un traditore, se andava dal concorrente senza un motivo irriconciliabile, senza aver ricevuto un grave torto dal suo abituale fornitore, che di solito invece coccolava il cliente e lo favoriva in ogni modo. Ora sballottiamo da un gestore all’altro, da un inganno all’altro come prostitute, senza altro parametro di scelta che un miraggio di miracoloso risparmio: un centesimo al k.
E tutto il resto è franchising: il venditore non conta nulla, è un mero esecutore; sembra un imprenditore con gli attributi dell’essere umano, ma non è vero, egli non ha facoltà di decidere cosa comprare e cosa vendere, né dirige le strategie di vendita e di acquisto e non può mica scegliere i suoi fornitori; non è proprietario del suo negozio, ma egli stesso ha un proprietario.
Nel mercato senza aggettivi, i produttori avevano fiducia nei propri clienti rivenditori o elaboratori di materie prime, intrattenevano rapporti personali, spesso stringevano delle vere amicizie. C’era posto per la simpatia e la stima, la considerazione umana, la solidarietà che spesso era spinta oltre i limiti banali dell’ipocrisia. Centro di solidarietà economica e politica, confronto culturale, socializzazione, era il negozio di un tempo. Non si scambiavano soltanto merci, ma opinioni e intesa (e dunque era pericoloso per il dominio, esattamente come la famiglia patriarcale, che era un luogo di potere decentrato, troppo decentrato per non modernizzarla). Era un mercato, dicevo, con caratteristiche umane; mentre il millantato mercato libero è disumano, e vi si scambiano soltanto merci, mai i biglietti da visita. Mai ci si presenta l’un l’altro: i Nessuno sfiorano altri Nessuno. Siamo i consumatori, morti nella qualità di persone. Le città sono morte, farcite di umanità morta nella mente. Siamo in ostaggio di un’immane catena di parchimetri con mutevoli forme: parvenze, larve, simulacri di un’entità sovrana a cui occorre dare l’appropriato nome di Giove. Solo che quello si faceva la giovenca e qualche altra, o altro, mortale, ma questo Giove qui si fa tutti noi.
Ora, guardatevi dai gestori e dalle grandi offerte, vi dovrei dire. Ma il fatto è che non abbiamo scampo, non ci possiamo difendere mica. Siamo prigionieri dei fornitori dei servizi, delle banche, della politica imbonitrice, prigionieri nel nostro stesso paese. Per intraprendere qualunque cosa lecita, abbiamo bisogno di un’autorizzazione preventiva a pagamento; come dire che dobbiamo riscattare ogni nostro diritto con un pedaggio. Solo per le attività illecite non c’è bisogno di permessi, e c’è meno rischi che andare in bicicletta: solo il cinque per cento dei reati vengono perseguiti. Noi siamo le prede di bracconieri legali e illegali.
I bracconieri ci vogliono schedare, catturare in pseudo effige con una carta fedeltà. Sembra che ai colossi renda strapparci capziosamente informazioni personali, sbeffeggiandoci con un banner rassicurante che qualcuno accreditato si prenderà cura della nostra privacy, privacy che stracceranno in tutti i modi col nostro consenso, obbligato se vogliamo comunque campare.

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GLI ITALIANI? SEMPRE LA STESSA DISPERAZIONE di Alfonso Luigi Marra

SAPETE DI COSA I FIORENTINI GIUNSERO AD ACCUSARE DANTE?

Ebbene, allo scopo di eliminarlo politicamente (il suo immenso prestigio lo rendeva ‘pericoloso’), lo esiliarono da Firenze, estendendo la condanna ai figli non appena fossero divenuti quattordicenni, per poi condannarlo al rogo perché era fuggito temendo per la sua vita, con l’accusa, incompatibile con la sua grandiosità e notoriamente pretestuosa nella Firenze dell’epoca, di aver commesso – udite udite! – «baratteria (corruzione), frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia».

Crimini inventati per i quali lo condannarono, in contumacia, a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo e, se lo si fosse preso, al rogo.

Alla sua morte tuttavia, a Ravenna, perché a Firenze non fu mai più riammesso, il suo funerale fu celebrato in pompa magna, e, per di più, alcuni decenni dopo, quando Boccaccio costrinse il mondo ed anche i fiorentini ad ammetterne la grandezza, essi ebbero la sfrontatezza di ingaggiare una diatriba con i ravennati rivendicandone le spoglie, che i ravennati nascosero per timore che i fiorentini le rubassero.

Spoglie che furono rinvenute secoli dopo, nel 1865, in una cassetta di legno, da un muratore, e che risultarono combaciare con due falangi che erano rimaste nel tempietto che i ravennati avevano costruito quale sua tomba.

Una vergogna non solo per i fiorentini, ma anche per gli italiani in generale, perché non ci fu certo alcuna sollevazione nazionale quando i fiorentini gli riservarono quel trattamento, e devono esserci delle buone ragioni se Dante, fuggito da Firenze, scrive nella Commedia di «come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale».

Dante che personalmente io ‘accuso’ di essere paradossalmente il padre della moderna ipocrisia e bigottismo, ma perché ritengo che la Commedia sia il codice morale della società borghese nel mondo e, dopo l’Iliade e l’Odissea, la massima opera poetica, letteraria, sapienziale, filosofica e scientifica di tutti i tempi.

Nessuno insomma si meravigli degli italiani: sono così da tempo..

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D’UN TRATTO IL TRAMONTO di Lucilla Trapazzo

(Un pomeriggio a Pantelleria)
D’un tratto il tramonto

Scioglie un gesto d’arancio i legacci
del mare, d’improvviso incendiando
l’azzurro.

Lo spazio è pausa e deserto
fino a che il tempo si estende
nel senso.

Oltre il declivio una verde
coperta.

