A INQUINARE IL MARE NON C’È SOLO LA PLASTICA… di Pietro Greco

L’ambiente marino è inquinato, a livelli di vera e propria emergenza. Ma non c’è solo la plastica: ci sono le polveri, i rumori e la crescente acidificazione delle acque. La vita dei pesci non è affatto facile e, oggi possiamo dire, non è affatto scontata…

Ha fatto rumore, alla fine dello scorso mese di marzo, lo spiaggiamento a Cala Romantica, in Sardegna di una giovane balena incinta: otto metri lei, due metri il feto che portava in pancia. Ma ha fatto rumore, quella balena, anche e soprattutto perché oltre al figlioletto aveva in pancia qualcosa come 22 chilogrammi di plastica. Macro, meso e micro.

La morte del cetaceo ha ricordato a tutti che l’ambiente marino è inquinato, ormai, come e spesso più dell’ambiente terrestre. Non bisogna generalizzare, certo. Ma è altrettanto vero – come documenta un bell’articolo pubblicato nei giorni scorsi da Elizabeth Preston sulla rivista Science – che a inquinare il mare non c’è solo la plastica. Anzi, esiste un vero e proprio insieme crescente di inquinanti di origine antropica che impedisce ai pesci di vedere, di odorare, di sentire e di parlare (nel modo in cui sentono e parlano i pesci).

Questo insieme è costituito da tre tipologie di “smog”: i rumori generati da navi, motoscafi, sottomarini e quant’altro che impediscono ai pesci di sentire e di farsi sentire; l’inquinamento con polveri di ogni genere e tipo (plastiche comprese) che riducono la limpidezza delle acque e impediscono di vedere; la crescente acidificazione delle acque a causa dell’aumento anche in esse della concentrazione di anidride carbonica che altera un po’ tutti i sensi, generando cambiamenti nel cervello.

Purtroppo, occorre aggiungere a tutto ciò il cosiddetto overfishing, ovvero la pesca intensiva realizzata a scala industriale e con un prelievo insostenibile, perché superiore alla capacità di molte specie di pesci di riprodursi.

No, non è facile la vita dei pesci (e dei mammiferi che vivono in acqua) di questi tempi. Ma torniamo al nostro “smog” marino. Si dirà: ma come facciamo a capire cosa avvertono i pesci con i loro cinque sensi? Cosa vedono o non vedono, cosa sentono o non sentono, cosa odorano o non odorano? Certo, non è facile. Ma Elizabeth Preston racconta come molti ecologi marini hanno allestito degli acquari che sono dei veri e propri laboratori dove sperimentare le più diverse condizioni ambientali. E, continuando a studiare il comportamento dei pesci in mare aperto, hanno realizzato alcune scoperte interessanti. Anche se non proprio desiderabili.

I merluzzi, per esempio, comunicano tra di loro emettendo dei suoni. E il rumore di origine antropica li disturba fortemente, finendo per far perdere loro la bussola. In senso letterale, visto che i merluzzi sono specie migranti e hanno bisogno di orientarsi.

Ebbene, Jenni Stanley – ecologa marina in forze al National Oceanic and Atmospheric Administration’s Northeast Fisheries Science Center e alla Woods Hole Oceanographic Institution in Massachusetts – ha letteralmente misurato l’impatto del rumore di origine antropica sulla capacità di comunicare dei merluzzi. In genere, questo pesce emette dei suoni che consentono di “parlare” a un suo simile fino a 20 metri di distanza. In presenza di navi, barche e quant’altro il suono dei merluzzi è coperto e la capacità di comunicare si riduce a un solo metro. In pratica, i merluzzi devono essere a contatto per poter comunicare.

Non sono solo i merluzzi, a essere disturbati. Si conoscono, a oggi, almeno 800 specie di pesci che comunicano attraverso il suono. Tutti avrebbero da ridire sui rumori prodotti dall’uomo.

Quanto alle acque poco limpide impediscono, è facile comprenderlo, di usare al meglio la vista e di vedere (o meglio, non vedere) sia le prede che i predatori. E, dunque, sono in grado di modificare la capacità di sopravvivenza di molte specie. Ma non ci sono solo i pericoli. Per gli spinarelli, piccoli pesci che vivono sia in acque dolci che salate, purché limpide, la torbidità causa un problema ancora più serio: disturba i rapporti sessuali. Le femmine e i maschi hanno difficoltà a riconoscersi e, dunque, a riprodursi in condizioni ottimali. Un guaio serio.

Non è certo da meno l’acidificazione delle acque. La crescente diminuzione del pH a causa delle emissioni antropiche di gas serra (noi immettiamo CO2 in atmosfera, ma una parte di questa viene assorbita dai mari che si acidificano) ha molti effetti, la gran parte dei quali sconosciuti, sui pesci. Ma uno ormai è evidente: l’acidità provoca alterazioni nel cervello di molti pesci abbattendo la capacità di sentire e di riconoscere gli odori. Il senso dell’olfatto è forse il mezzo più raffinato per esplorare l’ambiente marino da parte dei pesci. Non a caso gli squali, specie che ha almeno 400 milioni di anni di vita, usano il naso per procurarsi il cibo. Ebbene, l’acidità dell’acqua potrebbe mettere in crisi persino uno squalo.

Certo, non dobbiamo allarmarci più del dovuto. Perché i pesci hanno imparato a esplorare l’ambiente utilizzando tutti i sensi. E se uno viene meno, ecco che ne viene potenziato un altro. È questo che li rende resilienti alle trasformazioni dell’ambiente marino, ma anche lacustre e fluviale. E tuttavia gli attuali cambiamenti dell’ambiente, clima compreso, sono straordinariamente rapidi. E la resilienza sensoriale di molte specie di pesci potrebbe non essere sufficiente a garantire loro la sopravvivenza.

Poiché però la gran parte dei cambiamenti accelerati sono prodotti da noi umani, ecco che noi tutti siamo chiamati a cercare di rendere meno dura la vita dei pesci (e dei mammiferi marini) nelle acque del pianeta.

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