DI UNA DELITTUOSA VIRTÙ di Giuseppe Campolo

Il pensare che testimonio non ha marchio di successo, che ormai è tutto democratico, numerico, acritico, derivato. Il mio parlare non può incontrare che sporadico favore. Non raccoglie mille ‘mi piace’ su Facebook; e forse infastidisce un po’ gli avventurosi che mi leggono. Fa niente, è tutto quello che posso dare.
Io mi innamoro dell’uva fragola, alla prima stagione, quando il frutto è promessa bella di quei piccoli fiori che ne imitano gli acini che verranno, profumati e dolci. Prediligo le scaturigini di ogni cosa. Ma che posso farci se i Princìpi sono diventati duri monumenti? Stanno nelle piazze delle nostre menti, e ci basta sapere che sono là; non li guardiamo nemmeno. Ecco perché non sappiamo da dove vengono le nostre disgrazie.
E le disgrazie investono il nostro prossimo, a cascata: la probabilità, legge benigna, favorisce la maggioranza. È mossa, a gloria, la nostra compassione di non toccati; e approviamo e ammiriamo i grandi, che fanno vistosa carità. Più appariscente è la loro munificenza, più in noi giganteggia la loro immagine. A un terremoto, a un’epidemia essi strappano come dal cuore qualche milione, che i più non sapremmo contare. Per noi, ogni mano benefica è santa; siamo superficiali: ci hanno sempre dovuto dire qual è il bene e quale il male.
Agli occhi pubblici, nessuno è più riprovevole di chi ardisce spostare di qualche millimetro i cartelli. Fa paura scoprire che sono piantati su terreni friabili. Già ha faticato tanto per metterti là Agostino da Ippona. Se era in buona fede, che direbbe ora? Me ne fingo le parole; dopotutto sono un giocoliere.
Un cittadino, anche ricco, può esaurire il suo compito di solidarietà sociale con una piccola donazione, un pane per una bocca. Non sta a lui domandarsi a quale bocca arriverà poi, ché non ha strumenti per indagare su tale industria. Ma le Istituzioni hanno obblighi più estesi; e, in strumento a loro, la Carità diventa delitto, e fuga dalla responsabilità. Essi hanno lo scettro in una mano e nell’altra il mondo, non per dispensare placebo.
La più grande delle virtù teologali, Carità brandiscono per tradire la possibilità del risanamento. Carità che è l’offesa del somministrare il viatico in sostituzione della medicina. Ponendo mano ad essa, danno per certa la normalità dell’ingiustizia, che quindi si piò soltanto mitigare. Ingiustizia, fanno capire, che hanno accettata, che la consentono inamovibile, che non ha padroni né gestori, che è dell’ordine naturale.
L’ingiustizia, invece, non l’ha imposta Dio. C’è qui chi la concepisce e chi la mette in atto, chi finge di avversarla e se ne giova, chi la combatte e non sa farlo. La combatte negli effetti, cosa che non può esaurirne la sorgente.
Con intelligenza, serenità, magnanimità – senza processi – Giustizia sia ristabilita con equilibrate leggi, che restringano le facoltà dei predatori! Giustizia non sia pretesto e occasione, per nuovi felini, di sbranare i loro rivali. Sia la saggezza del rimedio.

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