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L’ABIEZIONE DI MASSA – 16.7.2012 – di Alfonso Luigi Marra

Sara e il Papa sodomita; Denis Verdini, il suo prode amico De Vincenzo e i servizi segreti; il TGCom, Le Iene, Sky, internet e la setta. Ovvero, la finta disfunzione della giustizia quale vera causa di tutti i mali.
L’abiezione – subita, esercitata ecc. – quale ineludibile cultura di fondo di ogni singola donna o uomo del regime che non sia un dissidente poiché consegue all’influsso della depravazione consumistica sull’antico dogmatismo monoteistico ebraico-cristiano. L’orgiasticità anerettile. La forse maggiore perniciosità sociale, non dei peggiori, ma dei migliori nell’essere peggiori.
(L’ABIEZIONE DI MASSA)

È ovvio, cara Giustizia, che, se non eserciti il tuo ruolo di controllo, poi si scatenano queste gare di depravazione.
Quello che avresti dovuto fare in questo caso era sequestrare il film di Sara e assumere ogni altro provvedimento. E non obiettare che non avevi gli elementi perché ti ho dato cento volte prova di conoscere il diritto meglio di te.
Naturalmente sarebbe equivalso a dare ragione a me e dare uno schiaffo al regime e a quei poteri che, mediante degli esecutori materiali, hanno subdolamente spinto con le droghe e la violenza la mia testimonial a un passo dalla morte e al degrado morale per colpire così me e la nobile lotta al signoraggio.
E mi rendo conto che ormai quasi non lo sai più esercitare il tuo potere di controllo, perché vi hai abdicato da troppo tempo in favore delle banche e di chiunque ti abbia ben compensato per instillare nelle menti dei tuoi giudici quell’opportunismo e quel conservatorismo tanto più gravi quanto più inconsci, che divengono poi sovente corruzione materiale, e hanno fatto di te il vero responsabile di tutti i mali della società.
Una giustizia muta o loquace ad arte nel cui contesto mi ha quindi molto colpito, e per un attimo fatto un po’ sperare, l’intuire che la Procura e la DIGOS di Roma avessero compreso come stanno le cose e stessero adempiendo al loro ruolo.
Un attimo però, perché l’attimo dopo ho capito che il gioco è troppo grosso, e quei PM e quei funzionari saranno ora spinti dalla corrente contraria a ‘rientrare nei ranghi’, perché siamo nell’ambito di quell’immensa guerra che possono vincere solo i miei volantini.
Cose che somigliano, mi spiace ma non posso tacerlo, a quel che dice anche Sara, la quale, giustamente furiosa, si è messa alla fine a urlare di voler fare una conferenza stampa per chiarire che il motivo per il quale cerca di evitare di essere interrogata è che servirebbe solo a esporsi a chissà che, e a veder rimbalzare per anni brani del suo interrogatorio sui media, perché l’autorità avrebbe già dovuto intervenire in base a tutto quanto è stato detto, scritto, risulta e può essere facilmente accertato, sicché, se evita, è perché non ne ha voglia per motivi non esaltanti che ometto.
Troppo grosso il gioco non tanto perché in ambienti giornalistici si afferma (e De Vincenzo se ne sarebbe vantato con Sara) che l’anello di congiunzione tra lei e De Vincenzo è Denis Verdini, ma perché il regime ha mobilitato il suo immenso esercito: quell’80% dei cittadini dai pensieri grevi di cocaina e altre droghe più o meno ‘leggere’.
Drogati che sta spingendo a tifare per il prode De Vincenzo usando i media e internet.
Un 80% degli italiani già in stato confusionale e che ora, per di più, il regime sta spingendo a eleggere a modelli: i lenoni, gli spacciatori, gli estorsori, i truffatori, i prostituti e i pornografi.
Verdini che non credo sia lontano dai servizi segreti perché è legato ai miei vecchi amici Arcangelo Martino e Pasqualino Lombardi, e se di Arcangelo – che conosco da quando, dal 1975 al 1985, ero avvocato della CGIL – non posso dire altro che ne ho un buon ricordo e non lo immagino autore di chissà cosa, e so solo che nei servizi aveva un ruolo preminente, di Pasqualino, che ho frequentato dal 94/99, posso invece attestare che, se quello che faceva lui era reato, allora deve andare in carcere tutta la magistratura italiana, perché Pasqualino non era legato a questo o a quel giudice della Corte Costituzionale, ma si dava del tu con i vertici di gran parte della giustizia italiana, era amico personale di moltissimi di loro, e non interferiva in questa o quella cosa, ma, com’era noto a tutti, era il crocevia e lo snodo di ogni nomina, fatto o cosa importante accadesse in ambito giudiziario, sicché bisognerebbe garantirgli ogni immunità purché parli, perché, ormai che il tempo ha raffreddato le cose, ciò consentirebbe di scrivere la storia vera della profonda politicizzazione e degenerazione della magistratura in questi decenni.
Ma, tornando a Sara, credo vada anche accertato se è vero che, diversamente da quanto De Vincenzo aveva riferito a Sassone e io ho poi scritto nella denunzia, non lo conosceva da due settimane né è salita con lui a Milano col treno delle 9 del 6.6.12, giorno del film, ma lo ha conosciuto solo quel pomeriggio sul set della farsa, organizzata da TGCom e Le Iene, in cui le si offre di fare un film porno in cambio di una valigia piena di finte banconote.
Farsa in cui De Vincenzo, sempre secondo quanto riferisce Sara, e quindi da verificare (non direi chiedendolo a Sara), sarebbe stato invitato, guarda un po’, a recitare proprio la parte del produttore porno; naturalmente (che dubbio c’è?), non per sollecitazione di Verdini, ma per l’apprezzamento di Le Iene e TGCom delle note vette morali già scalate nel campo della fotografia profittevole e in altri affini.
Porno per farsa che è finito circa alle 19, ma che De Vincenzo, se ne osservi la genialità, è stato capace, sempre secondo quando Sara ha già detto a chiare lettere nella registrazione, di trasformare in un porno vero – entro un’ora da quel momento e dopo solo poche ore da quando l’ha conosciuta – addormentandola in macchina con la morfina o il valium mentre fingeva di portarla in albergo, svegliandola poi con lo speedball per farle girare il porno, e riaddormentandola per riportarla a letto, vestita.
