UN SALOTTO DI PAZZI di Giuseppe Campolo

Il credente non può pensare, non può nemmeno cambiare una parola della dottrina già formulata. Il teosofo invece è una sorta di credente libero che non solo può cambiare parole e frasi, ma, con la serietà dei veri giocatori, lanciare impunemente può simboli e ipotetiche realtà metafisiche con decisione e durezza quale richiederebbe l’inerzia delle palle da biliardo. Frequentavo un salotto, in Messina, dove erano in allegria accolti gli eretici di ogni sconfessione. Un vero archivio di bizzarri tipi, le cui professioni apparivano controindicate a quel tipo di speculazioni. Stupiva un commercialista, un avvocato, un vigile urbano, un ufficiale della guardia di finanza che pure era poeta ermetico e che io giudicavo sadico dalle sue sortite. Ma quant’erano deliziose quelle presunzioni! Corbellerie che mi piacerebbe raccontare tutte; ma, facendolo, è certo che perderei un po’ di credibilità. Agli autori si attribuiscono tutti i vizi dei loro personaggi.
Un simpatico folle, un grassottello teosofo di mezza età venuto da Trieste, dove notoriamente ce n’è tutto un covo, sosteneva, per noi d’intorno, novità madornali su ogni campo dello scibile che venisse toccato. Perché dovete sapere che la nostra ospite, una longilinea adorabile dai capelli tagliati corti alla sbarazzina, era farfalla curiosa di ogni fiore strano germinato dall’intelletto umano. Ed era così amabile con ognuno cui dava la parola, che questi si sarebbe ucciso se non avesse saputo ammannire una stranezza. Solo la presunzione inflessibile della guardia urbana, con la sua boccuccia tonda, quasi un becco, mi infastidiva; o era il suo tipo di sguardo che non potevo sopportare, pur esso di obliquità eretica, sulla padrona di casa, la quale tutti amavamo ma con signorile discrezione. Quello invece pareva le presentasse una multa con mani agitate.
Ma la mia intenzione è parlarvi del triestino, questa volta, che era lì con la moglie, che pure pendeva dalle sue labbra come per avallarlo. Egli era un professore di matematica e parlava come a lezione. Ma che lezione! Il ministro della pubblica istruzione lo avrebbe radiato, se lo avesse potuto ascoltare. La mia confusione mentale parte da quella sera. La figlia più grande della nostra signora era di tali forme misurate che si sarebbe detto segnassero lo spartiacque tra l’ordinario e lo straordinario, e sedeva accanto a me sopravanzando in fascino, mi pareva, la sua stessa madre, la cui aura m’investiva dal lato destro. Le sedie in circolo erano ben accostate, ma la mia e quella della piccola, per puro caso, si toccavano e la sua coscia destra premeva contro la mia sinistra con disinvoltura, e mai tepore fu più delizioso.
Mi è ancora difficile esporre con ordine, di quel matematico, l’opinare sui massimi misteri. Gli scienziati, diceva, pretendono di essere creduti, al pari di sacerdoti, per quelle che sono le loro fantasie; e la Chiesa li odia a ragione, sospettandoli di voler erigere a religione la scienza, di cui ogni nuovo profeta non è che uno scismatico.
Si chiamava Tindaro, per un teosofo nome ben strano, ma il Caso, si sa, ama fare ironia e burlarsi di noi. Seduto sulla ben imbottita bella sedia dagli arrotondati legni, teneva il piede destro avanti e il sinistro dietro, come pronto a partire per i cento metri. Egli era un ammirevole giocoliere degli assiomi fissi. “La luce,” diceva, “non ha velocità costante, contrariamente a quanto si crede ancora”; ed è affermazione che non dimentico. “Poiché il tempo è inversamente proporzionale alla velocità, il viaggiatore che va a cavallo di un fotone è (quasi) fermo nel tempo. Dunque la luce si muove veloce nello spazio e appena appena nel tempo cioè corre quasi ferma. Se potesse correre di più, fino a fermare il tempo, sarebbe l’annichilimento; e non è lecito pensarlo nemmeno agli scienziati. Semplice da capire: se gli astri arrestassero il moto, l’inizio e la fine del tempo coinciderebbero per velocità assoluta di esso, che solo il moto della materia può rallentare. Nel benefico universale ruotare, per attraversare lo stesso spazio, alla luce occorre un secondo e alla terra quattordicimila. Per quel poco che corre, però, la terra rallenta un po’ il tempo, per noi, consentendoci di crescere e non morire tutti analfabeti. Nei freddi e men veloci pianeti esterni vivremmo men di più, ma restare ibernati non costerebbe nulla”.
Si era usi aspettare che tutti si accomiatassero per fermarsi a commentare, madre e figlia e io, bevendo qualcosa. Quella sera fu tè freddo, che mi diede coliche tutta la notte.
Non dirò il nome di nessuna delle due. La ragazza mi accompagnò come di consueto alla porta, dove ci soffermavamo a chiacchierare ancora un po’. Ero molto prudente allora, e quel che mi riuscì più ardito fu di notare, dissimulando l’allusione, che la serata era stata piacevole.
Mi rispose: “Giocaci con la tua bella fantasia!”. Mi accorsi così di averne un po’.

 

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