C’È DI MEZZO IL MARE di Ornella Mamone Capria

Tutto addobbato e preparato per i ministri del Vangelo di tutta Italia e per giornalisti famosi. Nel menu letto ad alta voce dal vescovo di Milano si capisce che la cena è luculliana: mitili, spigole, orate, aragoste, maiale, anitra, vitellino, cinghiale, pernici e contorni di melanzane, patate, peperoni, fagiolini, funghi porcini, formaggi, ricotta, dolci e vini.

Arrivano alla tavola imbandita due uomini in livrea bianca, vengono invitati dai prelati a non servire i singoli commensali e a poggiare sulla tavola imbandita le prime due grandi pirofile di vetro con coperchio in cui si intravedono nell’una molte fettine di maiale distribuite a cerchio inondate da olio abbondante, aglio, rosmarino e peperoncino piccante e nell’altra il famoso contorno calabrese pìpe patàt (peperoni e patate). L’odore si diffonde nella sala del ristorante I Cannaruti di Corigliano-Rossano, quella adibita a lauti pranzi, fatta di arazzi, dipinti e luci particolari. Il cannarùtu, secondo uno studioso del territorio, Martino Rizzo, è uno che fa lavorare molto il cannarùno, la canna della gola, e il cannaròzzo, la gola. Infatti cannarùtu significa ghiotto, goloso ed è un termine dialettale diffuso da Napoli in giù. Per il letterato campano Giambattista Basile nel XVII secolo «Lo cannaruto è ommo de bona vita». Attorno a quel tavolo presenziano tutti ommini de bona vita dalle papille gustative pronunciate che hanno, però, completamente dimenticato il contenuto della propria relazione, discussa con fervore al convegno qualche ora prima, dal titolo “Il Clima siamo noi”. Sembra che il menu, il tovagliato in lino, le posate, i piatti di porcellana segnino il confine tra le parole dette e le azioni propositive per l’ambiente, tra la rinuncia e l’accettazione, tra l’ambiguità e il vero essere; sembra che il consumo di cibo di quella sera non contribuisca a diminuire l’emissione del protossido di azoto e di metano. Sembra, sembra…

Il vescovo di Siena, interessato al Codex Purpureus Rossanensis, discute con il vescovo di Corigliano-Rossano sull’evangelario unico al mondo del V-VI secolo – capolavoro bizantino vergato in oro e in argento, corredato da quattordici miniature – ma allo stesso tempo punta gli occhi sulle pietanze e vede il coperchio dalla pirofila sollevarsi automaticamente e da esso schizzare come un razzo il sugo delle fettine sui visi dei giornalisti. Vengono colpiti Francesco, Maria, Elisa malcapitati giunti per scrivere un articolo sulle testate “La Gazzetta del Sud”, “Il Resto del Carlino” e “L’Osservatore Romano”; si alzano dai posti e scappano per cercare acqua fredda e neutralizzare quel calore bruciante. Intanto l’odore del contorno caratteristico del luogo è invitante. Si sente la voce degli infortunati giungere da lontano: «Stiamo bene, continuate a mangiare!».

I commensali sospirano insieme, non si sa se per la notizia o per la fame. Sua Eccellenza Reverendissima di Bari, Francesco de Bonis, quasi a ripetere il gesto della Santa messa e a officiare quel rito di passione, alza la bottiglia e cerca di versare il contenuto nel bicchiere del prelato alla sua sinistra ma esclama: «Dov’è finito il vino?».

Dalla parte opposta del tavolo si sente una voce: «Non ne esce nemmeno un goccio?». Un’esitazione così da consentire il divertimento: a tutti è sembrato vedere nella bottiglia il rosso vermiglio di Cirò.