Una situazione in cui – lo faccio sommessamente notare alla Procura – se Sara fosse poco attendibile perché pazza, saremmo di fronte a un’aggravante e a un motivo, non per archiviare, ma per accelerare le facili indagini presso il gran numero di persone interrogabili. Evitando così anche che tutta Italia debba star lì ad almanaccare.
Porno per il quale occorrerebbe poi forse anche accertare se è vero che non ha ricevuto nulla, come ha poi detto smentendo di aver ricevuto 10.000 euro, e il cui contratto – eccone un’altra – le è stato fatto firmare (risulta dalle foto messe in rete proprio da De Vincenzo) solo quando era già truccata e vestita per girare non si capisce neanche se il porno farsa o il porno vero.
Gesta pornografiche di Sara illegittimamente realizzate e ora illegittimamente divulgate persino da Sky, oltre che dall’intero apparato mediatico e da internet, sempre nella logica di screditare lei per tentare di screditare la lotta al signoraggio.
Apparati tra i quali persino una setta con tanto di ‘maestro’, alla quale pure la giustizia dovrebbe credo chiedere perché e in virtù di quali prerogative è intervenuta così perentoriamente per vietare alla madre e al padre di Sara, arruolatavi dai genitori penso fin da bambina, di assumere iniziative in sua difesa.
Inutili sforzi collettivi perché, se sopravvive alla droga con cui, sfruttando il suo vizio, si cerca di annientarla, o se prima qualcuno non la ammazza o non ammazza me, chiederò proprio a lei di interpretare il video sull’abiezione, affinché il discredito con cui l’esercito dei mentecatti vorrebbe, usando lei, colpire me, gli si ritorca contro.
Una fogna universale in cui, salvo me e qualche altro ateo, siete tutti credenti, e di cui sa bene pure lui, Benedetto (altro che Sara dunque..), tant’è che lo dice che: «La chiesa non è una comunità di perfetti ma di peccatori..».
Vizi ecclesiali che non stupiscono per il propendere all’amor carnale anziché estasiarsi del divino, ma per la mancanza di tempra, anche ad altissimo livello, nel sopportare la rinuncia.
‘Peccaminosità’ sessuale sociale ed ecclesiale simbolica della fine della religiosità, la cui apparente diffusione è solo eresia, perché le religioni di origine ebraico-cristiana si incentrano sulle regole sessuali.
Eresia perché, a cominciare dal Papa e dai Cardinali, tutti si inventano le regole religiose come gli pare, trascurando che sono scolpite nella bibbia, nei comandamenti e negli atti della chiesa.
A parte poi che il vero delitto ecclesiale non è il tripudio di pratiche omo o etero-sessuali, ma la partecipazione al massimo crimine planetario, cioè al signoraggio che, senza la condivisione papalina, cardinalizia e dell’intera chiesa, non potrebbe esistere.
Io invece non pecco mai contro le mie regole atee e, se lo commetto un peccatuccio, subito devo scusarmene o rimediarvi. E questo non per merito mio, ma perché le mie convinzioni sono logiche, sicché attenervisi è facile, anzi inevitabile.
Convinzioni antireligiose, le mie, perché la vera civiltà non può iniziare se non finisce la visione religiosa del mondo.
Non può perché credere all’esistenza dell’inesistente o a cose come la verginità/maternità si configura nella mente individuale e collettiva come un errore al quale poi conseguono quegli altri errori e sistemi di errori interrelati che vi hanno trasformato in una società di psicopatici.
Cose che scrivo non certo per offendervi, ma per illustrarvi la necessità di rivolgere a voi stessi l’analisi, infrangere la barriera del vostro inconscio fittizio, dirvi quello che non vi siete mai voluti dire, e giungere così a quelle nuove forme del conoscere rispetto a tutto quanto già sapete che vi libereranno dei vostri limiti e della vostra sofferenza e libereranno la vostra intelligenza.
Un infrangere la barriera del vostro inconscio fittizio che vi conviene, altrimenti continuerete ad abbrutirvi nei tentativi di cambiamento più strambi pur di non intraprendere il cambiamento che ho tracciato io nel 1985 in La storia di Giovanni e Margherita, e che ribadisco in ogni mio scritto e nelle parole di ogni mio video.
Anche perché vi trattiene solo il fatto che oggi occorre una democrazia geniale, per cui voi, che siete gonfi di illusioni e zeppi di limiti e di complessi, impazzite di gelosia.
Gelosia e odio che, diceva mia madre Caterina, vanno evitati, perché ti avvelenano senza recar danno a chi ne è oggetto.
Pazzi di illusioni e gelosie figlie del conflitto inestinguibile fra il non volere ammettere di essere depositari di una verità minore, e il non volere erogare a nessun costo un maggior impegno per acquisirne una maggiore.
Illusioni, gelosie e fantasie che iniziano 3.500 anni fa con il primo dogmatismo monoteistico ebraico e poi cristiano, con il quale quei remoti avi spedirono ‘in cielo’ le divinità per togliersele dalla fisica e poterle così liberamente ridipingere nel modo che gli serviva per realizzare quella meravigliosa invenzione che è la democrazia.
Democrazia che, se non avessero cacciato gli dei dalla natura, non sarebbe stata possibile, perché la natura è aristocratica.
Democrazia ora però troppo complessa per poterla continuare a basare su queste strullate, e che richiede quale nuovo strumento culturale il mio razionalismo/misticistico (cose tutte per le quali devo rinviare a da Ar a Sir: la mia storia delle culture e delle religioni dalle origini ai giorni nostri).
Anche perché prima i dogmi li istituiva la collettività nell’interesse generale.
Oggi invece ognuno si inventa il suo personale ‘credo’ dogmatico che poi, siccome siete quasi tutti drogati, e in gran parte cocainomani, è di solito ispirato dalle sostanze.
Un grande fiume di eventi a partire, a Roma, nell’anno zero, dal prevalere del dogmatismo monoteistico ebraico-cristiano sul naturalismo aristocratico-pagano.
Un grande fiume nel quale, da ultimo, si sono sversati i liquami del sempre più vasto affluente della ‘cultura’ consumistica.
Un consumismo che consiste nella subordinazione dell’uomo all’economia anziché dell’economia all’uomo: un rovesciamento che ha richiesto l’impianto, nel fondo dell’anima di ognuno di voi che non sia un dissidente, della cultura dell’abiezione.
Un’abiezione che può essere subita, esercitata, difensiva, diretta, mediata, di sponda, di spighetto, celata, sfrontata, ambigua, signorile, raffinata o repressa, ma è inevitabile.
Pubblica abiezione con la quale devo scontrarmi, non importa come reagirete, perché vi amo troppo per potervi tacere che siete una società in maggioranza di drogati, psicotici, vigliacchi, illusi, e anche schifosi, fetenti, canaglie e spesso veri delinquenti.
Una gran confusione che tra l’altro ha reso molti di voi omosessuali e anerettili.
Omosessualità che è una mistificazione fosse ammessa presso i greci e i romani, perché i romani toglievano agli omossessuali passivi la cittadinanza e i greci li disprezzavano. Mentre la verità è che i costumi erano libertini e gli omossessuali passivi erano in pratica gli schiavi.
Ora, io ho scritto in La storia di Giovanni e Margherita che l’omossessualità è frutto della difficoltà di reggere il rapporto di coppia eterossessuale, e quindi della tendenza a cercarsi dei ‘contrattini’ più agevoli.
Una difficoltà di reggere le donne che ha come primo effetto l’anerettilità, ma che oggi non si risolve più con l’omosessualità perché anche quei rapporti sono divenuti difficili, sicché il contesto omossessuale è in sostanza anerettile.
Mi ha raccontato infatti la mia amica dalla testa gloriosa di aver visto qualcuna di queste ‘orge’ nelle quali spesso molti sono tronfi ovunque di palestra, ma nessuno lo è lì, sicché non resta che l’alcol, la droga, la musica e lo sconforto di aver fatto una scelta sessuale a tacer d’altro disagevole per poi ritrovarsi anerettili in massa: un’amara vendetta della coerenza contro la follia dogmatico-monoteista-consumista.
Uomo o donna, Cardinale o Papa, tu sia, ti prego quindi: non adontarti, e contribuisci anzi a divulgare il frutto del mio durissimo viaggio conoscenziale per aiutare l’umanità a difendersi da se stessa.
Che ti animi infatti la bontà di chi non fa che praticare e professare il bene; o la passione missionaria; o la corruzione morale e materiale della magistratura; o la ‘sobrietà’ criminale dei bilderberghini; o la pochezza di una Severino, intenta a devastare il processo civile e la legge Pinto per liberare i poteri dai controlli giudiziari; o l’irreprensibilità ancorché psicotica della ‘Luisa’ di cui a Il labirinto femminile; o l’atrofia della sensibilità di una ‘Ilenya’; o la troppa spregiudicatezza di una Sara; o il cinismo dei politici; ripeto che la cultura di fondo che ti avvince è quella dell’abiezione, e non te ne libererai se prima non ti liberi dalla visione religiosa.
Fermo restando cioè che va riconosciuto il valore dell’impegno e della rettitudine, e va reso onore ai positivi, ai missionari e alle ‘Luisa’; e non ai cattivi, ai disimpegnati, ai corrotti, alle ‘Ilenya’ e alle Sara, va però approfondita l’analisi.
Va approfondita perché, in virtù della causalità necessaria, ogni cosa (e ogni gesto) è l’unico effetto possibile, in quell’ambito temporale e spaziale, di un numero imponderabile di cause interrelate; per cui la responsabilità è relativa.
Una relatività alla quale deve conseguire che, una volta accaduti gli eventi, si deve tener conto, anche in sede penale, del contesto motivazionale che li ha generati, ottenendo così lo spostamento dell’asse del processo dal reo alle cause del reato.
Responsabilità e pena che devono essere civili e limitate a quel che occorre, ma devono rimanere ferme, perché devono diventare anch’esse cause che influenzeranno le scelte che verranno.
Scelte che, sempre badando a salvaguardare la società, bisogna facilitare siano positive rendendo vantaggioso il pentimento e il cambiamento.
Abiezione a cui bisogna sottrarsi anche quando, come in ‘Luisa’, sia solo subita; o meglio: espressa strategicamente da una posizione difensiva mirante a salvaguardarsi dall’abiezione altrui.
Perché è proprio l’abiezione ‘buona’ che per certi versi determina gli effetti più perniciosi.
A parte poi, a riprova di quanto tutto è difficile da inquadrare, che, ad esempio, l’irreprensibilità, quando è illogica, non garantisce l’attendibilità, perché è destinata a infrangersi o quando se ne presenti l’occasione o quando arrivi all’apice. E se no infrange chi la coltiva.
Siamo cioè, questo è il punto, nella fattispecie in cui l’essere migliori configura quell’esercitare al meglio una cosa errata che dà luogo alla categoria dei migliori nell’essere peggiori.
Migliori nell’essere peggiori che, siccome effettivamente esprimono un maggiore e migliore impegno, forniscono dell’abiezione espressioni ‘positive’ che la perpetuano perché concorrono a formare il costume.
Paradossalmente, cioè, mentre i peggiori evidenziano il malcostume e lo mettono in crisi, i migliori nell’essere peggiori vengono pervasi da quella pretesa al riconoscimento che è la radice del perbenismo e rende ‘diversamente deprecabili’ e incorreggibili.
Mille tipi di abiezione tra i quali è arduo stabilire graduatorie di negatività, e più ancora di positività, ma tutti caratterizzati dall’intento di dimostrare la propria ‘bontà’, alimentando così un cieco conservatorismo rivolto a salvaguardare, non tanto l’economia, quanto gli assetti emotivi e sentimentali di ognuno, che cambierebbero, si teme, se cambiasse l’economia.
Un quadro nel quale una ‘Ilenya’ o una Sara può darsi sentano l’esigenza di cambiare, mentre una ‘Luisa’, non parendole di avere nulla di cui pentirsi, rischia di cristallizzarsi acriticamente nella sua abiezione subita.
‘Buoni’ oltretutto di una ‘bontà’ spesso fatta per lo più di ingenerosità, poco coraggio e strategismo.
Un’abiezione che non si può eliminare con delle decisioni, come gli uomini tentano di fare da millenni, ma solo sostituendo al monoteismo dogmatico il razional-spiritualismo.
Cosa che ora avverrà perché la conservazione non conviene più e i tentativi di dirottare il cambiamento che propugno sul binario morto di un’impossibile ottimizzazione dell’attuale, errato regime non funzionano più perché non ci sono più risorse per pagare il consenso.