Il vescovo di Corigliano-Rossano si guarda attorno: «C’è un ladro ubriacone o sono io ubriaco?». Nessuno asserisce

il contrario ma tutti gli invitati con nonchalance si riempiono il proprio bicchiere di acqua mentre l’anidride carbonica dell’aria sciolta all’istante la rende gassata. Che caldo! Intanto i camerieri con aria smarrita e mortificata si apprestano a portare altre bottiglie di vino ma tutte sono vuote, per cui si recano in cantina a ricercarne di piene. All’improvviso qualcuno si accorge che le fettine di carne si incollano l’una all’altra fino a formare il corpo di un maiale, con cotica rosea e dal grugnito reale.

Spaventati si guardano l’un l’altro. Poi, pensando a uno scherzo di Sua eccellenza Antonio Saraceno, il vescovo di Napoli, ridono a squarciagola come pazzi scalmanati.

Qualcuno dice: «Antonio, sei proprio un birichino, sei riuscito con la tecnologia a darci l’illusione di far comparire un maialino vero. Vuoi giocare con noi? Quale magarìa elettronica hai escogitato? Come hai fatto ad elaborare questo magnifico ologramma in 3D?».

Tutti o quasi conoscono le maestrie elettroniche e informatiche di Don Antonio. Tra guizzi e sollazzi si avverte pure il suo balbettio: «No, non so… no sta… to io!».

I prelati si divertono estraniandosi dal fatto. Non vogliono credere al prete burlone ma presto si accorgono dei suoi occhi impietriti. Nessuno di essi si volta più verso l’altro compagno, il maialino si scrolla di dosso l’olio e passeggia su ogni piatto lasciando l’impronta delle sue zampette, poi salta sulle cosce dei commensali, come se fosse stato nel porcile, va sul prelato di maggior peso e gli lascia sulle cosce un ricordino. Che schifo! Arrivano i camerieri, ignari di quanto fosse successo, con aria spavalda su un carrello è posizionata una grande ciotola trasparente con valve di mitili sbuffanti acqua salatissima a distanza di circa due metri e una rete di pescatore imbrigliante limoni e fiori, orate, aragoste e spigole.

Il maialino sembra essere scomparso ma si respira stranezza nell’aria. Ad un tratto si gonfia la rete del carrello e come un’onda gigantesca intrappola le teste e le braccia dei presenti. Ogni persona ha di fronte gli occhi convessi e brillanti di un vertebrato acquatico, sembra che ne sia diventato il riflesso, come a dire la frase di Franz Kafka «Ora posso guardarti in pace; ora che non ti mangio più». Ma quale pace! Sotto il tavolo, le gambe di ogni commensale sentono lo strofinio di peli e piume di qualche animale insieme al loro muggito, allo starnazzo e al grugnito; non si dimenano, hanno paura dei morsi o delle beccate. Si innalza, però, un farfugliamento di preghiere e le lacrime scendono a fontana mentre le pernici giocano sopra la rete a rincorrersi.

Qualche vescovo cerca di svincolarsi dalla rete, qualcun altro tenta di trovare il proprio crocifisso, altri il rosario, ma invano, le maglie sono troppo strette per liberare le mani. Intanto il caldo arroventa l’ambiente, circa 60°C in sala. Arrivano i giornalisti dalla toilette e i camerieri, ignari di tutto, si accorgono della situazione surreale e tentano di liberare “il corpo della Chiesa” ma il filo della rete è resistente a forbici e coltelli affilatissimi di cucina, e appena si avvicinano ad un animale (pesce o chicchessia) avvertono sul corpo calore e scosse elettriche. I camerieri scappano pensando ad una punizione sovrannaturale, i giornalisti iniziano a filmare e inviare tutto il materiale alle sedi giornalistiche. Intanto ogni contorno si inacidisce e quel fastidioso odore si diffonde nell’aria.

L’indomani tutta Italia leggerà in prima pagina i seguenti titoli: La Gazzetta del Sud – Dal convegno del progresso alla cena del regresso.

Il Resto del Carlino – Animali striscianti ed elettrici contro i vescovi d’Italia.

L’Osservatore Romano – La Chiesa digiuna per l’ambiente.

Chissà se i lettori avranno contezza di quanto sia effettiva-mente accaduto nella cittadina calabrese!

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