Alfonso Luigi Marra

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IMPLORAZIONE A RATZINGER – 05/05/2005 – di Alfonso Luigi Marra

Implorazione a Ratzinger di proclamare l’inesistenza di alcun Dio e la necessità di superare la visione religiosa della realtà costituendo essa un errore che genera nella mente collettiva quegli altri errori e sistemi di errori interrelati che configurano il marasma politico, morale, economico, ed insomma culturale, che attanaglia l’umanità impedendole di giungere ad uno stadio della civiltà adatto a realizzare i grandi cambiamenti indispensabili per fermare l’alterazione ambientale, che altrimenti renderà in breve ardua e poi impossibile la nostra vita sul pianeta.

Quando, caro Ratzinger, accadde a me, unico uomo di cui sappia, di giungere a nuove forme del conoscere rispetto a tutto quanto già sapevo, occorse un solo istante. Anche se ci vollero ore, e poi mesi ed anni, perché quel processo si sviluppasse adeguatamente nella mia mente.
Fu nella tarda primavera del 1984. Eravamo a Napoli, al Corso Vittorio Emanuele, nella casa dove abitava allora Loredana, che avrei poi sposato in seconde nozze, e parlavamo di Louanne, mia moglie, dalla quale mi stavo dolorosamente separando.
Ho come dinanzi agli occhi Loredana, che è la donna più intelligente che abbia mai conosciuto ma anche una cuoca bravissima ed istintiva, allora una ragazza, mentre, rivolta alla cucina, rigirava in una padella, per la cena, dei peperoni rossi e gialli tagliati a strisce.
Durante i quindici anni precedenti avevo finito per cedere, così mi sembrava, all’immagine che Louanne mi aveva sempre dato di sé in funzione del nostro rapporto affettivo, e che un bel giorno, sopravvenuta la rottura, aveva cessato di rappresentarmi.
Mi ero così trovato dinanzi, esterrefatto, una persona che le assomigliava sì in maniera
impressionante, e di cui – mi ricordai in quell’indimenticabile istante – avevo a volte sospettato l’esistenza da qualche indizio, ma che parlava, si muoveva, si atteggiava in un modo da farmi escludere potesse essere lei.
Chi era dunque veramente, mi stavo chiedendo soprappensiero, quella bella, bionda, curata, elegante signora rassomigliante a mia moglie, che abitava insieme ai miei figli, quando Loredana, continuando a fissare i peperoni con il cucchiaio di legno in mano, disse sommessamente che l’idea che avevo avuto di Louanne non era che la visione antologica che avevo voluto averne, ovvero, in sostanza – mi sovvenne in un lampo – che avevo inventato il suo carattere traendolo dai luoghi comuni delle antologie della letteratura e glielo avevo imposto.
È in quel momento che venne a compimento il progetto che costituiva “inconsciamente”, da sempre, l’essenza della mia vita.
Quel progetto, il progetto di decodificare e riformulare l’ormai superato codice morale vigente, si era espresso in me, dalla mia prima infanzia, nelle forme di una profonda e generalizzata dissidenza, portandomi poi, man mano che la mia forza cresceva, ad uno scontro sempre più aperto con tutto quanto mi circondava, perché, per grandiosi che siano gli obiettivi di fondo degli uomini, essi non possono che passare attraverso il loro quotidiano.
Ora però il potenziale intellettuale accumulato in così tanto tempo era maturo.
Le nostre vite, i personaggi, gli apparati, i Parlamenti, le fasce sociali, le genti via via coinvolti dai miei scritti stavano per diventare il terreno di svolgimento del processo culturale che avrei fissato nei successivi venti anni nei miei dodici libri, e sarebbe poi stato, già da subito nonostante la finzione di massa di ignorarmi, trasfuso nelle sintesi che la società da allora continua e continuerà a farne fin quando non lo avrà definitivamente assimilato epurandolo dalle circostanze delle quali mi sono dovuto servire per viverlo, capirlo e narrarlo.
Quella sera, continuare a salvarmi a scapito degli altri mediante il chiudermi nelle varie visioni antologiche, a partire da quella che avevo di me, avrebbe implicato la negazione di tutti i miei affetti, ed inoltre non ne avevo più bisogno perché mi ero ormai appropriato della forza per affrontare l’inevitabile recriminazione sociale che il diversificarmi fino a quel punto avrebbe prodotto contro di me.
Fu così che nella mia testa iniziarono a dileguarsi gli artifizi, i filtri, le cortine, gli strategismi dietro le quali celavo quanto non avevo mai voluto vedere, ed iniziò quel processo che avrei poi definito la “scoperta antologica”, che è anche il titolo del libro che non potrò finire fin quando non sarà avvenuta l’omologazione sociale delle mie tesi.
Un processo che iniziò con la visione della “galleria dei personaggi antologici”, nella quale, una dopo l’altra, come delle colorate statue tuttavia vive ognuna nella sua nicchia, mi resi conto di avere lungo gli anni collocato, nelle posizioni che avevo voluto, le persone fondamentali della mia vita.
Un processo che proseguì con un viaggio senza precedenti nella mia mente che mi consentì poi di giungere alla comprensione del modo di formazione del pensiero, che ritengo sia la massima scoperta di tutti i tempi, perché la conoscenza del modo in cui gli uomini pensano darà loro la possibilità di decodificare ed organizzare ben diversamente il loro sapere, accedendo così ad un maggiore quanto indispensabile livello di civiltà.
Mente, caro Ratzinger – devo fare un breve accenno tecnico alla mia scoperta – che individuale o collettiva che sia, è un sistema in cui ognuna di quelle che ho definito “forme del conoscere” (pensieri, ricordi, idee, giudizi, pregiudizi ecc.) costituisce una struttura che può essere, nello stesso tempo, autonoma, presente in tutte le altre, e capace di contenere tutte le altre.
Ogni forma del conoscere è, cioè, una struttura in continua evoluzione che, raccolti in una forma piuttosto che un’altra (forme dettate dalle esigenze), e codificati in maniere tali da consentire la meccanica di cui sopra, contiene tutti i dati derivanti da una certa esperienza particolare, ma anche tutti i dati contenuti nelle altre forme del conoscere derivanti dalle altre infinite esperienze. “Dati” che sono poi essi stessi delle forme del conoscere.
Fermo restando che in ogni forma del conoscere si avrà la prevalenza di certe connotazioni anziché altre (specializzazione), ognuna potrà così rimpicciolirsi fino a divenire impercettibile, irrigidirsi fino a divenire dominante o prevalente, estendersi fino a comprendere tutte le altre di cui è costituita l’intera mente, specializzarsi fino ad assumere una qualità di presenza anziché un’altra, organizzarsi fino a “sembrare” presente senza esserlo o fino ad essere presente senza “sembrarlo”, e così via in un numero infinito di modalità della presenza e della partecipazione.
Processi che naturalmente si svolgeranno secondo le ordinarie regole della chimica e della fisica, per cui ogni modifica avrà i suoi tempi tecnici e sarà caratterizzata da un certo numero di problemi, limiti, sofferenze, eccetera, in alcuni casi superabili ed in altri no.
Complessi ed articolati processi e strutture che implicano necessariamente, ed eccoci al punto, che ogni errore produca altri errori e sistemi di errori interrelati all’infinito, e che quando l’errore sia tanto grave e dominante come quello religioso alteri profondamente le menti nel loro complesso.
In definitiva, la grande confusione che vanifica gli sforzi delle genti dinanzi alle problematiche della modernità, dalla crisi morale, economica ed occupazionale alla disarmonia fra i popoli e fra i popoli e l’ambiente, è causata dal radicamento nella mente dell’uomo dell’idea che esista l’inesistente, ovvero Dio, i Santi, i miracoli, l’inferno, il purgatorio, il paradiso e così via.
Inferno, purgatorio e paradiso che, peraltro, scusami ma è incredibile, sono assenti dalla Bibbia, perché il fondatore dell’idea di inferno, purgatorio e paradiso poi adottata dalla chiesa è Dante con la Divina Commedia.
Cose che – bada bene – solo oggi, essendo superate, si configurano come delle follie, giacché sono state disegnate via via, lungo i millenni, in virtù di precise esigenze della società umana.
Follie che sarebbero quindi comunque sconfitte dalla civiltà dei prossimi decenni, ma occorre invece sconfiggere al più presto perché il grado di confusione che creano nella cultura rende l’umanità incapace di reagire con la necessaria velocità ai mali che l’annienterebbero; dal che l’urgenza di affacciarti al balcone e proclamare l’inesistenza di alcun Dio.
D’altra parte la religiosità si esaurisce ormai per lo più in alcuni rituali di massa suscitati da campagne televisive e giornalistiche così imponenti da poter generare il culto di qualsiasi cosa, ma ha cessato da decenni di essere elemento sostanziale della vita sociale per il semplice fatto che nessuno vorrebbe più una società gravata da vere connotazioni religiose. E, più che le chiese vuote o la crisi della vocazioni, lo testimonia la radicale laicità del quotidiano.
E l’apparente rinascita religiosa è dovuta unicamente al fatto che la collettività, poiché non solo non vuole il cambiamento ma è anzi atterrita dalla sua inevitabilità, si stringe al cattolicesimo in quanto nucleo centrale dell’occidentalesimo; ovvero solo per invocare, molto più materialisticamente di quanto non sembri, la conservazione.
Una conservazione dell’occidentalesimo che equivale ad una conservazione del consumismo al quale l’occidentalesimo si è ridotto, e mira anche a contrastare le altre religioni, ed in particolare l’incombente islamismo.
Una guerra fra “religioni” nella quale l’unico vero “Dio” è come al solito il consumo (il consumismo è la subordinazione dell’uomo alle logiche produttive anziché delle logiche produttive all’uomo), e nella quale mi auguro le forze laiche vorranno schierarsi in favore della ragione, perché se “sembrano” ora rivolte a quel Dio che hanno sempre negato è solo perché anch’esse sono atterrite dall’ineludibilità del cambiamento; oltre, naturalmente, che per ovvie esigenze elettorali.
Sempre senza dimenticare che, laici o non laici, il tasso di religiosità reale è modestissimo, ed i soli valori di cui è certa un’ampia diffusione sono l’indifferenza, il cinismo, il degrado morale, ed altri nessuno dei quali sembra sia espressione dei dieci comandamenti.
Una religiosità che ciascuno accomoda ai suoi gusti trascurando che sia il cattolicesimo che le altre religioni hanno i loro codici, e diversificarsene, specie quando, come oggi accade, tutti esagerano, è tecnicamente eresia.
Una mille tragicomiche eresie di massa che hanno sì, come già detto, la loro ragione di fondo nell’intento di raccogliersi intorno alla religiosità per conservatorismo, ma non tengono conto del fatto che, mai come questa volta, il conservatorismo non è destinato a salvaguardare il passato, ma ad accelerarne la distruzione.
Se infatti i cinesi stanno per invaderci con i loro prodotti e gli extracomunitari con le loro sventure, o, bquel che è peggio, se i venti, le onde, i geli o le calure mettono sempre più a rischio la nostra vita, volerci difendere conservandoci per quello che siamo sarebbe la strategia più stolta.
Tanto più che il potenziale intellettuale dell’uomo moderno è immenso, sicché un “chiarimento delle idee” mediante il “giungere a nuove forme del conoscere rispetto a tutto quanto già sappiamo”, ci renderebbe capaci di risolvere con sia pur relativa facilità qualsiasi problema.
Non ti interessano le mie teorie psicanalitiche? Ti sembra che in ogni caso non c’è niente di male se, in tanto sfacelo, la gente cerca conforto nell’idea che Dio esiste e li ascolta?
Ma che bravo!.. A questo punto devo innanzitutto dirti che se le mie teorie sono fondate questo continuare a far finta di nulla è un crimine contro l’umanità, e sono fondate perché sono tutte di tipo “autodimostrativo”, ovvero dimostrate dalle parole stesse con le quali le svolgo.
Spero poi di non aver parlato tanto invano quanto quello che dici farebbe credere, e che i miei argomenti abbiano invece aperto un varco nella tua mente, perché ti sbagli caro Ratzinger: c’è invece un male enorme, giacché ti ribadisco che questa religiosità, che è scevra da ogni ingenuità, quando è nata era motivata da precise esigenze che ora non sussistono più, sussistendone tutt’altre rispetto alle quali essa è ostativa.
Inoltre, potrà essere sconsolante che tutto debba finire con la nostra fine, essere amaro cessare di immaginare che i nostri cari ci attendano in cielo, essere tragico che di fronte alla terribilità degli eventi non ci sia nessuno a cui rivolgere le nostre invocazioni, ma se è così, ed ovviamente è così, credere diversamente è un’illusione che induce una devianza in tutte le scelte della nostra vita pubblica e privata.
Anzi, a questo punto, visto che sei un uomo di cultura, vediamo se ti convince la mia ricostruzione dalle origini ai giorni nostri.
La cultura e la religione delle origini, vedi, non poterono che essere naturalistico / aristocratiche, perché appunto aristocratiche sono le regole della natura dalla quale scaturirono e nella quale si svilupparono.
Attraverso l’aristocrazismo naturalistico (il paganesimo), l’uomo giunse così a livelli espressivi tuttora insuperati.
Tanto splendore ebbe però un prezzo: nel paganesimo la prevaricazione delle aristocrazie giunse fino alla condanna della massa all’inesistenza ideologica.
Scrive infatti Omero nell’ottavo secolo prima di Cristo, riferendosi alla guerra di Troia (dodicesimo secolo): “…entrò in campo Achille, o Ulisse, o Ettore, …e sterminò i nemici…”, mentre è ovvio che ad entrare in campo erano in realtà le loro schiere.
Una prevaricatorietà che, se nella cultura greca fu sdrammatizzata da un certo coefficiente di “democraticità”, altrove, ed in particolare in Egitto, degenerò in un verticismo tanto implacabile da causare il sintetizzarsi di un’eccezionale aggregazione di uomini intorno all’intuizione di valore incalcolabile che, qualunque cosa gli fosse costato, da quel momento si sarebbero per sempre auto determinati.
Era il tredicesimo secolo, e quel nucleo di uomini erano gli ebrei che, al seguito di Mosè, si sarebbero lanciati nell’attraversamento del deserto…
Un “deserto”, quello biblico, che simbolizza l’ammaliante deserto di valori dal quale iniziava la loro lunga marcia ideologica, perché essi, fuggiti dai valori, fondamentalmente epici, del paganesimo, non avevano ancora consolidato i valori alternativi dell’entusiasmante, magnifica cultura che avevano appena inventato: la democrazia ugualitaria di massa.
Un ugualitarismo che difenderanno con una determinazione infinita, che sovente sarà scambiata nei secoli per settarismo, e costerà loro alla fine l’orrore dell’olocausto ad opera della depravazione pseudo aristocratica del nazi – fascismo.
Un ugualitarismo che avrebbe trovato il suo codice morale nel vecchio e nel nuovo testamento, e che richiese, quale prima, indispensabile operazione culturale, che il Dio venisse rimosso dalle carni degli eroi e dalle cose della natura – nelle quali lo avevano collocato i pagani – e relegato nella metafisica.
Questo perché un Dio che albergasse nella fisica li avrebbe ovviamente riportati alle regole della natura, ovvero all’aristocrazismo dal quale erano fuggiti.
Relegato invece il Dio (Jahvè) nella metafisica, gli si sarebbero potute attribuire liberamente tutte le connotazioni e le regole che le loro umanissime esigenze avessero suggerito.
Prima fra tutte, coerentemente all’affermazione dei valori della solidarietà, fu infatti l’imposizione al Dio della “manna dal cielo”, e cioè del dover sostenere anche coloro che, per i loro limiti o per gli accidenti della vita, non fossero in grado di provvedervi da soli, ovvero il principio assistenzialistico, che è poi il tessuto connettivo di fondo di ogni ordinamento giuridico civile.
Un Dio, Jahvè, che altri non era che la loro “mente collettiva”, ovvero la loro cultura, ovvero il modo che avevano mediato di dover avere in comune nel vedere la realtà.
Ma i secoli passarono, e la società ebraica, non riuscendo a far derivare dal suo straordinario umanesimo un livello di civiltà proporzionato, vedeva profilarsi sempre più il rischio di cadere in una spirale involutiva.
Finché, per non soccombere, quella stessa società che aveva saputo negare il potere faraonico, dovrà piegarsi e dire a Jahvè: “Vogliamo un re su di noi per essere anche noi come tutti gli altri popoli. Il nostro re ci governerà, sarà lui che marcerà avanti a noi e combatterà le nostre guerre”.
Ma quel popolo eccezionale volle tentare di attenuare quella sconfitta ricorrendo ad un artifizio: anziché un re vero, un uomo cioè portatore di un’autentica diversità positiva, individuò, per adattarlo alla concezione di massa, un re nel quale, come si direbbe oggi, …tutti invece potessero identificarsi…
Era l’undicesimo secolo. Quel re fu Saul, e non appena la sua inadeguatezza produsse i suoi effetti, la massa stessa, come sempre nella storia dell’uomo, innescò con facilità i processi rivolti a far sì che gli eventi lo fagocitassero.
Un po’ con le sue stesse forze, ed un po’ spinto dal crescente bisogno che la società ebraica aveva del suo contributo, si fece allora pian piano strada il primo vero re, ed anzi il fondatore del regno d’Israele: Davide!
Ma perché mai, nel bel mezzo di quel popolo di bruni, Davide, da sempre, è raffigurato come biondo?
Ebbene, è raffigurato come biondo perché appunto lo era. …Non di capelli però, bensì di concezione: egli era cioè “biondo” come il biondo Ulisse, il biondo Achille, i biondi Achei, ed insomma i biondi eroi indoeuropei della tradizione aristocratico pagana di Omero.
Quando insomma il bisogno di un vero re divenne ineluttabile, la cultura ebraica dovette rassegnarsi a rivolgersi ad un uomo animato dai valori della tradizione aristocratica.
Salvo che quel re non sarebbe più stato il rappresentante di un’aristocrazia, ma avrebbe dovuto porre il suo valore al servizio del popolo: un cambiamento di portata ancora una volta incalcolabile, anche se produsse un nuovo tipo di classismo attraverso la nascita della nobiltà, che è cosa ben diversa dall’aristocrazia: argomento che non ho qui lo spazio di approfondire, ma che ho trattato ampiamente in “da Ar a Sir”.
Quanto all’aristocrazismo ed all’epicità di Davide non ci sono dubbi: egli uccide il leone afferrandolo per il pelo della mascella, non ha esitazioni ad affrontare Golia, ed è finanche legato a Gionata, figlio di Saul, da un’ “omosessualità” del tipo di quella che legava gli eroi greci.
Un’omosessualità aliena, nel suo modello ideale, dalla fisicità, e fondata sulla comunione di intendimenti e sentimenti eroici che si sviluppava sui campi di battaglia nell’esercizio e nel culto dell’epica.
Dopo Davide verrà Salomone, suo figlio: l’uomo con il quale nascerà l’arte ebraica, l’uomo che costruirà il grande tempio, l’uomo cardine della cultura e della religione ebraica, e nello stesso tempo l’uomo che, con il suo paganesimo, ne violerà tutti i principi fondamentali.
L’ebraismo era infatti monogamico, ma Salomone ebbe 700 mogli e 300 concubine; era monoteistico, ma le sue 1.000 donne erano pagane; era fondato sull’ugualitarismo, la modestia e la parsimonia, ma egli ebbe 40.000 cavalli.
Ciononostante, a riprova del fatto che la radice della morale è nelle esigenze, il mondo ebraico lo amerà e lo terrà per sempre nella più grande considerazione.
Ma c’è anche qualcun altro che, da due millenni, viene rappresentato come biondo. Un uomo di un livello sapienziale e di una così struggente e sublime passione umanitaria che le sue parole illumineranno i millenni.
Un uomo questa volta straordinario e rivoluzionario al punto che i suoi contemporanei preferiranno relegarlo nella metafisica in quanto Dio pur di non doversi sottoporre all’impegno che il suo messaggio implicava e di non dover sopportare la gelosia che suscitava in loro la sua inenarrabile qualità di uomo.
La sua grandezza sarà infatti proclamata solo dopo alcuni decenni dalla sua morte: solo quando, cioè, attraverso il nuovo testamento, il suo messaggio, un messaggio orale, sarà stato profondamente modificato per adattarlo alla morale metafisica di massa.
Tuttavia, a tratti, nel nuovo testamento, rifulge tra le righe l’espressione di un livello sapienziale eccezionale che non si saprebbe a chi altri attribuire se non a Cristo, perché non era mai appartenuto prima all’ebraismo, così come non apparterrà mai dopo né all’ebraismo né al cristianesimo cattolico e non.
Dice infatti Cristo con una delle pochissime espressioni sicuramente sue di fronte all’imminente lapidazione dell’adultera: “…Chi è senza peccato scagli la prima pietra!”.
Parole con cui manifesta di conoscere la soluzione del contrasto fra aristocrazismo e democraticità, perché con esse, pur riconoscendo a chi sia senza peccato (“superiore”) addirittura il diritto di uccidere, contemporaneamente glielo nega, perché nessuno è senza peccato.
Un provocatorio enigma di cui né l’ebraismo né il cristianesimo vorranno mai capire la soluzione, perché quelle parole invitavano in realtà al superamento della distinzione fra buoni e cattivi (paradiso ed inferno), in favore della distinzione fra bene e male.
Cosa questa che avrebbe trasformato la lotta fra gli uomini in una lotta interiore fra il bene e il male di cui ciascuno è portatore.
Un enigma che nessuna cultura ha voluto finora sciogliere perché la distinzione fra buoni e cattivi è funzionale alla conservazione in generale ed alla conservazione delle classi in particolare.
Un’esigenza, quella della conservazione, che ha sempre prodotto le forme più bieche di repressione, ma che non va comunque sottovalutata perché è indispensabile per l’equilibrio fra la necessità di conservare l’esistente e quella di cambiarlo nei limiti di quanto occorre.
…Intanto, nell’ottavo secolo, dopo aver vagato per circa quattro secoli dopo la distruzione di Troia, ed essere divenuto un modello di carità sotto l’influsso della cultura di massa, era approdato nel Lazio il pio Enea, che, dalla confluenza dell’aristocrazismo greco pagano e del concettualesimo ebraico di massa, aveva fondato la cultura occidentale, ovvero Roma.
Il che, se si pensa che Enea era portatore di tradizioni asiatiche, europee e mediterranee; che gli Achei distruttori di Troia, pur essendo di origini indoeuropee, erano profondamente mediterranei; che l’ebraismo era stato per tutti loro l’elemento di frustrazione, ma anche l’alternativa culturale attraverso cui ritrovare una forma sociale, e che il Lazio era accogliente e centrale, si vedrà che la Storia, nel formulare e nel collocare geograficamente l’occidentalesimo, tenne conto proprio di tutto.
Occidentalesimo al quale il cristianesimo e l’ebraismo daranno poi un enorme contributo, ma il cui originario codice dei valori sarà l’Eneide, scritta da Virgilio pochi anni prima di morire, il 19 prima di Cristo.
Eneide che non avrebbe avuto né lo splendore dell’Iliade e dell’Odissea, i codici aristocratico pagani del divino Omero, che in certi passi non si riesce a leggere senza frenare un impeto di pianto, né la forza non meno commovente del veridico umanesimo biblico, ma sarebbe stata comunque “vigente” per tredici secoli.
Tredici secoli allo scadere dei quali Dante, attraverso il magnifico espediente dei gironi del bene e del male, avrebbe, sempre nell’ambito dell’occidentalesimo, percorso la vecchia morale e codificato la nuova, scrivendo, con la Divina Commedia, il codice dei valori della società borghese nel mondo.
Un codice ora superato specie a causa dell’industrializzazione – massimo evento positivo mai verificatosi nella storia dell’universo conosciuto – e dei non altrettanto positivi fenomeni dovuti alla sua cattiva utilizzazione.
Occidentalesimo che in duemilasettecento anni colonizzerà culturalmente il centro ed il nord Italia, l’Europa, il Nord America, l’Australia eccetera, ma non il Sud Italia e la Sicilia che, a partire da cinquanta chilometri a nord di Napoli, gli rivolgeranno contro un’eterna dissidenza dovuta ad una particolare sintesi fra aristocrazismo e democraticità che costituisce, a mio avviso, la massima cultura del pianeta.
Venendo a noi, oggi – nel mentre è indispensabile un nuovo codice dei valori, perché, oltre all’aristocrazismo, è ormai definitivamente superato anche l’attuale stadio della democrazia – la società si è insabbiata in una nuova fase di Saul.
Saul che non sapranno mai creare una statualità moderna capace, secondo la mia definizione di sussidiarietà, di dirimere e ricondurre a ricchezza pubblica il conflitto eterno fra l’esigenza di dover sottostare a regole generali, imprescindibile per la collettività, e quella di esprimersi liberamente ottenendone il più possibile, irrinunciabile per gli individui.
Siamo insomma in un era in cui, data la tecnologia, è facile risolvere i problemi, ma per innescare una nuova fase dello sviluppo è necessaria una scintilla che l’attuale stadio della cultura di massa non può esprimere, perché è il frutto del suo superamento.
Se vuole vedere quella scintilla la collettività deve accettare che i Saul non sanno maneggiare la pietra focaia dalla quale essa può scaturire.
Cordialità,

Alfonso Luigi Marra

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